Italia varia ed avariata 4

Attese e pregiudizi

Il mio racconto strampalato prosegue seguendo il percorso del mio viaggio.

Arrivo a Livorno che ormai è quasi buio. Ho fissato l’albergo sulla piazza della stazione per risparmiare sul taxi ma mi aspetto qualcosa di modesto, vista la zona e il prezzo. Infatti il marciapiede è occupato da giovinastri sfaccendati di una vicina sala giochi. All’interno spazi comuni piccoli ma tutto è ben messo, moderno ed elegante. la camera è ampia ben arredata profuma di fresco e pulito, le lenzuola ben stirate e lisce. Piacevole sorpresa, rileggo le recensioni di tripadvisor ed in effetti era classificato e descritto correttamente.

Sempre su tripadvisor scelgo un posto dove mangiare, raggiungibile a piedi. Il più vicino ha un buon rating ed è anche promosso da Fork con una sconto. La descrizione del locale è invitante, c’è un menu di pesce.

Mi incammino in una strada buia e solitaria ci sono ancora dei bar aperti ma tutti i negozi stanno chiudendo. Ancora una volta sono assalito da una certa inquietudine e mi guardo in giro un po’ diffidente. Le descrizioni che avevo letto mi prefigurano un ingresso illuminato e tale da colpire il cliente che passa per strada. Non vedo nulla che corrisponde alla mia attesa e allora rileggo sul telefonino l’indirizzo con il numero civico, l’avevo superato da un po’ e devo tornare indietro. Trovo la facciata di un negozio un po’ anonimo, un rivenditore di vino sfuso, forse poco altro.

Entro e osservo l’aspetto del locale: piuttosto piccolo, pochi tavoli, delle piccole botti in cui è possibile spillare del vino che viene venduto anche sfuso, un espositore frigorifero con affettati vari un po’ vecchiotti, per nulla invitanti.

L’ambiente è un finto rustico moderno, con particolari che imitano certi localetti retrò che si trovano in tante capitali da Trastevere a Montmarte. Decido di mangiare lì con poca convinzione. La signora è gentile e premurosa e mi convince a prendere il menù a prezzo fisso di pesce ad un prezzo molto conveniente. Il locale è vuoto e mi guardo in giro. In un angolo un tavolino basso dove dei bimbi piccoli giocano durante il giorno, forse dei nipotini. Il locale rapidamente si riempie due signori, forse degli autisti i quali chiedono seccamente una tagliata rinforzata da patate fritte e del buon vino, un gruppo di sei persone abitué del locale che chiedono dei piatti da loro conosciuti, un coppia mista lei di colore lui bianco italiano.

Sì ero in una trattoria di una quartiere periferico operaio o comunque non ricco. Mangiando piatti genuini ed onesti mi rinfranco e mi trovo finalmente  a mio agio perché tutto aveva una sua coerenza dal servizio approssimativo per cui ho dovuto sempre richiedere la forchetta che però veniva portata con gentilezza e un sorriso per chiedere scusa al conto finale che è stato decisamente leggero. 

Dopo aver mangiato gradevolmente sono tornato in albergo, non mi sono pessimizzato con le notizie del TG notturno ma, risposto alle mail, me ne vado a letto piuttosto contento. Ma verso le 5 nella stanza accanto sento dei lamenti leggeri che pian piano diventano più forti e capisco che si tratta di un ragazzo, forse di un piccolo che ripete una frase in inglese in modo ossessivo e incompleto come accade ai celebrolesi che cercano di parlare e di farsi capire. Un adulto cerca di calmarlo sottovoce ma gli dice qualcosa in inglese. Ogni tanto queste frasi ossessivamente ripetute e incomplete sono quasi urlate ma poi torna la calma, il silenzio e poi si ricomincia.

Cerco di capire di immaginare la situazione e mi convinco che si tratta di una ragazzo con handicap grave al quale il genitore si ostina a far ripetere una frase che sarebbe stata ripetuta a scuola. Mi torna alla mente un caso che ho avuto di uno studente gravissimo che possedeva un linguaggio limitatissimo, poche parole con preferenza per quelle scurrili ed offensive che, come il ragazzo della camera accanto, non riusciva a controllarsi e spesso alzava la voce urlando parolacce. La mamma protestò perché nell’organizzazione delle sue attività scolastiche stava perdendo ore di inglese. Poveraccio, senti che sofferenza, il tutto per imparare qualche parola di inglese.

Mi alzo presto, ovviamente, e scendo per la colazione con il dubbio che non ci fosse perché non era indicata nel voucher e non avevo visto la sera prima indicazione della sala ad essa riservata.

Il profumo del caffè mi conduce ad un locale lungo e stretto con piccoli tavolini. Lì la piacevole sorpresa. In buon ordine su uno spazio veramente limitato stretto e lungo come l’intera parte che un tempo doveva essere di un corridoio c’era ogni ben di Dio, tutto ciò che è previsto in una ricca colazione continentale (senza uova fritte e fagiolini con bacon). Prima di me avevano consumato due coppie di tedeschi della mia età e alcuni avventori erano certamente operai, manutentori, autisti nessuno aveva giacca e cravatta come capita con i manager o i piazzisti. 

In vena di complimenti mi alzo per ritirare il mio cappuccino e li faccio al barista che a ben vedere doveva essere un responsabile, non un dipendente. Lui si schernisce dicendo che quello era il loro standard abituale.

Nel lasciare l’albergo con tutta calma visto che l’appuntamento nella scuola era fissato nel primo pomeriggio mi complimento di nuovo con il portiere con cui avevo fatto il check in la sera prima e con il barista che ora stava seduto alla reception. Capisco che i due erano padre e figlio e che erano i padroni dell’azienda. Sa, le cose non sono facili, qui siamo vicini alla stazione non sa quante volte capita che qualche vecchio bavoso porti qui delle ragazzine che si prostituiscono, sono abilissimi, dobbiamo stare molto attenti e a volte abbiamo anche paura, basta un niente che ti giochi la licenza. Così mi racconta degli episodi che vi risparmio ma che erano il ritratto di un mondo avariato fatto di povertà e di sofferenza. 

Io a questo punto chiedo notizie del ragazzo celebroleso che mi aveva svegliato. No non è un ragazzo è una signora inglese con l’Alzheimer con il marito. Ci scusi se è stato disturbato. Non faccio commenti scosso da tanta sofferenza. 

Ho la mattinata libera, approfitto per una lunga passeggiata per Livorno.

I racconto non è finito

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4 risposte a "Italia varia ed avariata 4"

  1. Che sorpresa caro amico!
    La mia Livorno e tu che la descrivi.
    La città contestataria per predisposizione; bella ed esuberante per indole; con il mare blu dell’Ardenza, così conficcato nel cuore dei livornesi, da essere sempre paragonato ad ogni altro (che sempre ne uscirà perdente); con i suoi scogli pieni di ricci e margherite (granchi grossi e pelosi), le mareggiate odorose di libeccio, i Bagni Pancaldi, la grande pittura e l’Accademia Navale, la cucina popolare e la torta di ceci (non la si chiama cecína, noi!), “5 e 5” e il caciucco, la Fortezza Nuova e il rione Venezia: ovunque un’esplosione di voglia di vivere, sempre un po’ fuori misura come lo è il livornese verace.
    Livorno “inventata” dai Medici come sbocco al mare, con Pisa sempre più incapsulata nella terraferma e che neanche ha saputo mantenersi il suo Porto, agonizzante fin dal 1400. Il paludoso villaggio di Livorno inizia così la sua crescita e fioritura.
    Caro Raimondo, con le tue osservazioni puntuali e spontanee mi spingi a riscrivere, dopo tanto.
    Io non mi intendo di storia, ma mi sento livornese (benché sempre a Roma) e sostengo la “livornesità” che amalgama il rispetto dell’altro, la incomparabile ironia e una generosità che rasenta lo sperpero.
    Alcune mie riflessioni.
    Due settimane fa sono tornata a Livorno per qualche giorno.
    Che meraviglia questa gente: è la caratteristica prima ed eloquente della città.
    I livornesi non sono uguali a nessuno, né tantomeno sono simili ai toscani, con cui hanno poco da spartire.
    Qui ci troviamo di fronte ad un miscuglio di razze, popoli, paesi. Una popolazione incrociata in dall’inizio con le più diverse etnie, grazie alla “Livornina” (legge di Ferdinando I) che prometteva ogni tolleranza e libertà ad “ebrei, eretici, prostitute, galeotti, mercanti e schiavi, mori e armeni, spagnoli e tedeschi….”(così iniziava su per giù la “Livornina”).
    Livorno fu porto franco e rifugio per numerosi espulsi, esuli, stranieri, gente senza patria in cerca di nuova vita.
    Questa dimensione vivace ed accogliente è rimasta nel sangue dei livornesi e nella loro parlata schietta e pronta alla battuta: è la patria del “Vernacoliere”.
    Mai restii a una gentilezza o a un complimento; sempre sopra le righe, pronti alla discussione che diventa in breve viscerale; dediti agli amori, che non sono smancerie, ma passioni da perderci la testa; solerti nelle mangiate in comitiva, che non sono pranzi o cene, ma abbuffate; predisposti al lavoro, vissuto come rivincita di un passato umile, da godersi con spirito libertario e in comunione con gli altri.
    Livornesi che si godono la vita anche nelle contrarietà, con esuberanza e intelligenza pratica.
    Rissosi, forse, genuini sempre!
    Livornesi scuri scuri, dagli occhi neri scintillanti, discendenti dai mori; o livornesi chiari chiari dagli occhi cerulei, come i popoli del Nord che attraversarono con i loro solidi mercantili le Colonne d’Ercole, per vantaggiosi scambi commerciali nel porto più neutrale di tutti.
    Livorno, ribelle nata.
    Livorno non ipocrita e che non cela le sue antipatie, costi quel che costi.
    Tu ce l’hai un’amica così?

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