Spread, rendimenti futuri e i ‘conti della serva’

Nel post di ieri ho cercato di dimostrare che sullo spread sono state dette delle mezze verità: le variazioni repentine e massicce dello spread non si traducono istantaneamente in proporzionali variazioni dei costi degli interessi del debito. I tassi di rendimento sono sensibilmente variati in borsa perché i risparmiatori e gli speculatori nel vortice degli scambi, giocando sulla paura e sulla disinformazione, hanno consentito di tosare i paurosi a vantaggio di coloro che avevano le informazioni giuste. Ma lo Stato ha continuato a pagare gli stessi interessi nominali, salvo le obbligazioni di nuova emissione e i CCT che avevano una cedola variabile, cedola che però non è indicizzata allo spread, altamente nevrotico, ma a panieri di indici più legati all’economia reale e quindi meno esposti a sbalzi di umore. Non sono in grado di entrare nel fino di questo ragionamento ma mi sarebbe piaciuto avere idee più chiare in merito se la stampa, anche quella specializzata, offrisse al cittadino elementi più fattuali rispetto a teorie economiche fortemente ideologizzate su cui gli economisti si sono pavoneggiati a disquisire creando più dubbi e paure che strumenti conoscitivi per decidere in autonomia.

Ma torno all’affermazione di Scalfari: 100 punti di spread valgono 16 miliardi.

Intanto lo spread è una differenza tra i rendimenti dei BTP decennali italiani e gli equivalenti Bund tedeschi. Se lo spread è a 500 significa che se il BTP rende il 7% il Bund rende il 2%. Se lo spread scende a 400 (i famosi 100 punti in meno) può essere successo

  • che il BTP rende 6% e il Bund resta al 2%
  • ma potrebbe anche essere successo che il BTP continua a rendere il 7 e il Bund il 3%
  • oppure il BTP il 6,5% e il bund 2,5% .. e chi più ne ha più ne metta.

Quindi il ragionamento sugli aggravi di costo o sui risparmi andrebbe basato non sullo spread ma sul valore assoluto del rendimento. Ma come abbiamo visto nel precedente post il rendimento registrato negli scambi in borsa non modifica i rendimenti nominali pagati dallo Stato ai possessori dei BTP, influenza semmai i rendimenti delle nuove emissioni.

Le nuove emissioni dei titoli di debito a breve. In effetti il giochetto dei rating si è rivelato decisivo e molto pericoloso per le nuove emissioni: i grandi investitori, in particolare i fondi pensioni applicano delle procedure automatiche che scelgono di acquistare solo obbligazioni con un certo livello di affidabilità. Se il rating fosse sceso troppo, i nostri BOT e BTP non avrebbero potuto  essere comprati da certi fondi pensione e il rischio dell’invenduto o della crescita oltre misura dei rendimenti si faceva concreto. Per fortuna le agenzia di rating hanno declassato tanti stati e tante banche al punto che gli investitori istituzionale non hanno potuto concentrare i loro investimenti sui pochissimi  che avevano la tripla A, i quali, avendo molte richieste, di fatto non riconoscevano rendimenti interessanti come è accaduto alla Germania che ha addirittura riconosciuto rendimenti negativi. Quindi la massa di danaro disponibile ad acquistare le nuove emissioni è restata invariata e i tassi di interesse non si sono discostati molto da quelli storici.

Ma cerchiamo di fare qualche ‘conto della serva’. Qual è la vita media dei titoli di debito emessi dalla Stato italiano. Supponiamo che siano 10 anni, alcuni buoni hanno una vita residua di 30 anni ma altri di pochi mesi. Se assumiamo in 2.000 miliardi la massa del debito, ogni anno si devono rinnovare 2.000/10 miliardi cioè 200 miliardi. Non so se ricordate che all’avvio del governo Monti si disse che in pochi mesi andavano in scadenza, e quindi dovevano essere rinnovati, circa 200 miliardi di euro, una cifra gigantesca che è difficile immaginare. Ovviamente, se coloro che detenevano i 200 miliardi in scadenza avessero deciso di incassare moneta e di riinvestire in BTP australiani o brasiliani o canadesi, lo Stato italiano non avrebbe avuto i 200 miliardi nemmeno se ci avesse spremuto come limoni, ma  in questi passaggi  spesso accade che chi ha un titolo in scadenza lo rinnova.  I 200 miliardi liquidi non servono, si scambia l’obbligazione vecchia con una nuova. In questo passaggio, nella peggiore della ipotesi, se i rendimenti di mercato sono cresciuti in media di un punto, lo Stato dovrà riconoscere quel punto in più sui 200 miliardi, quindi vi sarà a partire da quell’anno un aggravio di costi di 2 miliardi non di 16. Lo stesso ragionamento si può fare nel caso più felice della diminuzione. Ma ho detto che questa è l’ipotesi peggiore perché i rendimenti di buoni decennali o ventennali o trentennali risentono delle condizioni economiche del momento in cui sono stati emessi. Se si va a leggere un listino dei buoni acquistabili in borsa,  si osserverà che i rendimenti sono tutti altini perché il nostro debito è alto da molto tempo  e le crisi finanziarie sono più frequenti di quanto noi ricordiamo. Quindi nella fase di rinnovo anche in questa fase così delicata potrebbe addirittura capitare che il tasso medio non aumenta rispetto a quello già corrisposto sui titoli in scadenza. Credo che il Tesoro quest’anno abbia rinnovato i buoni riducendo la vita residua in considerazione del fatto che quelli a breve riconoscevano interessi molto bassi, contendo così la spesa per interessi.

Ed ora cosa faccio? Torniamo al mio caso, visto che sapete molto degli affari di casa mia. L’avere acquistato obbligazioni con spread alto mi assicura ora una plusvalenza che potrei monetizzare vendendo tutto, altrimenti se manterrò ad esempio il BTP con scadenza 2033 fino alla scadenza il vantaggio di oggi svanirà nel tempo e il rendimento che avrò nel lungo periodo sarà esattamente quello effettivo al momento dell’acquisto cioè circa il 7%. Evidentemente la telepatia esiste. Oggi il sole24ore mi dà una risposta, bùttati sui certificati di deposito bancari perché il bazooka di Draghi abbatterà i rendimenti dei BTP.  Non faccio commenti, che mi sorgono spontanei se aggiungo che, sempre oggi, telefonando al numero verde della mia banca per una disfunzione della comunicazione internet del conto online, l’operatore alla fine mi dice. Approfitto per ricordarle che c’è una interessante emissione di certificati di deposito, le conviene chiedere in agenzia. Ovviamente non penso di accedere ora all’intermediazione bancaria per lucrare un quarto di punto quando, come ho mostrato, sono in gioco decine di punti percentuali. Spiace vedere che le banche non si decidono a raccogliere denaro per finanziare le aziende ma probabilmente continuano a intrugliare intorno a obbligazioni di cui riescono a far variare rapidamente i corsi.

Grato al concittadino di Pistoia. Nella decisione di investire una buona parte delle nostre liquidazioni in titoli di debito pubblico italiano ha influito anche quel concittadino di Pistoia, del quale non ricordo il nome e al quale il Presidente dovrebbe conferire una onorificenza, che invitò i cittadini a sottoscrivere o a comprare i BOT e i BTP italiani. Le sue motivazioni non erano meramente patriottiche ma scaturivano da un ragionamento: se tutto il debito fosse in mano ai cittadini italiani come accade per il debito giapponese, non ci sarebbero speculazioni né rischi di rating abbassati, né si parlerebbe di spread e gli interessi potrebbero essere più bassi e il bilancio dello stato sarebbe gravato da meno oneri per il pagamento degli interessi. Quindi la crisi finanziaria sarebbe risolta senza aumentare le tasse o fare sacrifici particolari. In una seconda intervista televisiva, resosi conto che era impossibile convincere i cittadini ad un gesto altruistico e patriottico in un momento in cui si vedevano le peggiori porcate realizzate dai nostri politici, fece un ragionamento del tutto opportunistico: se ora sono i cinesi a finanziare il mio debito prima o poi tra dieci o vent’anni io o i miei figli dovremo restituire tutto il debito dopo aver pagato gli interessi, se il debito posso  finanziarlo io, almeno mi riprendo gli interessi. Nella mia scelta io ho aggiunto altre considerazioni prudenziali: l’Italia è troppo grande per poter fallire, potrebbe scegliere di tornare alla lira, potrebbe sottoporsi alla cura Monti e rientrare a pieno titolo nell’economia europea. Il primo caso sarebbe così catastrofico per l’intero sistema globale da poter essere escluso, come se nella scelta di un investimento si dovesse considerare la possibilità che un meteorite colpisca e distrugga Roma. Se si tornasse alla lira avrei un titolo espresso in una moneta forte e avrò tante lirette svalutate, se funziona la cura Monti, posso investire in titoli che la gente svende e che renderanno per decine di anni come pochi titoli hanno reso in questi ultimi decenni. Per onestà devo dire che su questo investimento non ho messo tutti i miei risparmi e tutto il mio patrimonio, ma, come la mia famiglia, molte altre potrebbero considerare questa prospettiva, non solo come un atto civico, ma anche come una decisione economicamente vantaggiosa.

Alla prossima

Si torna a ragionare

Ieri una buona notizia dall’asta dei Bund tedeschi ed oggi siamo in attesa delle decisioni della BCE circa la possibilità di acquistare titoli di debito pubblico europei a breve scadenza.

Finalmente torna la ragionevolezza e gli investitori, capito che l’euro a breve non si scioglie come neve al sole, si sono chiesti perché dovevano pagare per prestare i soldi alla Germania quando erano disponibili altri titoli denominati in euro, che avevano grosso modo le stesse probabilità di essere rimborsati, disponibili a tassi molto più alti. Così le richieste di Bund da parte degli investitori sono stati inferiori all’offerta. E’ un giro di boa.

Ovviamente lo spread scenderà non tanto perché gli interessi sul debito pubblico italiano diminuiranno di 2 punti (sarebbe molto bello!) ma perché anche i tedeschi dovranno pagare almeno il 2 o 3 % sul loro debito. Spero che Monti abbia il coraggio di chiarirlo, lo spread potrebbe andare a 200 ma gli interessi sul  nostro debito gigantesco rimarranno necessariamente prossimi a quelli attuali. Ma spero anche che un po’ di italiani facciano i conti meglio e si rendano conto della convenienza dell’investimento nel proprio paese o intraprendendo qui o finanziando il debito pubblico e/o pagando integralmente e civilmente tasse e tributi.

Forza Monti

Monti nell’intervista allo Spiegel ha centrato l’obiettivo alzando però un polverone generato dall’ipocrisia pseudo democratica europea. Ha detto in sostanza: attenti cari tedeschi, attento caro Barroso e compagni, non tirate troppo la corda perché i popoli si possono ribellare e allora anche chi si sente al sicuro potrebbe avere problemi. I paesi forti non hanno pagato un euro per alleviare i problemi di chi è in difficoltà, anzi un sistema perverso di rating costringe i paesi deboli a finanziare il debito dei tedeschi, il più grande d’Europa, i quali ottengono soldi in prestito a tassi negativi, guadagnandoci. Ha poi aggiunto: attenti, che i passaggi saranno stretti e che è a rischio la democrazia perché certe cure ingrate nei parlamenti non passano o sono molto difficili. Ora lo accusano di essere un golpista autoritario e non, piuttosto, un sincero e colto democratico che guarda alla realtà con la preoccupazione di chi conosce la storia della prima metà del secolo scorso.

Autorevole conferma

Quest’oggi nell’intervista a un quotidiano tedesco il premier Monti tra le altre cose ha detto che con questi spread  lo Stato italiano paga in parte gli interessi che la Germania non paga sui suoi Bund, che riesce a piazzare a rendimenti negativi. Forse le considerazioni che ho pubblicato sul post ‘Perché pagare per prestare i propri soldi?’ erano fondate.