Onora il padre e la madre

Avevo deciso di tenere per me le emozioni provate alla festa del mio gommista di ieri pomeriggio ma quando a 8½ ho seguito la sconclusionata intervista per promuovere il libro della Bignardi, assistita da Severgnini, che faceva il controcanto, ho deciso di raccontare il mio emozionante pomeriggio.

Ho provato una repulsione quasi violenta per questi due finti giovani, attempati giovanilisti, paladini dei giovani precari, espressione lampante di ciò che è il populismo: il ricco che aizza il povero a sparare su un nemico che il ricco ha identificato. Entrambi erano però in difficoltà perché da renzisti ante litteram, da giornalisti in grado di potenziare nel tempo un personaggio politico, ora avevano dei ripensamenti ma non potevano esplicitarli, Renzi è ancora nella fase triunfans e non conviene inimicarselo!

Ma torniamo al mio racconto dello splendido pomeriggio.

Un mese fa il mio gommista mi mandò una email annunciando che il 4  ottobre avrebbe festeggiato il 50simo  anniversario della apertura della sua officina. Ieri mattina arriva un’altra mail per ricordare l’appuntamento.

Decidiamo di andare, l’officina si trova a due passi da casa nostra e mi sono da sempre servito da Massimo. Arrivati, troviamo l’officina trasformata in un luogo quasi surreale per ricevimenti all’americana: nessun odore di oli consunti o di gomma, tavolata con un’enorme porchetta che due sapienti camerieri affettavano e con cui imbottivano della pizza bianca, l’angolo dei fritti, l’angolo dei dolci, l’angolo delle bevande, un servizio per registrare chi chiedeva di accedere ad un buono sconto per i prossimi mesi.

L’accoglienza è semplice e cordiale e quasi tutti noi clienti abbiamo una conoscenza diretta del nostro ospite che accoglie tutti con attenzione.

E’ questa la caratteristica della sua officina, appena arrivi con la macchina con un problema, l’attenzione è immediata. Il principale dispone che qualcuno dei ragazzi ti serva e se sono tutti occupati si scusa se devi aspettare 10 minuti. Se hai bucato, in un’ora il lavoro è fatto.

Un posto in cui sei servito e rispettato. Un posto in cui Massimo non ha mai imprecato contro le tasse o il governo, in cui i 5 o 6 meccanici che lavorano con lui  stanno al pezzo con attenzione senza battere la fiacca.

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Quando siamo diventati quasi una folla tanto da creare problemi al traffico della strada di fronte, Massimo invita tutti davanti un grande manifesto colorato che celebrava l’anniversario con una sua bella foto in primo piano.

Chiede il silenzio e, aiutato da un giovane meccanico, fa cadere il manifesto. Scopre una gigantografia in bianco e nero in cui si vede un corpulento meccanico che tiene per mano un bambino davanti a due FIAT seicento. Massimo visibilmente emozionato e commosso dice questo ero io e tutto questo lo devo a mio padre. Ed ora buon appetito, festeggiamo.

I suoi occhi erano lucidi ma molti di noi, vecchi clienti, abbiamo con discrezione nascosto una lacrima di commozione. Io ho pensato: ecco cosa vuol dire Onora il padre e la madre! La festa è andata avanti per molto tempo con un ricambio continuo di ospiti e con una dovizia di cibarie da far impallidire un matrimonio. Massimo era fiero, non solo della sua evidente ricchezza ma dalla ancor più grande ricchezza di amicizie e di simpatia che circondava la sua persona e l’officina che in questi anni aveva messo in piedi.

C’era anche il figlio, un giovanotto che frequenta la LUISS, con lui  i suoi amici, ragazzi e ragazze sorridenti e semplici che rinverdivano un po’ la schiera di noi vecchi clienti con i capelli bianchi o grigi.

La mia emozione nell’osservare quella festa dedicata alla celebrazione di una avventura che partiva dal padre, che onorava con cibi e libagioni, non era solo legata al ricordo di mio padre che era cliente del papà di Massimo, ma soprattutto dal ricordo di una delle prime volte che andai a cambiare le gomme da loro.

Era forse il 1980 o 1981 avevo 32 anni insegnavo all’Istituto tecnico Fermi di via trionfale e Massimo si era da poco diplomato ed era iscritto all’università ma lavorava anche nell’officina del padre.

Non ricordo i particolari, ma ricordo distintamente che i due non erano d’accordo, il padre voleva che il figlio studiasse ma il figlio preferiva lavorare o viceversa il figlio voleva studiare e il padre voleva dare continuità all’officina. Poco importa, ricordo che sono stato testimone di un dissidio, di una discussione come sempre c’è tra un padre e un figlio. Quel ricordo rendeva ancora più commovente la celebrazione che ora Massimo aveva imbandito per tutti noi.

Tornato a casa le chiacchiere televisive dei due giornalisti scrittori mi hanno profondamente infastidito per la vacuità dei discorsi rispetto alla intensità e l’autenticità della sagra paesana che avevo vissuto nell’officina e a un certo punto quando la Bignardi ha fatto l’apologia della rottamazione ho capito quanto aberrante sia quella parola e quella linea politica.

Ho capito che quel connotato del giovanilismo rottamatore di questi giovanotti che hanno preso il potere senza portare rispetto ai loro padri è una autentica bestemmia, una gravissima ferita al tessuto della relazioni di una società che ha bisogno di riscoprire la solidarietà tra generazioni, tra ricchi e poveri, tra bianchi e neri, tra uomini e donne, tra autoctoni ed immigrati.

Grazie Massimo per la mangiata e per il ristoro dell’anima che proviene dal  luminoso esempio del tuo lavoro.

PS del 7 ottobre. Massimo mi ha ringraziato per questo racconto ed ha precisato che ‘era mio padre che “spingeva” per farmi studiare, ma fin da ragazzo ero ben determinato a proseguire l’attività di famiglia’. Ed io ho replicato ‘Anche in questo suo padre era un grande’. 
In effetti il comandamento dice onora il padre e la madre ma non dice obbedisci al padre e alla madre. Essere liberi nelle nostre scelte da figli non ci impedisce di rispettare o onorare i nostri genitori. 

Un regalo natalizio

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Tra i regali di questo Natale un libro che ho molto gradito e che ho letto subito quasi con avidità ritrovando una persona che negli anni mi ha arricchito con le sue analisi e con la sua profonda cultura. L’amore, la sfida, il destino di Eugenio Scalfari è il quinto volume di una serie di racconti e riflessioni in cui cultura, psicologia, filosofia, arte, poesia sentimenti si intrecciano in una autobiografia così aperta e profonda da  coinvolgere il lettore, certamente il lettore anziano, in un percorso di ricerca con mille risonanze e coinvolgimenti.

Il libro andrebbe letto dai docenti perché è un panegirico del valore della scuola nella crescita dei giovani. Certo, lui parla del suo liceo, di un liceo che non esiste più, di un approccio alla cultura che è stato unico e forse irripetibile né per un giovane né per un buon docente attuale ma ci sono nel racconto tante piccole cose che secondo me potrebbero toccare le corde di un docente impegnato anche con ragazzi di un corso professionale.

Poi ho trovato alcune pagine che voglio qui citare perché consacrano e definiscono con limpidezza quello che nelle mie riflessioni in questo blog ho cercato di illustrare variamente: la questione del ruolo della figura paterna nella crisi attuale.

Scalfari scrive:

(…) Eppure, da tempo, la figura paterna ha registrato un processo di deperimento. Non parlo soltanto del nostro paese, dove anzi sopravvive ancora largamente, sia pure come residuo d’una civiltà contadina e meridionale la  cui  decadenza è di troppo fresca data perché non se ne senta la presenza nel costume; ma parlo dell’Occidente contemporaneo.
La figura paterna in quanto ruolo attribuito a chi fornisce sicurezza, conferme, protezione, trasmissione di valori e memoria, è praticamente scomparsa. Non che quel ruolo fosse sempre e interamente adempiuto dall’uomo, molto spesso era la donna ad esercitarlo e sempre era comunque da lei condiviso. Non toglie che nella simbologia del lessico familiare esso fosse attribuito al padre il quale, da questa attribuzione simbologica, traeva ragione e forza per farvi corrispondere la sostanza.

Le cause dell’affievolimento dell’immagine paterna e della sostanza che la riempie sono numerose e fin troppo note, ma un aspetto ne va segnalato: l’affievolirsi di quell’immagine non è stato accompagnato dall’accrescimento di alcuna altra immagine alternativa: non l’immagine materna, che si è affievolita anch’essa con un processo quasi parallelo; non i nonni, non gli zìi che un tempo avevano una funzione importante nella struttura familiare; non gli insegnanti. Le figure dispensatrici di certezze, protezione, trasmissione di memoria storica sono impallidite tutte insieme. La conseguenza non poteva che essere lo sradicamento del costume e il diffondersi della nevrosi di massa. La stessa tossicodipendenza non è che l’effetto di straniamento derivante dall’assenza della figura paternale.

Un altro effetto è la caduta della fertilità e la fuga dei giovani dalla responsabilità di crescere: chi non ha il padre rifiuta di diventarlo. Questo è quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi distratti. Le eccezioni certamente ci sono, anche numerose, ma non costituiscono la regola, non determinano la tendenza. La dominante resta ormai la fuga dei giovani dai vecchi e dalla loro stessa crescita che sarebbe testimonianza del loro invecchiamento e come tale viene quindi rifiutata ed esorcizzata.

Ma perché stupirsene? Viviamo un passaggio d’epoca e la scomparsa del padre ne è uno dei segnali, forse il più significante.

Le radici

In questo periodo dell’anno la commemorazione dei defunti ci riporta sui luoghi della nostra infanzia, a far visita alle tombe dei nostri nonni, dei genitori, dei familiari che non ci sono più. Così ho passato questo fine settimana a Jesi nelle Marche. Di tutto ciò che ho provato, tantissimo deve rimanere intimo e riservato ma qualcosa si può raccontare poiché è nella linea delle riflessioni che vado sviluppando in questo blog.

Le generazioni

Mio padre era l’ultimo di una bella nidiata di 6 figli mentre mia madre, più giovane di lui di 8 anni, era la seconda  di 5 femmine e un maschio. Risultato, non saprei nominare tutti i miei cugini e la differenza di età tra loro, di ramo paterno e materno, è enorme, molti avrebbero più di cento anni, se fossero viventi, e altri  sono giovani che da poco hanno superato la trentina. A questa tematica delle generazioni, come chiave interpretativa per spiegare alcuni problemi economici e sociali, ho dedicato numerosi post, vi invito a rileggerne qualcuno inserendo nella casella di ricerca in alto la parola ‘generazioni’.  In questa circostanza ho pensato che questa realtà di famiglie numerose e distribuite nel tempo e nello spazio offriva a noi, delle vecchie generazioni, una visione della vita più varia, avere cugini che muoiono mentre altri si sposano ti spinge a vedere la tua vita come in un film. Ora la realtà moderna di famiglie più piccole, senza figli o al massimo con due figli costringe a vedere la vita più stratificata e appiattita, tra i cugini, pochi, c’è poca differenza di età e tutti contemporaneamente fanno la stessa cosa, studiano, si sposano, hanno figli, lavorano, vanno in pensione, muoiono. Anche questo amplifica il disagio presente per cui tutti i cugini che contemporaneamente  cercano il lavoro e non lo trovano  vivono e amplificano la stessa difficoltà. Che succederebbe se avessero a disposizione l’esempio di un cugino che 10 o 20 anni prima ha trovato le stesse difficoltà e che poi ha superato?

L’economia

La crisi economica è stata la filigrana dei nostri discorsi a tavola, delle chiacchiere serali in cui ci si racconta. L’angoscia dei vecchi è per i giovani, per i nipoti che hanno poche prospettive, per l’emigrazione che aleggia proprio sui più bravi e brillanti. Una volta le Marche erano una regione ricca e dinamica, eravamo forti, ora sembra che stia crollando tutto. A Fabriano chiudono, qui le case si svendono … Mi ricordo allora che qui il M5S ha avuto moltissimi voti, qui infatti la delusione è più cocente di altrove. C’è ancora tanta ricchezza in giro, c’è efficienza, ordine, ma si sente la paura del futuro ignoto. La colpa è dei politici, è delle tasse che si prendono tutto. A un certo punto non resisto e sbotto anch’io. Basta con questa storia! sarà anche vero, ma sono i politici che spostano le produzioni all’estero per fare più utili? aprite gli occhi! i padroni, i ricchi, gli speculatori veri sono riusciti a sviare l’attenzione da sé e il popolino crede che tutte le colpe siano dei politici, intanto loro continuano a fare affari, ad arricchirsi sfruttando le paure che hanno provocato nel popolo.

Spigolare

Era venerdì, una giornata tiepida piena di sole e c’era voglia di uscire. la mattina avevamo fatto il giro al cimitero a portare i fiori ed eravamo a pranzo da  zia Teresa che aveva invitato un’altra zia e una cugina. Arriva una telefonata che propone a zia Teresa di andare a spigolare fagioli in un campo in cui era stata fatta la raccolta con le macchine.  Con un pizzico di sfida mi propone di andare, tanto chi vuoi che sappia che sei stato un Preside. Ok ma non vorrei essere impallinato dal padrone del campo. Non ti preoccupare, vedrai c’è molta gente e non dicono niente, ma bisogna sbrigarsi perché forse domani arrivano gli aratri ed interrano tutto. Così, mettendo a rischio la digestione, andiamo tutti, anche con la zia di 90 anni, felicissima di uscire e di fare una passeggiata in campagna sotto il sole. Si scusa ma non potrà aiutare perché non si china più bene. 90 anni!

Arrivati sul posto effettivamente c’erano molte macchine e biciclette e nell’enorme campo, rasato dal passaggio delle macchine, molte persone era chine a raccogliere ‘teghe’ di fagioli da terra. Anche noi ci mettiamo a spigolare e ciascuno segue un piccolo filare con sistematicità. In effetti molto prodotto rimane sul terreno ma non conviene raccoglierlo, costa troppo. Tantissime sono le idee che hanno popolato la mia mente nelle due ore di lavoro, con la schiena sempre più dolorante, con lo sguardo spesso rivolto alle altre persone per spiarle e capire se erano dei perditempo un po’ pazzi come noi o persone per le quali quei chili di fagioli erano una risposta a  bisogni della famiglia. Allora con una vivezza improvvisa mi sono tornate alla mente certe spigolatrici che mio nonno ospitava dopo la mietitura, mi ricordo i sacchi di spighe delle spigolatrici appoggiati in disparte che venivano curati da nonno Peppe nel momento della trebbiatura, dell’integrazione che disponeva in modo che comunque il sacco fosse pieno. Mi torna in mente la figura di mio nonno che segretamente sfamava una vecchietta vedova che viveva in città e che faceva venire quando c’erano occasioni per aiutare. E non era una sua vecchia fiamma, perché era una vecchietta piuttosto brutta ma dolce che noi bambini vedevamo come un incrocio tra una fata e una befana. Scherzi di un pomeriggio assolato a razzolare nella terra per raccogliere del cibo. Mia zia Teresa era felice, era stata la più brava ed aveva raccolto quasi il doppio del bottino mio e di Lucilla. Anche noi alla fine non abbiamo sfigurato: tre chili di fagioli sbucciati. Ora dovrò procurarmi delle cotiche.

Il cimitero

Jesi non è una metropoli ma ha almeno quattro cimiteri, recinti costruiti in epoche diverse come fossero cittadelle popolate di cappelle, di colombari, di tombe a terra, cimiteri costruiti seguendo lo stile architettonico dell’epoca. L’ultimo, il più moderno fece molto discutere perché ruppe questa usanza di costruire una cittadella a immagine dell’architettura dell’epoca. Hanno realizzato una specie di cittadella di cemento armato distrutta e destrutturata, non si sa bene se per effetto dell’apocalisse nucleare o della resurrezione che scoperchia le tombe. Si deve camminare molto su piani sfalsati spesso avendo la vista della campagna circostante e il profilo della città. Lì riposano i miei genitori che siamo riusciti a mettere vicini in un ambiente coperto e riparato dove i fiori non appassiscono immediatamente.  Sarò forse un figlio snaturato ma Foscolo aveva ragione: la memoria di chi ci ha preceduto, ci ha educato, ci ha accudito ci rende più forti e sereni. Ci rende più umani.

I bambini e i giovani

Questo fine settimana è stato tutt’altro che cupo. Il ritrovarsi, pur tra problemi e delusioni e preoccupazioni, dà sempre forza e felicità. Parlare dei tempi andati, ricordare aneddoti e i personaggi che hanno popolato la nostra esistenza ravviva l’anima. Avevo fatto un’ottima scelta nell’invitare a venire a Jesi una cugina che vive come me a Roma, la quale senza alcuna esitazione, nonostante i suoi 86 anni, ha accettato di fare un viaggetto per ritrovare le sue radici. Dina, questo è il suo nome, è una persona eccezionale che deve la sua vitalità alla sua splendida famiglia ma soprattutto alla lettura. Dorme poco e legge molto. Allora parlare con lei è come scrivere e rileggere un libro prezioso. Emozionante è stato sentire che una sorella di mia madre, zia Bruna  ricordava quella Dina  che andò a casa di mamma a conoscer quella  coetanea timida  di cui Pietro si era invaghito. E siccome tutto accade secondo una sapiente regia, da pochi giorni  avevo dissepolto dalla scatola delle fotografie dei miei una foto di una dolcissima ragazza di sedici anni che doveva essere proprio Dina. Episodi teneri e felici che rimanevano nei racconti di Dina come se la guerra non fosse esistita. Così ho pensato a quell’epoca quando ho incontrato i numerosi bambini che popolano queste case dei miei parenti. Bambini bellissimi, educati, sereni, pieni di vita. Guardandoli insieme ai loro genitori ho visto che da loro proviene una misteriosa carica vitale che scioglie le preoccupazioni, o meglio, prospetta un futuro colorato e attraente.

Svolta generazionale

Mio figlio mi ha chiesto come mai non avevo scritto niente a commento di queste giornate storiche che ci hanno coinvolto emotivamente, lo psicodramma della fiducia al governo Letta e la strage degli innocenti che cercavano di sbarcare nella terra promessa.

Questo blog vorrebbe raccogliere racconti e riflessioni; bisogna far passare qualche ora e qualche notte insonne per maturare qualche riflessione che non sia una reazione e basta. E questa mattina mi sono svegliato con un’idea in testa che mi va di condividere: mercoledì scorso si è consumato un passaggio generazionale.

I 40- 50 enni che finora hanno fatto i vice ubbidienti hanno lentamente tessuto una trama di rapporti e di collaborazione che si è consolidata nel governo che doveva essere solo un governo di servizio. Hanno trovato in Henry un tipo tosto, un tipo preparato con la schiena diritta, si sono messi al lavoro e hanno fatto  quel che hanno potuto. Quando sono stati colpiti dal fuoco amico

  • dei Brunetta che faceva lo spiritoso volendo comandare a bacchetta come se il governo fosse una badante a mezzo servizio,
  • dei Renzi che cinguettava sparando ricettine risolutive su ogni possibile palcoscenico,
  • degli estremisti di ogni tipo che sognavano lira, rivoluzione, decrescita, internet, democrazia diretta,
  • della supponente critica sistematica degli organi di informazione,

quando si sono sentiti accerchiati hanno consolidato la loro solidarietà e si sono riconosciuti vicendevolmente come capaci di muoversi autonomamente senza attendere le prescrizioni del padre. Hanno così ritrovato il nonno, il vecchio saggio e dalla tempra forte come una roccia che non avendo anche lui nulla da perdere li ha incoraggiati e coperti facendo capire che poteva destinare direttamente l’eredità ai nipoti scavalcando i figli. Forse il nostro nonno, re Giorgio I, si ispira alla sua amica la regina Elisabetta.

Quando Silvius ha deciso di ribaltare il tavolo e di bloccare governo e parlamento senza riguardo per Henry che rappresentava l’Italia a Borgo Nuovo delegittimandolo, la reazione di Henry, generalmente riservato e controllato, quasi timido, è stata ferma quasi aristocratica, da cavaliere senza macchia. La sua reazione ha dato coraggio ai suoi e contro ogni previsione ha innescato quella reazione dentro la fazione di Silvius che ha ridato la fiducia al governo che voleva abbattere.

Il risultato è che ora i 50 enni hanno preso il potere e che si è compiuta la rottamazione della generazione precedente. La generazione dei baby boomer è fuori dal parlamento e progressivamente esce dalle stanze in cui il potere economico e politico viene gestito. Berlusconi forse più degli altri paga questo passaggio perché, oltre a tutte le responsabilità che ha e che conosciamo, ha la colpa di aver voluto nascondere anche fisicamente la sua senescenza e il suo declino, ha preteso di controllare come lui fosse un giovane dei  giovani ambiziosi e determinati che lo seguivano. Pensava di comandarli a bacchetta scegliendo nei posti chiave dei giovani privi del quid perché non potessero essere capaci di pugnalare il padre. Ma i giovani diventano adulti e conquistano il quid quando si rendono conto che il padre non è più all’altezza di reggere e si mette in disparte.

Questo Bersani lo aveva capito e ha molto investito per tirar su una generazione nuova di giovani. Ora continua a scarpinare tra una manifestazione e l’altra e il popolo PD gli è affezionato e lo rispetta ma non conta più nulla e mi sembra che sia sereno. L’ho visto a quella manifestazione a cui accennavo qualche giorno fa e si vedeva plasticamente che era in pace con il mondo.

Quindi mercoledì non è stato fatto fuori Berlusconi ma tutta una generazione.

La Repubblica riportava il giorno seguente a commento della giornata della fiducia le foto da giovani dei protagonisti vincenti della giornata, Letta, Alfano, Lupi, … quando erano degli outsider della politica nelle file della DC. In effetti la matrice profonda di tutti i protagonisti è quella cattolica anche se le strade politiche da essi percorse sono molto differenziate. Forse un altro nonno  li ha incoraggiati e illuminati, è stato quel papa Francesco che sta, lui sì, ribaltando il tavolo delle nostre abitudini richiamando ciascuno alla responsabilità di fare ciò che la nostra coscienza ci dice di fare al di là della convenienza. Si badi, non sto dicendo che riparte la DC o il blocco moderato, dico che vi è un rimescolamento di carte tra generazioni che forse sarà la vera chiave per uscire dalla crisi.

Se siete arrivati a leggere sin qui vi consiglio di leggere altri due post che ho dedicato alla questione del ricambio generazionale.

Giovani impauriti e vecchi biliosi

Generazioni e primarie