Discussioni sulla rete

Questo è un mio commento in una animata discussione di un post di G+ che diffondeva un video circa il valore positivo per l’Italia della strada scelta dall’Islanda per affrontare la crisi finanziaria del 2008.

Ho riletto tutti i commenti al post e riascoltato il video. Mi permetto di riintervenire nella discussione suggerendo da un lato la lettura di un documento presente sulla rete http://micheledisalvo.files.wordpress.com/2012/05/chi-cc3a8-dietro-grillo.pdf che concerne il caso Grillo ma che chiarisce molto bene i meccanismi manipolatori della pubblica opinione che la rete consente al di la dell’apparente libertà di espressione dei partecipanti. Ad esempio in questa discussione almeno due o tre partecipanti sembrano rientrare nella tipologia dell’influencer. Ad esempio qualcuno ha intenzionalmente inserito errori grammaticali oltre il limite probabile forse per dare al proprio intervento una tonalità che spostava quella prevalente in questo gruppo. Ma sempre rimanendo nella questione sollevata dal documento che ho citato è proprio il video che, raccontando cose quasi vere, induce in generalizzazioni improprie. Il caso Islanda non è paragonabile al caso Italia, 1 per i tempi, 2 per il merito. Parallelismo temporale: nel 2007 la crisi americana dei subprime (fallimento delle famiglie che non pagarono i mutui che poteva determinare  il fallimento delle banche americane e a catena   il fallimento delle banche di mezzo mondo) fu risolto facendo fallire qualche banca americano e salvando le banche europee attraverso l’intervento degli Stati di appartenenza delle banche. L’Italia non ebbe grossi problemi perché le nostre banche non avevano in pancia troppi titoli tossici (robaccia emessa dagli americani che si basava sui muti fondiari delle famiglie americane) mentre Francia, Germania, Inghilterra, dovettero intervenire a sostegno della proprie banche e per questo si accollarono le perdite nei propri bilanci statali. L’Islanda, che era ormai con Internet come una piccola Svizzera la sede di banche che raccoglievano risparmi da tutti il mondo, banche che avevano in pancia molti titoli tossici di nessun valore, non aveva un bilancio nazionale coerente con tale  guaio e ben fece a lasciare al loro destino le banche garantendo solo i depositi dei propri cittadini risparmiatori e dei pensionati. In realtà quelle banche con sede islandese sono state in parte salvate dagli inglesi e dagli olandesi a garanzia dei cittadini di quegli stessi stati. L’Islanda si è un po’ impoverita ad esempio perché meno persone lavorano nel sistema bancario ma  il sistema statale e del welfare rimaneva in sostanziale equilibrio ed era sostenibile con le attività tradizionali e le risorse ambientali disponibili. Sono passati 5 anni e quella crisi internazionale ha impoverito tutti diffondendo recessione e aggravando i debiti accumulati nel tempo dagli Stati. Nel frattempo sono state introdotte norme più severe sulla contabilità delle banche per cui la raccolta di denaro per finanziare imprese, stati e famiglie è diventata più onerosa e tutto il sistema è diventato più interdipendente e precario. Il debito dell’Italia non è delle banche ma dello Stato, non lo ha mangiato la Casta come il Corriere della Sera tende a dire ma è la somma di politiche che negli anni hanno assicurato più benessere del dovuto. Il video presenta una soluzione quasi romantica di un cantante che fa il miracolo di una transizione dolce e democratica suggerendo che un demiurgo, un comico o un santo o un fichissimo imprenditore possa cavarci d’impiccio … Ma non è così.  

Debito pubblico e ruolo delle banche

Due settimane fa  nella trasmissione della Annunziata è stato intervistato Profumo attuale AD di MPS e defenetrato AD di Unicredit.

Due questioni sono state sollevate tra le altre:

  1. che fine hanno fatto i danari prestati dalla BCE alle banche e perché non sono finiti alle imprese per lo sviluppo
  2. è preoccupante il fatto che gli investitori stranieri hanno ridotto gli acquisti di Buoni del tesoro italiani?

Sul primo punto Profumo è stato molto chiaro: se si fa 100 il totale della raccolta, cioè quanto le famiglie hanno versato nei loro conti correnti, 130 è l’esposizione verso le imprese e le istituzioni che chiedono mutui e prestiti. La differenza 30 viene coperta da prestiti e titoli che le banche stesse hanno emesso per raccogliere su varie piazze finanziarie il denaro necessario. Poiché dopo la crisi finanziaria del 2007 sono state adottate regole più severe circa la copertura dei rischi delle banche, in particolare poiché i titoli di debito sovrano (degli stati) sono ora considerati a rischio, la provvista di euro che le banche hanno ricevuto dalla BCE serve a garantire le coperture necessarie alle banche per offrire al mercato più di quello che i risparmiatori stanno mettendo a disposizione per loro tramite.

La risposta al punto 2 è stata meno chiara e più prudente anche se lo sguardo tradiva la voglia di dire ciò che un banchiere ora non può dire. Se i fondi pensione americani o gli stati ricchi di valuta non comprano i titoli pubblici italiani o europei e  se si vogliono tener bassi i rendimenti occorre che qualcun altro compri. Ed in effetti qualcun altro ha comprato visto che un buon 20% del debito italiano detenuto all’estero è rientrato. Forse gli italiani hanno seguito la proposta di quel signore pistoiese che dimostrò che questa era la cosa più intelligente da fare per un risparmiatore italiano? Profumo non lo ha detto perché la coperta per coprire il debito pubblico e finanziare le imprese è stretta e troppi italiani (anche le imprese) portano i loro risparmi in svizzera o in altre piazze finanziarie. Se, per ipotesi, gli italiani ricomprassero tutto il loro debito pubblico l’Italia potrebbe diventare come il Giappone in cui il debito pubblico è circa 2 volte il PIL, molto peggio dell’Italia , ma i tassi stanno all’1% perché i giapponesi, più intelligenti di noi, detengono il proprio debito pubblico e non speculano contro se stessi.