La sconfitta

Vorrei riprendere le riflessioni di queste settimane centrate sulle connessioni tra le guerre in atto in giro per il mondo e i tanti femminicidi che costellano il panorama sociale.

Torno quindi a parlare dell’uccisione di Giulia Cecchettin anche se avevo promesso di non contribuire al chiacchiericcio intorno a una tragedia così grave, ma ormai la chiamata all’impegno da parte della sorella, la richiesta di rompere il silenzio, la disponibilità del padre a parlare con i media ci autorizzano a dire quello che pensiamo.

Ho poco da aggiungere a quanto scrivevo nel post Rompere il silenzio. In una società che tende ad estremizzare le contraddizioni anche laddove le differenze sono deboli, soprattutto i giovani con una identità ancora in fieri sono le vittime delle contraddizioni che non riescono a sciogliere e a controllare E’ forse il caso dell’assassino di Giulia. C’è però anche una dimensione legata al potere e al successo, alla diade patriarcato e matriarcato. Tutte le volte che c’è una questione di potere e di possesso i conflitti sfociano in un bilancio riducibile a vittoria o sconfitta, a fallimento o successo. Certamente è una dimensione evidente nel femminicidio di Giulia, il padre la paragona ad un oplita, un guerriero scelto celebrato nella classicità, attenti bene non a una amazzone, il fidanzato è spiazzato dall’evidente successo negli studi della fidanzata e l’immagine di sé maschilista non può accettare che nella competizione lui esca perdente e sconfitto, non può perdere il controllo e il possesso del bene che credeva di aver conquistato. Dinamiche legate al fallimento e al successo spiegano anche femminicidi tra individui adulti.

Se il fallimento e l’insuccesso fossero realmente l’innesco per l’esplosione di conflitti che non si risolvono, allora il problema non è di gestire meglio l’educazione sentimentale dei giovani ma di ricostruire il modo in cui noi tutti, giovani e anziani, concepiamo il significato del successo nella vita, dobbiamo rivedere il nostro rapporto con i fallimenti di cui è necessariamente costellata la nostra esistenza. Certamente una scuola competitiva, una gestione dei ruoli sociali governata dal successo economico e da differenze sempre più marcate non aiutano a sciogliere i nodi come quelli di Giulia e Filippo. Siamo poco preparati ad accettare il fallimento anche perché la modernità ci ha privato di sovrastrutture compensatorie come il premio nell’aldilà, l’etica del sacrificio per espiare le nostre colpe.

Ma tutto ciò come si intreccia con la questione delle guerre di cui parlavo all’inizio? Quale il parallelismo? Sta nel valore e nelle conseguenze delle sconfitte. Nelle guerre in corso la sconfitta non è contemplata dai contendenti, meglio la morte. O Roma o morte, gridava buonanima. Se non si vince, meglio la morte.

Se ci pensate bene il rifiuto del fallimento, della sconfitta come esito di un scontro sta alla base dell’incancrenirsi dei conflitti in corso. In Ucraina da mesi era evidente che la vittoria di Zelensky era impossibile nei termini fissati dagli ucraini e poco è stato fatto dagli ucraini e dai loro amici per cercare una soluzione di compromesso accettabile per minimizzare i danni della sconfitta, non si vogliono contare i morti. La stessa cosa vale per Israele che non può accettare la sconfitta e l’umiliazione di una mancata feroce vendetta del gravissimo torto subito. Ai terroristi di Hamas poco importa continuare il conflitto a tempo indeterminato visto che nuovi figli nascono e potranno vendicarsi a tempo debito.

Guai ai vinti! La gloria è solo per i vincitori, gli sconfitti non meritano nemmeno il rispetto, l’onore delle armi. Forse questa mentalità è sempre esistita ma c’eravamo illusi che la modernità e la civilizzazione globale potessero rimuovere questo uso terroristico della sconfitta che appare come inaccettabile come la stessa morte. Ma nel frattempo in Occidente, nei paesi più ricchi, il valore individuale della vita è diventato un assoluto e a nessuno piace morire per una causa ideale a stento per difendere se stesso e la propria comunità, ci sono nuove armi che consentono di uccidere da lontano il nemico senza sacrificare i propri combattenti. Peccato che le immagini di morte di bambini, vecchi uomini e donne arrivino sui nostri schermi a rovinarci le nostre cene. Peccato rendersi conto che nel chiuso delle nostre città si consumano delitti inumani perché non si accetta la sconfitta.



Categorie:Israele, Politica

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