Niente sarà come prima?

Non so bene perché Massimo Barone mi abbia chiesto di ospitare alcuni suoi scritti sul lock down nel mio blog. Forse perché hanno il formato di testi per un blog e forse, come lui dice, perché è un po’ pigro per iniziarne uno nuovo. Mi piace però pensare che lo abbia fatto per sincera amicizia, che mi abbia inviato questi piccoli racconti – riflessioni come un dono trovando che il titolo del mio blog ‘raccontare e riflettere’ fosse compatibile con i testi che aveva elaborato e scambiato in un piccolo cenacolo di scrittori e poeti amici suoi durante questo lungo periodo di isolamento. Grazie Massimo per questo dono, spero che i miei lettori sappiano cogliere sotto l’apparente leggerezza della tua prosa la poesia, i colori e la profondità delle tue riflessioni.

Fase 1

Niente sarà come prima

È opinione diffusa. Si sta chiusi in casa, si sente scricchiolare il mondo di ieri e si fa fatica a divinare su quello che verrà. Quando un vaccino ci consentirà di uscire da casa senza troppi accorgimenti? quali abitudini avremo perso? Che succede ora, che succederà dopo? Saremo più soli, più poveri? Saremo meno o più circospetti?

È difficile elaborare risposte a queste domande senza dati certi. Il muro tra noi e quello che realmente succede è frutto di scelte. Scelte politiche, economiche. Scelte.  Sembra sempre più evidente che la Cina ha volutamente ritardato l’annuncio fatale. In questo caso è una decisione politica che ha determinato il ritardo e le sue conseguenze nel resto del mondo. Quindi, non una scelta sbagliata nel confrontarsi con l’insorgenza del virus, ma una scelta politica dettata da esigenze che con la lotta al virus possono avere molto poco a che fare. 

Qualche esempio. Camus racconta che la peste di Orano si è manifestata con una inquietante moria di topi a cui ha fatto seguito la moria delle persone: il portiere, il piccolo commerciante con cui ogni giorno ti confronti… Sono fatti che ognuno verifica, ai quali si reagisce da sempre negli stessi modi: scappando, come ha fatto l’allegra brigata del Decamerone, tappandosi in casa, o raccomandando l’anima al proprio Iddio. E basta guardare le stampe del diciassettesimo secolo che rappresentano la peste di Londra per farsi un’idea del rapporto diretto tra chi la pestilenza l’aveva subita e chi la fronteggiava con orrore: carri pieni di cadaveri avviati al falò, guardie armate, porte e imposte sbarrate.  

Stando alle esperienze passate, viene da pensare che il luttuoso evento non modificherà in modo strutturale il corso della storia. La peste, così lucidamente descritta da Tucidide, non ha interrotto la guerra del Peloponneso. E Daniel Defoe ci racconta che, passato l’orrore e tornato il re, la sua corte e i suoi addetti nella residenza ufficiale, a Londra c’è stato gran fervore di manifatture. Servivano nastri, merletti, stoffe e, immagino, profumi, pelli ben conciate, carne fresca. Tutto come prima e, anzi, più di prima. Eppure, a metà della sua rievocazione, il grande scrittore sbotta: possibile che in una città così popolosa si trovi un solo lazzaretto? Non so se, passato il malanno, si siano preoccupati di aumentare e attrezzare meglio quei tristi luoghi di contenimento e circoscrizione. Si direbbe che operi in noi una istintiva capacità di dimenticare in fretta e volentieri ciò che ci ha terrorizzato e devastato. Chissà se anche questa volta sarà così.

Colpi di tosse

Mi ha colpito un frammento televisivo di qualche giorno fa. Una cronista (della Sette?) commentava una strada deserta. Vedete? Non c’è nessuno. Sono tutti chiusi nelle loro case… Ad un certo punto, si sente un colpo di tosse. E lei: da dietro le persiane arriva un colpo di tosse! C’è vita, dunque, dietro le imposte serrate, vita sospetta perché i colpi di tosse sono un brutto segnale, ed è quindi un bene che se ne stia al chiuso (che sia invisibile) il titolare di quella tosse.

La televisione ci dà colpi di tosse e numeri, segni più segni meno, dati di cui non è chiara ai comuni mortali la disaggregazione e dosa le aperture sulla cruda realtà: celebri piazze deserte; facciate di illustri ospizi, di non intatta fama, in cui la pestilenza, forse non per caso, s’è sbizzarrita; file di camion militari carichi di bare. Sono immagini metafora, simboleggiano qualcosa che è affidato alle capacità evocative dei fruitori chiusi in casa. 

Soprattutto, dal muro (dalla televisione, dal computer, dai giornali) trasudano le preoccupazioni, i dubbi e i tornaconti di chi ha responsabilità decisionali. La pestilenza non interruppe la guerra del Peloponneso, figuriamoci se il Corona virus può interrompere la martellante campagna elettorale che da anni imperversa in Italia. Al più, ha tentato di imporle la mascherina.

Del presidente della regione Lombardia non voglio parlare, non sono così vile. Ma come dimenticare il sindaco di Milano, città martire? Agli esordi della tempesta ha fatto un appello a non rinunciare alla solita vita, al lavoro, agli aperitivi, all’edonismo d’una città che è assuefatta al benessere e se ne vanta. D’altronde, alcuni esperti assicuravano che si trattava d’un virus simile all’influenza. Ne ricordo una che, dati alla mano, indicava la comune influenza come più mortifera del virus appena comparso sulla scena. 

Depone senz’altro a favore del sindaco il suo tempestivo ripensamento. Ma è un fatto che i media ci comunicano le incertezze e le paure dei responsabili, così come le contraddizioni degli esperti. Quando è davvero cominciata?  Siamo in mezzo al guado? Ci saranno incontenibili rivolte sociali? La crisi sarà così devastante che vedremo i direttori di banca frugare nei cassonetti? E, una volta per tutte, che distanza bisogna osservare? Un metro? Uno e mezzo? Due?

La finestra 

Il resto lo deduciamo stando alla finestra. Allo stato delle cose è un affidabile fonte d’informazione. C’è grande animazione sui terrazzi condominiali. In uno lontano due persone in tuta scura (non riesco a distinguere se sono maschi o femmine) fanno una danza ritmica, passo avanti passo indietro, gamba su gamba giù, piacevole da vedere. In un terrazzo più vicino una donna a seno nudo assorbe il sole primaverile. In quello che sta proprio di fronte, protetto da steccati, rampicanti e fiorami, si intravedono i capelli e la barba d’un vecchio che, forbici in mano, governa la sua verzura. Stando poi ai racconti di amici, ci si dedica, più o meno forsennatamente, a esercizi fisici, si rileggono distrattamente libri che amiamo e di mala voglia libri nuovi; si sta molto al telefono, molto al computer. Si cucina e non è difficile prevedere che saremo più grassi. 

Infine, si sta davanti alla televisione. Siamo avidi di informazioni di agevole decodifica, non tossiche, su quello che sta succedendo. Perciò facciamo scorpacciate di telegiornali e dibattiti sul coronavirus e, visto che ci siamo, di vecchi film e vecchi telefilm. Bisogna riempire il tempo, bisogna riempirlo perché il mondo di ieri scricchiola paurosamente. Scricchiola il lavoro, la socialità, il nostro rapporto col corpo, la nostra capacità e voglia di programmazione. 

Pubblicità

L’unica realtà solida, che gode d’una invidiabile salute, è la pubblicità. Subito aggiornata, arricchita da inserti o, addirittura, da prodotti nuovi, coniugabili senza compromessi alla brutta circostanza.  La inevitabile, invasiva pubblicità, dea della fruizione interrotta (la fruitio interrupta, parente stretta del coito) sì, la pubblicità s’è subito adeguata, diventando pubblicità al tempo del Corona virus. Visto che i cittadini responsabili stanno a casa, gli è di sicuro conforto avere a disposizione l’anticalcare puk, il lassativo pok, la frutta secca pik, and so on. Merci che, più che mai in questo brutto momento, siamo caldamente invitati a considerare insostituibili. E c’è un fondo di verità in queste lusinghe. Come fai se, ristretto in casa, il pane non ce l’hai? Per non parlare della farina. A giudicare da quello che m’arriva per via telefonica o da internet, un significativo numero dei reclusi, scopertosi fornaio, ha dedicato un bel po’ del nuovo tempo a disposizione a impastare farina e a estrarre dal forno molti lingotti di pane. Che fai, li butti? Saremo senz’altro più grassi.

Davvero non si capisce l’allarme per Immuni, visto che siamo già più che tracciati. A me è capitato di accendere una mattina il cellulare e trovarci un inserto i cui si chiedeva (a me, si chiedeva a me) di esprimere un giudizio sulla pizza e sui fritti che avevo mangiato la sera prima in una pizzeria di recente apertura. Oddio, mi sono chiesto, e questi che ne sanno? Certo, in quella pizzeria non metterò più piede! Poi fai la tua telefonata e l’episodio resta come la dolenzia calante d’una contusione fino a che il quotidiano la assorbe. Per poco. Perché stai al computer, tutto preso dalla lettura d’un articolo e, all’improvviso, senza che tu possa farci niente, un riquadro multicolore si inserisce sul testo e t’avverte che, per diciotto secondi, dovrai sorbirti la pubblicità di qualcosa. Diciotto secondi, un’eternità. E non puoi sottrarti. Se clicchi per toglierlo di mezzo il riquadro si spenge, ma non se ne va. Devi riattivarlo, devi subire. Si possono fare mille esempi di questo furto continuato e protervo del nostro tempo. Che è come dire della nostra vita.       

È evidente. La pubblicità gode di ottima salute e più le spara grosse e più è invasiva. Ed è possibile perché è di fatto padrona. La maggior parte dei programmi che vediamo è offerta da un prodotto: il commissario Montalbano ve lo offre… E poco conta che l’offerente sia intimamente percepito come, a dir poco, mediocre; in ogni caso, non nella lista dei nostri acquisti. Conta che può permetterselo, che offre, che paga il circense appesantendolo con sdolcinate e vomitevoli figurazioni. Sono infiniti gli esempi che si possono fare. 

Voglio soffermarmi su un caso che imperversa da mesi. Si offrono divani. A farlo sono artigiani un po’ retro, dei doncamilli che colloquiano amabilmente col loro Iddio, sono convinti che domenica sia il giorno più bello e intrattengono tra loro rapporti scevri da ogni taylorismo. Accarezzano le stoffe, assicurano che quel divano l’hanno fatto con le loro mani. Il legno, le stoffe, l’imbottitura, tutto a mano, tutto col sorriso di chi fa con soddisfazione e bene quello che fa. Artigiani così avrebbero insospettito un acquirente del diciannovesimo secolo. Anche perché i divani costano poco e i serafici annunciano in continuità aperture a valanga di punti vendita. Dieci di qua, venti di là. Perciò, o ci sono centinaia di artigiani che fanno tutto per devozione, e allora c’entra l’Opus Dei, oppure è un’industria che si serve di lavoro schiavile sorvegliato da guardie armate. Certo, il tutto risulta sospettabile anche al più distratto e assuefatto fruitore, di quelli che scuotono la testa e tirano innanzi. Il fatto è che al momento di acquistare un divano ci si troverà di fronte al dilemma: spendo due o tremila euro per qualcosa di durevole o trecento per qualcosa che tra un paio d’anni sarà da buttare e con poca spesa posso ricomprare? L’offesa alla intelligenza ti s’infila nel cervello in attesa del dilemma.

Sono cose ovvie e risapute. Tuttavia, almeno per quel che mi riguarda, il domicilio coatto mi ha permesso un salto di qualità che considero salvifico. L’insofferenza, il fastidio si sono tramutati in qualcosa che posso francamente definire odio. Il vivere chiusi ha amplificato il fastidio, lo ha irrobustito. E, stando ai chissà, chissà se il futuro che si prospetta ci vedrà sempre più seduti davanti ad uno schermo. In questo prevedibile caso, trovo non tollerabile che si debba fruire e condividere il mondo virtuale assediati e inondati da un fiotto inarrestabile di merda padrona. L’odio sarà poco serafico ma ha in sé abbastanza energia per diventare antagonismo. 

La clessidra

La sabbia della clessidra è molto fine, deve passare agevolmente nella strettoia. Quel defluire da un invaso al sottostante misura il tempo che ci vuole per fare qualcosa ed è molto legato al quotidiano. Il lavoro, la ricerca d’un lavoro, le bisogne casalinghe, l’amore… Il fatto è che il corona Virus spazza via la sabbia con cui si misura il fare. Cosa vuoi misurare chiuso in casa. Riempi il vuoto con la sabbia di grossa grana del cosiddetto tempo libero.

Alle ore più improbabili, i due, laggiù, fanno ginnastica ritmica. Il vecchio della terrazza di fronte ha potato forse più del dovuto e adesso è riconoscibile. È un uomo anziano, tarchiato e accigliato, che ho visto aggirarsi negli stessi posti in cui m’aggiravo io la mattina: il giornalaio, il bar, un macellaio. Ora la   terrazza è sgombra, non è più una foresta, è diventata una pista e lui la percorre avanti e indietro con un certo accanimento, quasi che volesse pestare coi piedi la sabbia grossa che fa mappa nella strettoia della clessidra.  

segue

Massimo Barone

2 risposte a "Niente sarà come prima?"

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