Privato pubblico

Il post di oggi nasce dalla lettura di un articolo del messaggero on line sulle ispezioni pazze delle caldaie a Roma.

Il Comune di Roma ha dovuto convocare la ditta privata incaricata di certificare la regolarità delle istallazioni delle caldaie per il riscaldamento degli appartamenti e dei condomini poiché molti cittadini si erano lamentati delle molestie generate da procedure scomode e costose attuate dalla ditta.

In particolare i cittadini si lamentavano di dover pagare un’altra ditta privata per svitare il pannello perché gli ispettori dovevano trovare la macchina facilmente ispezionabile.

La vicenda è emblematica di un lungo processo di trasformazione delle nostra società che ha ritenuto di modernizzarsi liberandosi dello stato centrale e del pubblico a favore del decentramento e del mercato come regolatori dell’efficienza e dell’economicità dei costi.

No allo stato imprenditore

Ci fu detto che le partecipazioni statali erano dei carrozzoni inefficienti che foraggiavano la DC e quindi furono gradualmente dismessi, spezzettati, venduti ristrutturati. Contemporaneamente sono state realizzate delocalizzazioni che hanno migliorato la qualità dell’aria ma che hanno prosciugato i posti di lavoro. Il capitalismo nostrano ha comprato e venduto con un’ottica finanziaria ed ora quasi tutte le grandi infrastrutture produttive sono in mano a famiglie, multinazionali o stati stranieri. Il caso Ilva è un residuo di questo processo di privatizzazione  di industrie di stato dell’acciaio in cui il privato non si è dimostrato più efficiente o meno inquinante del carrozzone IRI.

No ai comuni imprenditori

Successivamente il capitalismo goloso ha messo gli occhi sulle municipalizzate, aziende spesso in perdita, mal gestite, pascolo grasso per politici ingordi. Così le centrali del latte, le municipalizzate dell’acqua, dell’immondizia,  dei trasporti locali diventarono Spa o aziende semipubbliche i cui affari erano garantiti dalle necessità inderogabili dei cittadini, (acqua, gas, latte, acqua approvvigionamento generi alimentari, smaltimento rifiuti sono come l’ossigeno per le città). Il processo è ancora in atto ma è già stato attuato in larga parte, uno stop è avvenuto recentemente con il referendum sull’acqua in cui è apparso chiaro come il privato pretendesse di appropriarsi di risorse pubbliche controllandone la distribuzione senza accollarsi il rischio di impresa, cioè lavorando con tariffe garantite dalla concessione pubblica.

Funzioni dello stato diventano pubbliche

La scuola e la sanità, sempre in quest’ultimo ventennio, si sono sempre più configurate come sistemi pubblici cioè come sistemi composti da pezzi di strutture statali, regionali o comunali e da pezzi di strutture private che operavano con finanziamenti pubblici, cioè che lavoravano in una sorta di competizione interna priva di controllo terzo rispetto ai contendenti e garantita dall’obbligo di legge di fornire il servizio, istruzione e guarigione. Il mito della competizione non ha dato frutti poiché in entrambi gli ambiti il mercato non è in grado di regolare la qualità del servizio, nell’istruzione le famiglie sono interessate al titolo di studio meno alla reale formazione dei figli, nella sanità il malato non è in grado di scegliere chi lavora meglio, la sua ignoranza e incompetenza è abissale rispetto a quella necessaria per intervenire positivamente su di lui. La situazione che sta emergendo ora nel mondo della sanità, molti malesseri della scuola sono la conseguenza di un sistema che va in crisi se le risorse si riducono, che cioè non è competitivo e non è in grado di adattarsi alle situazioni mutevoli dell’economia. Quindi un processo di privatizzazione che non ha prodotto efficienza.

Il controllo affidato ai privati

Questo progressivo spolpamento dello stato e del sistema pubblico nelle sue varie articolazioni è giunto ora a toccare una funzione tipica del pubblico, quella del controllo. Il pubblico deve costare meno perché dobbiamo pagare meno tasse ma qualcuno deve evitare che la gente vada in giro con macchine inefficienti, che inquini l’aria con bruciatori mal regolati, che faccia funzionare ascensori insicuri, che venda case in cui si prende la scossa e si muore. Facile, basta introdurre l’istituto della certificazione e dei certificatori. I privati devono dotarsi di una certificazione per tenere aperto l’ascensore, per illuminare l’appartamento che affittano, per accendere la caldaia, per tenere aperto un asilo, etc. Nasce così una nuova burocrazia assai più potente di quella pubblica o statale che rilascia certificazioni, sia certificazioni di qualità, (questo ristorante ha 4 forchette, questo albergo ha quattro stelle) sia certificazioni di rispetto di standard minimi (quest’acqua non è inquinata). Ovviamente qualcuno deve pagare questo servizio e quindi paghiamo meno tasse perché gli uffici comunali sono meno pletorici ma ad ogni piè sospinto dobbiamo mettere mano al portafoglio.

Cessione di potere

Il caso delle ispezioni delle caldaie a Roma nasce dal fatto che una sola ditta ha ottenuto il monopolio del controllo per cui fissa le regole liberamente visto che i costi sono convenzionati, comunque pesanti per un cittadino ignaro del valore della cosa. Il problema non sarebbe forse sorto se fosse stata meglio distinta la fase della certificazione e quella del controllo che dovrebbe essere gratuito e finanziarsi solo con le eventuali multe a coloro che non sono in regola. Ma al pubblico si toglie la potestà della sanzione per trasferire tutto a livello della transazione economica in cui tutto si aggiusta purché si paghi. E chi controlla il controllore se lo stato viene disarmato?

Meno Stato più mercato, una chimera fallace di questo ventennio. E i capitali se ne sono andati dove lo stato è forte e autorevole.

Ho trovato particolarmente felice il titolo dato alla lettera di intenti del centrosinistra: Italia bene comune. Se lo statalismo è finito con il Muro di Berlino, se il mercato e la finanza non hanno mantenuto le loro promesse anzi ci hanno danneggiato, forse una nuova strada più promettente è quella della condivisione comunitaria in cui le cose di tutti sono le più preziose, le più rispettate e le più curate.

Grave sarebbe non saper distinguere tra un bene comune, un bene pubblico e una proprietà privata, sostenevo nell’unico testo politico che avevo diffuso tra i miei docenti quando ero ancora preside e si doveva votare al referendum.

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