Ribollita toscana

Alla Leopolda viene servita di nuovo la minestra riscaldata di buone idee che in questi anni ha fatto la fortuna del baldo Mattia il gradasso. Quando doveva scalzare l’establishment del proprio partito, la riunione aveva un tono innovativo, un sapore fresco e rigenerante, comunicazioni veloci e semplici, ognuno poteva contribuire con un intervento di 10 minuti con poche idee, poi si scoprì che la carta intestata del meeting era fornita da un ex manager del gruppo Mediaset ma ormai i giovani rivoluzionari piddini erano vicini alla meta, chi assessore, chi parlamentare, chi ministro, la rivoluzione era fatta. Niente stendardi del partito, accoglienza calorosa per tutti soprattutto per i danarosi di successo che non amavano Berlusconi. Ora i leopoldini sono al potere, hanno il partito, hanno il governo, hanno intere regioni ma è bello ritrovarsi alla Leopolda per continuare a sognare, a proporre, a riproporre il minestrone che il quaranta per cento di elettori sembra aver gradito. In effetti in Toscana un minestrone con il cavolo nero riscaldato il giorno dopo gode di buona fama nei menu invernali, è la ribollita.

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Privato pubblico

Il post di oggi nasce dalla lettura di un articolo del messaggero on line sulle ispezioni pazze delle caldaie a Roma.

Il Comune di Roma ha dovuto convocare la ditta privata incaricata di certificare la regolarità delle istallazioni delle caldaie per il riscaldamento degli appartamenti e dei condomini poiché molti cittadini si erano lamentati delle molestie generate da procedure scomode e costose attuate dalla ditta.

In particolare i cittadini si lamentavano di dover pagare un’altra ditta privata per svitare il pannello perché gli ispettori dovevano trovare la macchina facilmente ispezionabile.

La vicenda è emblematica di un lungo processo di trasformazione delle nostra società che ha ritenuto di modernizzarsi liberandosi dello stato centrale e del pubblico a favore del decentramento e del mercato come regolatori dell’efficienza e dell’economicità dei costi.

No allo stato imprenditore

Ci fu detto che le partecipazioni statali erano dei carrozzoni inefficienti che foraggiavano la DC e quindi furono gradualmente dismessi, spezzettati, venduti ristrutturati. Contemporaneamente sono state realizzate delocalizzazioni che hanno migliorato la qualità dell’aria ma che hanno prosciugato i posti di lavoro. Il capitalismo nostrano ha comprato e venduto con un’ottica finanziaria ed ora quasi tutte le grandi infrastrutture produttive sono in mano a famiglie, multinazionali o stati stranieri. Il caso Ilva è un residuo di questo processo di privatizzazione  di industrie di stato dell’acciaio in cui il privato non si è dimostrato più efficiente o meno inquinante del carrozzone IRI.

No ai comuni imprenditori

Successivamente il capitalismo goloso ha messo gli occhi sulle municipalizzate, aziende spesso in perdita, mal gestite, pascolo grasso per politici ingordi. Così le centrali del latte, le municipalizzate dell’acqua, dell’immondizia,  dei trasporti locali diventarono Spa o aziende semipubbliche i cui affari erano garantiti dalle necessità inderogabili dei cittadini, (acqua, gas, latte, acqua approvvigionamento generi alimentari, smaltimento rifiuti sono come l’ossigeno per le città). Il processo è ancora in atto ma è già stato attuato in larga parte, uno stop è avvenuto recentemente con il referendum sull’acqua in cui è apparso chiaro come il privato pretendesse di appropriarsi di risorse pubbliche controllandone la distribuzione senza accollarsi il rischio di impresa, cioè lavorando con tariffe garantite dalla concessione pubblica.

Funzioni dello stato diventano pubbliche

La scuola e la sanità, sempre in quest’ultimo ventennio, si sono sempre più configurate come sistemi pubblici cioè come sistemi composti da pezzi di strutture statali, regionali o comunali e da pezzi di strutture private che operavano con finanziamenti pubblici, cioè che lavoravano in una sorta di competizione interna priva di controllo terzo rispetto ai contendenti e garantita dall’obbligo di legge di fornire il servizio, istruzione e guarigione. Il mito della competizione non ha dato frutti poiché in entrambi gli ambiti il mercato non è in grado di regolare la qualità del servizio, nell’istruzione le famiglie sono interessate al titolo di studio meno alla reale formazione dei figli, nella sanità il malato non è in grado di scegliere chi lavora meglio, la sua ignoranza e incompetenza è abissale rispetto a quella necessaria per intervenire positivamente su di lui. La situazione che sta emergendo ora nel mondo della sanità, molti malesseri della scuola sono la conseguenza di un sistema che va in crisi se le risorse si riducono, che cioè non è competitivo e non è in grado di adattarsi alle situazioni mutevoli dell’economia. Quindi un processo di privatizzazione che non ha prodotto efficienza.

Il controllo affidato ai privati

Questo progressivo spolpamento dello stato e del sistema pubblico nelle sue varie articolazioni è giunto ora a toccare una funzione tipica del pubblico, quella del controllo. Il pubblico deve costare meno perché dobbiamo pagare meno tasse ma qualcuno deve evitare che la gente vada in giro con macchine inefficienti, che inquini l’aria con bruciatori mal regolati, che faccia funzionare ascensori insicuri, che venda case in cui si prende la scossa e si muore. Facile, basta introdurre l’istituto della certificazione e dei certificatori. I privati devono dotarsi di una certificazione per tenere aperto l’ascensore, per illuminare l’appartamento che affittano, per accendere la caldaia, per tenere aperto un asilo, etc. Nasce così una nuova burocrazia assai più potente di quella pubblica o statale che rilascia certificazioni, sia certificazioni di qualità, (questo ristorante ha 4 forchette, questo albergo ha quattro stelle) sia certificazioni di rispetto di standard minimi (quest’acqua non è inquinata). Ovviamente qualcuno deve pagare questo servizio e quindi paghiamo meno tasse perché gli uffici comunali sono meno pletorici ma ad ogni piè sospinto dobbiamo mettere mano al portafoglio.

Cessione di potere

Il caso delle ispezioni delle caldaie a Roma nasce dal fatto che una sola ditta ha ottenuto il monopolio del controllo per cui fissa le regole liberamente visto che i costi sono convenzionati, comunque pesanti per un cittadino ignaro del valore della cosa. Il problema non sarebbe forse sorto se fosse stata meglio distinta la fase della certificazione e quella del controllo che dovrebbe essere gratuito e finanziarsi solo con le eventuali multe a coloro che non sono in regola. Ma al pubblico si toglie la potestà della sanzione per trasferire tutto a livello della transazione economica in cui tutto si aggiusta purché si paghi. E chi controlla il controllore se lo stato viene disarmato?

Meno Stato più mercato, una chimera fallace di questo ventennio. E i capitali se ne sono andati dove lo stato è forte e autorevole.

Ho trovato particolarmente felice il titolo dato alla lettera di intenti del centrosinistra: Italia bene comune. Se lo statalismo è finito con il Muro di Berlino, se il mercato e la finanza non hanno mantenuto le loro promesse anzi ci hanno danneggiato, forse una nuova strada più promettente è quella della condivisione comunitaria in cui le cose di tutti sono le più preziose, le più rispettate e le più curate.

Grave sarebbe non saper distinguere tra un bene comune, un bene pubblico e una proprietà privata, sostenevo nell’unico testo politico che avevo diffuso tra i miei docenti quando ero ancora preside e si doveva votare al referendum.

Discussioni sulla rete

Questo è un mio commento in una animata discussione di un post di G+ che diffondeva un video circa il valore positivo per l’Italia della strada scelta dall’Islanda per affrontare la crisi finanziaria del 2008.

Ho riletto tutti i commenti al post e riascoltato il video. Mi permetto di riintervenire nella discussione suggerendo da un lato la lettura di un documento presente sulla rete http://micheledisalvo.files.wordpress.com/2012/05/chi-cc3a8-dietro-grillo.pdf che concerne il caso Grillo ma che chiarisce molto bene i meccanismi manipolatori della pubblica opinione che la rete consente al di la dell’apparente libertà di espressione dei partecipanti. Ad esempio in questa discussione almeno due o tre partecipanti sembrano rientrare nella tipologia dell’influencer. Ad esempio qualcuno ha intenzionalmente inserito errori grammaticali oltre il limite probabile forse per dare al proprio intervento una tonalità che spostava quella prevalente in questo gruppo. Ma sempre rimanendo nella questione sollevata dal documento che ho citato è proprio il video che, raccontando cose quasi vere, induce in generalizzazioni improprie. Il caso Islanda non è paragonabile al caso Italia, 1 per i tempi, 2 per il merito. Parallelismo temporale: nel 2007 la crisi americana dei subprime (fallimento delle famiglie che non pagarono i mutui che poteva determinare  il fallimento delle banche americane e a catena   il fallimento delle banche di mezzo mondo) fu risolto facendo fallire qualche banca americano e salvando le banche europee attraverso l’intervento degli Stati di appartenenza delle banche. L’Italia non ebbe grossi problemi perché le nostre banche non avevano in pancia troppi titoli tossici (robaccia emessa dagli americani che si basava sui muti fondiari delle famiglie americane) mentre Francia, Germania, Inghilterra, dovettero intervenire a sostegno della proprie banche e per questo si accollarono le perdite nei propri bilanci statali. L’Islanda, che era ormai con Internet come una piccola Svizzera la sede di banche che raccoglievano risparmi da tutti il mondo, banche che avevano in pancia molti titoli tossici di nessun valore, non aveva un bilancio nazionale coerente con tale  guaio e ben fece a lasciare al loro destino le banche garantendo solo i depositi dei propri cittadini risparmiatori e dei pensionati. In realtà quelle banche con sede islandese sono state in parte salvate dagli inglesi e dagli olandesi a garanzia dei cittadini di quegli stessi stati. L’Islanda si è un po’ impoverita ad esempio perché meno persone lavorano nel sistema bancario ma  il sistema statale e del welfare rimaneva in sostanziale equilibrio ed era sostenibile con le attività tradizionali e le risorse ambientali disponibili. Sono passati 5 anni e quella crisi internazionale ha impoverito tutti diffondendo recessione e aggravando i debiti accumulati nel tempo dagli Stati. Nel frattempo sono state introdotte norme più severe sulla contabilità delle banche per cui la raccolta di denaro per finanziare imprese, stati e famiglie è diventata più onerosa e tutto il sistema è diventato più interdipendente e precario. Il debito dell’Italia non è delle banche ma dello Stato, non lo ha mangiato la Casta come il Corriere della Sera tende a dire ma è la somma di politiche che negli anni hanno assicurato più benessere del dovuto. Il video presenta una soluzione quasi romantica di un cantante che fa il miracolo di una transizione dolce e democratica suggerendo che un demiurgo, un comico o un santo o un fichissimo imprenditore possa cavarci d’impiccio … Ma non è così.  

Debito pubblico e ruolo delle banche

Due settimane fa  nella trasmissione della Annunziata è stato intervistato Profumo attuale AD di MPS e defenetrato AD di Unicredit.

Due questioni sono state sollevate tra le altre:

  1. che fine hanno fatto i danari prestati dalla BCE alle banche e perché non sono finiti alle imprese per lo sviluppo
  2. è preoccupante il fatto che gli investitori stranieri hanno ridotto gli acquisti di Buoni del tesoro italiani?

Sul primo punto Profumo è stato molto chiaro: se si fa 100 il totale della raccolta, cioè quanto le famiglie hanno versato nei loro conti correnti, 130 è l’esposizione verso le imprese e le istituzioni che chiedono mutui e prestiti. La differenza 30 viene coperta da prestiti e titoli che le banche stesse hanno emesso per raccogliere su varie piazze finanziarie il denaro necessario. Poiché dopo la crisi finanziaria del 2007 sono state adottate regole più severe circa la copertura dei rischi delle banche, in particolare poiché i titoli di debito sovrano (degli stati) sono ora considerati a rischio, la provvista di euro che le banche hanno ricevuto dalla BCE serve a garantire le coperture necessarie alle banche per offrire al mercato più di quello che i risparmiatori stanno mettendo a disposizione per loro tramite.

La risposta al punto 2 è stata meno chiara e più prudente anche se lo sguardo tradiva la voglia di dire ciò che un banchiere ora non può dire. Se i fondi pensione americani o gli stati ricchi di valuta non comprano i titoli pubblici italiani o europei e  se si vogliono tener bassi i rendimenti occorre che qualcun altro compri. Ed in effetti qualcun altro ha comprato visto che un buon 20% del debito italiano detenuto all’estero è rientrato. Forse gli italiani hanno seguito la proposta di quel signore pistoiese che dimostrò che questa era la cosa più intelligente da fare per un risparmiatore italiano? Profumo non lo ha detto perché la coperta per coprire il debito pubblico e finanziare le imprese è stretta e troppi italiani (anche le imprese) portano i loro risparmi in svizzera o in altre piazze finanziarie. Se, per ipotesi, gli italiani ricomprassero tutto il loro debito pubblico l’Italia potrebbe diventare come il Giappone in cui il debito pubblico è circa 2 volte il PIL, molto peggio dell’Italia , ma i tassi stanno all’1% perché i giapponesi, più intelligenti di noi, detengono il proprio debito pubblico e non speculano contro se stessi.