La sanità bene comune

Vorrei raccontare una piccola avventura di due giorni fa per approfondire la tematica del blog Pubblico privato

Il pubblico è stato privatizzato e il privato è diventato pubblico. Dovevo sottopormi ad una visita specialistica di un fisiatra, postumi della caduta.

Dopo due mesi circa dalla richiesta del medico di base  ho finalmente l’appuntamento presso un ospedale pubblico. Non sono abituato ancora a girare per ospedali e la ricerca del luogo esatto dell’appuntamento mi creava una leggera ansia. Prima la cassa, poi l’ambulatorio. Leggo attentamente i cartelli e subito noto che si sovrappongono vari interventi e stili, cartelli quasi antichi, segnali eleganti e ben leggibili, cartelli scritti a mano più o meno recenti. Il percorso consigliato in realtà non esiste più a causa di lavori in corso che hanno chiuso alcuni passaggi. Arrivato alle casse, un addetto infreddolito mi aiuta a scegliere il tipo di numeretto e immediatamente vengo servito da impiegate gentili ed efficienti. Dico a me stesso: guarda come funziona tutto, ma perché la gente si lamenta!? Spiacente ma nella ricetta non è indicato il codice numerico della patologia diagnosticata dal suo medico di base ed è come se non avesse la ricetta. Mi scusi ma non potrebbe metterlo lei, in fondo la patologia è indicata in chiaro per iscritto. Sì è vero, ma a parte che non posso modificare una ricetta, per quella patologia ci sono 5 sottocodici e io che ne so qual è? Vedendomi perso, già rassegnato all’idea di cominciare daccapo la procedura, mi suggerisce sottovoce con aria complice, provi a chiamare il medico e si faccia dire il codice. Mi raccomando, usi un inchiostro dello stesso colore. Capito, ma io non ho il telefonino del medico, non ho una penna. Mi sento perso. Sei stato preside a capo di una comunità di 1200 ragazzi e di 100 docenti e in una situazione del genere ti senti perso e incapace, inizia così la vecchiaia.

Alla fine riesco a contattare il medico tramite la solita Lucilla e con il mio codice supero lo scoglio delle casse, pago circa 30 euro e proseguo il mio percorso. Dove devo andare? guardi è facile si trova proprio davanti a noi. Naturalmente nei cartelli non c’è scritto fisiatra ma tante altre cose vagamente attinenti, arrivo dopo varie incertezze all’ambulatorio giusto e inizia un’altra piccola trafila in un ambiente piuttosto elegante, curato quasi familiare  Ci sono anziani con una bottiglia che vengono a fare gli auguri ai fisioterapisti che li seguono e che conoscono per nome. Le mie generalità vengono di nuovo registrate al computer dell’ambulatorio e vengo fatto accomodare, sarò chiamato con il numero 4. Bene, qui rispettano la privacy.

Dopo una breve attesa vengo ricevuto dal medico, una signora elegante e cortese che mi prende in carico. Pur avendo con me una voluminosa cartella clinica dell’incidente chiede più volte se avevo fatto due specifici esami alle parti di cui mi lamentavo. Mi prescrive queste due analisi e una nuova visita di controllo con lei. Chiedo, si possono far qui? certo ma le cose andrebbero troppo alle lunghe, le conviene un centro convenzionato, fa prima. Mi spiega il perché degli accertamenti richiesti e la sua ipotesi diagnostica. Ma lei quanti anni ha? 64. Sì in fondo questa patologia alla sua età è piuttosto frequente, come dire, rassegnati questa è la tua nuova condizione a cui ti devi adattare.

Cosa c’entra questo racconto con la questione del pubblico-privato? E’ proprio nel sistema sanitario che la questione è più stridente. Il cittadino, soprattutto se non ha  altro a cui pensare, cerca affannosamente di curare i propri malanni o di ottenere uno stato fisico migliore, cerca cioè di ottenere il massimo dal sistema che deve erogare il servizio che, essendo pubblico, è quasi gratuito. Il sistema per non subire l’assalto ha introdotto ticket, regole e procedure che dissuadono dall’accesso troppo facile e frequente al servizio. La prima linea di difesa sono i medici di base il cui primo compito è quello di concedere l’accesso ai benefici del servizio, medicinali e prestazioni ambulatoriali o ospedaliere, tenendo conto delle ristrettezze del bilancio. Da notare che i medici di base non sono dipendenti pubblici ma professionisti privati convenzionati regolati da un rapporto che lascia notevole autonomia. La Regione, che in questo caso è l’ente pagatore, ha una seconda linea di resistenza costituita dalla burocrazia e dalle sue regole. Il codice numerico che mancava nella mia ricetta serve a due scopi, a complicare il percorso per renderlo meno agevole e a controllare statisticamente che quelli della prima trincea non allarghino varchi d’accesso economicamente insostenibili. Superata la seconda trincea ci sono gli specialisti che dispongono di maggiori risorse, possono prescrivere prestazioni ed esami più costosi, possono attivare procedure ed interventi costosissimi che il sistema pubblico a piè di lista deve pagare.

Non voglio parlare qui delle deviazioni molto facili del sistema dovute alla disonestà degli addetti, allo scarso rendimento, alla furbizia della clientela. Parlo di una caratteristica specifica che crea una difficoltà al cittadino e che invece di creare consenso e coesione sociale crea frustrazioni, risentimenti invidie. In questo strano sistema costituito da prestatori d’opera pubblici e privati, dipendenti ed autonomi si inserisce ultimamente il ruolo devastato dei precari. Devastante per loro e per il sistema perché privi si prospettive, sviluppano una attitudine negativa di rivalsa, di aggressività o di rassegnazione che impoverisce e deteriora un sistema che ha la sua principale ragion d’essere nel trattamento di essere umani. Ovviamente atteggiamenti negativi con i pazienti sono frequenti anche in dipendenti che ormai pensano che il loro rapporto di lavoro sia una sine cura, un diritto inalienabile e insindacabile per arrivare alla pensione.

In un mondo che amplifica i contrasti e la competizione tra il pubblico e il privato (privato è bello, il pubblico è costoso ed inefficiente), in un sistema informativo che coccola il cittadino promettendo vita facile e felice a poco prezzo,  in un sistema che consente arricchimenti improvvisi e immeritati sulla pelle del bisogno dei cittadini, in una politica gestita da affaristi e ruffiani coloro che con abnegazione, competenza e spesso con eroismo tengono in piedi il sistema sanitario hanno veramente vita difficile.

Più ci rifletto e più mi convinco che se riuscissimo ad applicare il paradigma del bene comune anche al sistema sanitario ne usciremmo tutti più sani o più ricchi. Sì, più ricchi perché meno arrabbiati e più capaci di capire che l’impiegato che ti chiede il codice non ti sta facendo un torto ma difende la sostenibilità di un sistema che ti verrà ancora utile, più ricchi perché se tutti capissimo il valore di questo sistema non in termini di costi ma di benefici saremmo meno angustiati dalla restituzione del debito pubblico e più disposti a difenderlo sul mercato dei titoli.

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