Presidenti affaccendati

Assistiamo in questi giorni a uno strano spettacolo di cui pochi si meravigliano o si scandalizzano: il modo con cui i presidenti dimissionari delle due regioni in crisi la Lombardia e il Lazio stanno decidendo se, come  e quando andare a votare. Nel Lazio, dopo le proteste di Zingaretti, candidato dell’attuale minoranza di centrosinistra, il Tar, ovvero la magistratura, ha intimato alla Polverini di procedere nell’indizione delle elezioni e per tutta risposta, come fosse infastidita e distratta dal fitto lavorio di questi giorni nel produrre nuovi decreti, contratti e decisioni ricorre al Consiglio di Stato. In Lombardia Formigoni contratta, consulta, dichiara, si agita per gestire sia temporalmente sia nei contenuti le nuove elezioni inserendole come momento di un tatticismo preelettorale più tipico di un segretario di partito che di un presidente di un organo istituzionale.

Trovo la cosa indecente sia a causa della qualità e del profilo dei due personaggi politici che forse dopo la brutta figura della legislatura prematuramente  interrotta dovrebbero, questi sì, star zitti ed essere rottamati, sia a causa della preoccupante debolezza formale delle procedure di garanzia democratica di questi organi periferici della Repubblica. Il mito della governabilità porta ad un accentramento di potere sull’esecutivo, il presidente della regione, il quale anche dopo lo scioglimento dell’assemblea elettiva,  anche se fosse sciolta perché non lo sorregge più o perché il presidente va in minoranza, continua a poter decidere e ad operare politicamente senza un superiore organo di garanzia. Quando i nostri padri costituenti hanno pensato il nostro stato centrale sono stati più accorti dei riformatori arruffoni attuali prevedendo nella presidenza della repubblica e nella magistratura  organi di garanzia che intervengono nelle fasi in cui la rappresentanza democratica è vacante, nelle regioni tale struttura di garanzia non condizionata dal potere politico o personale non sembra esserci.

Leadership a tempo

In questi giorni abbiamo assistito alla rielezione di Barak Obama, un evento che ha riacceso la speranza perché in America non ha prevalso la reazione impaurita alla crisi ma la voglia di resistere e di difendere coloro che la stanno subendo. Il giorno dopo i mercati hanno reagito duramente sfidando il presidente, minacciando il declassamento del debito USA e ricordando lo spettro del fiscal cliff.

Nei nostri commenti televisivi l’aspetto che è stato più sottolineato è il decisionismo americano, il bipolarismo per cui uno solo vince, i vantaggi di una leadership forte, la presenza di un capo carismatico che è in grado di trascinare le folle e di polarizzare energie positive. Naturalmente l’immediata trasposizione alla nostra situazione nazionale porta a rivalutare il bipolarismo, la leadership forte e carismatica, le maniere forti e decise, rinasce già la nostalgia del ventennio da cui stiamo uscendo e che ha probabilmente guastato nel profondo la nostra società.

Penso che noi italiani abbiamo bisogno di una botta di buona democrazia, di una nuova partecipazione e che le figure carismatiche troppo accentrate e magiche siano un reale pericolo, indipendentemente da ciò che queste sostengono. Apprezzo molto l’understatement di Bersani che fa di tutto per apparire un compagnone gioviale che si confonde in mezzo ai suoi dando l’idea che si debba far gruppo. Tuttavia il fascino di Obama, le immagini così commoventi della sua famiglia, la sua stessa commozione, la sua oratoria solenne ed ispirata sono cose positive di cui ciascuno di noi ha bisogno per lenire le paure che ad ogni telegiornale si rinnovano.

E allora perchè da noi questa liturgia del capo non funziona ed è bene resistere al fascino dei Grillo o dei Berlusconi di turno? Perchè gli americani hanno inserito in costituzione, una carta sacra che in modo bipartisan tutti rispettano, che il re/presidente potrà regnare al massimo per 8 anni e alla fine deve addiritttura allontanarsi dalla capitale come se fosse destinato all’esilio. Niente ventennio, nessuna presunzione di lasciare tracce personali per la storia ma senso di un servizio da prestare a tempo con il massimo della devozione per le istituzioni che sole sopravvivono agli uomini.

Forse anche questo dovremmo apprendere dagli americani: al massimo n anni in ogni posizione apicale (sindaco, presidente di regione, presidente del consiglio, presidente della repubblica) e per i rinnovi delle rappresentanze una penalizzazione tipo handicap del golf, per coloro che si ripresentano. In queste condizioni saremmo più sereni nel vedere emergere all’improvviso figure nuove travolgenti che accendono gli animi. E poi,  indennità molto, molto più basse.

Storielle e tragedie

Sembra che ieri la presidente della regione Lazio si sia dimessa dopo alcune giornate confuse di tentativi di soluzione che hanno interessato tutte le istituzioni anche quelle nazionali. Nel frattempo siamo stati sommersi da informazioni inverosimili, non da indiscrezioni giudiziarie ma da dati oggettivi già pubblici, quali le varie indennità con le quali i nostri beneamati rappresentanti si coprivano d’oro. Ieri sera sul tardi su un talk show di Mediaset con, sullo schermo in primo piano, il volto assai espressivo del Fiorito, venivano elencati gli usi del PD dei fondi assegnati ai gruppi consiliari. Oltre a numerosi manifesti di propaganda politica comparivano anche ricche fatture presso ristorantoni e pregiate enoteche. Che tristezza soprattutto ascoltare i contorcimenti di chi vorrebbe apparire diverso dal signor Fiorito! Storielle infinite che potrebbero, con niente, trasformarsi in tragedia per la stessa democrazia.

Ma forse la democrazia ce la siamo già giocata? Mi chiedo. Come può essere successo? da dove viene fuori questo ceto politico arraffone, magnone e privo di dignità? È solo lo specchio del degrado della nostra società, no, continuo a pensare che siamo migliori di questi cialtroni. Mi convinco sempre di più che questa selezione in senso negativo del nostro ceto politico sia l’effetto del nostro sistema elettorale, soprattutto del mito fortemente distorcente della governabilità.

Nel nostro sistema convivono due modelli: quello applicato agli enti locali, che tutti decantano come molto stabile, e quello nazionale che alcuni dicono essere poco rispettoso della volontà del popolo. Se la Polverini si dimette, il consiglio regionale, che è l’equivalente del Parlamento nazionale, non può eleggere un altro ‘Governatore’ ma va a casa e si rifanno le elezioni. Ciò è vero anche per i sindaci. Questo sistema e la sua stabilità si fonda sulla capacità di un personaggio di raccogliere voti avendo un volto telegenico o un buon radicamento sociale o un capillare radicamento telematico o una leadership personale o una rete di appoggi più o meno occulta.  Marazzo e Polverini sono due personaggi televisivi (Polverini è cresciuta come personaggio essendo invitata quasi come ospite fisso a  Ballarò essendo rappresentante sindacale di una formazione di destra piuttosto esigua) rispetto ai quali le assemblee elettive erano appiattite, proprio per la loro dipendenza dalla sopravvivenza del Governatore. Mandare in minoranza il governo regionale significa sciogliere l’assemblea e interrompere lo stipendiuccio che viene elargito ai consiglieri. Se Polverini ha deciso di punire la sua maggioranza indegna e riottosa rimandandola di fronte al corpo elettorale è perché, forse, non ha nulla da perdere o perché vuol lasciare la politica di cui è schifata o perché mediaticamente è ora così ‘gajarda’ da potersi ricostruirsi una maggioranza più solida e più coerente con i propri obiettivi.

Ma perché tutto ciò sarebbe una tragedia per la democrazia? Visto che si va a votare! In queste condizioni normative le assemblee elettive, a partire da comuni piccoli e grandi fino alle assemblee regionali, selezionano personale disposto a militare dentro eserciti e camarille personali, personale che promette per disciplina di eseguire e non rompere, che garantisce lo status quo che è oliato da fringe benefit di tutti i tipi a carico del contribuente. I dibattiti in consiglio, del tutto sconosciuti per il cittadino normale, si limitano a discutere dettagli tecnici gestionali, simili a quelli di un consiglio di amministrazione di una spa, affrontano fintamente questioni politiche generali senza mai mettere in dubbio l’equilibrio di potere che garantisce a ciascuno vitalizi e prebende. Un sistema che alla lunga non può che corrodere e corrompere anche i migliori. Un sistema che li priva della capacità di articolare e sviluppare un pensiero autonomo, di approfondire una questione politica vera che non sia legata a un gioco di potere personale o di gruppo. Questi signori che mi rappresentano ai vari livelli sono per me degli sconosciuti, tranne alcuni molto noti televisamente. Con questo sistema non ci sono primarie che tengano perché la rosa tra cui scegliere è segnata da questo vizio di origine.

Il sistema a livello nazionale è ormai un ibrido  tra quello degli enti locali, molto vincolato alla permanenza del leader unico unto dal signore o da CL o da mamma RAI o da una prestigiosa professione, e il vecchio sistema parlamentare proporzionale in cui le maggioranze si costituivano in assemblea dopo le elezioni ed esprimevano leader e governi variabili con una frequenza quasi annuale. L’instabilità dei governi della prima repubblica è stata mitigata nella seconda da modifiche normative che hanno consentito di individuare al momento del voto il nome del leader della coalizione con una premio di maggioranza. Maggioranze che, sia di destra come di sinistra, si andavano logorando durante la legislatura lasciando il presidente del consiglio privo della necessaria maggioranza numerica per governare. Ma nel parlamento nazionale il capo del governo non può sciogliere le camere, come può fare ora la Polverini, e quindi o racimola nuovi voti e consensi in aula da parte di paralmentari che non hanno vincoli di mandato, o lascia che si formino nuove maggioranze intorno a un capo del governo nominato dal Presidente della Repubblica, il quale solo ha il potere di sciogliere le assemblee elettive, come è accaduto con il governo Monti. L’attuale dibattito sulla legge elettorale tocca la questione del grado di proporzionalità e quindi della dose di  parlamentarismo da rintrodurre. La mia tesi è che se le assemblee ai vari livelli fossero vere palestre per discutere e confrontarsi politicamente una generazione di capaci si formerebbe e sarebbe apprezzata e selezionata dai cittadini elettori.

Questa vicenda dimostra anche che siamo privi di una vera e autentica libera stampa. Le castronerie più grosse le ho sentite sempre ieri sera sull’Infedele in cui si discettava della possibilità di selezionare il personale politico mediante la rete, che sola permetterebbe una democrazia diretta in grado addirittura di revocare il mandato (modello Pirati tedeschi). La vicenda di M5S di queste settimane dimostra quanto questa prospettiva sia illusoria e pericolosa perché facilmente manovrabile e fortemente nevrotizzante per i singoli che ci cascano e per la società nel suo insieme. Non ho seguito tutta la trasmissione ma solo piccoli passaggi facendo zapping ma la seriosità di Lerner ha già santificato questi discorsi che lentamente entrano nella testa della gente, anche quella più avveduta che si ciba dell’Infedele. Ma non è finita qui, un giornalista, badate bene un giornalista!, sosteneva che la soluzione del marcio che sta emergendo nel Lazio e in tanti altri contesti decisionali in cui ci si assegna, come sovrani, un appannaggio, la soluzione di questo marciume sia la trasparenza, basta pubblicare tutto su internet e …. come se i cittadini stessero tutto il giorno a visionare i rendiconti parlamentari, consiliari, comunali, della comunità montana, della ASL, della scuola del figlio. Ma i giornalisti sanno fare le inchieste cioè portare informazioni fattuali verificate e selezionate senza pregiudizi e faziosità? o non muovono il sedere dalla sedia trascrivendo le veline o le agenzie di stampa o i dossier? Questa deriva così sconcia e pericolosa per le nostre istituzioni democratiche è anche colpa dei giornalisti che non stanno facendo il loro mestiere.

PS ovviamente i casi Fiorito hanno anche un’altra spiegazione antropologica e sociologica: l’esistenza per un ventennio di un potere mediatico smisurato, di un potere economico ben gestito che ha consentito a tutti coloro che volevano salire sul carro del vincitore di condividere il vantaggio di una avventura priva di rischi e molto redditizia. Una bulimia di potere, piacere, ricchezza, successo che ha avvelenato e congestionato soprattutto coloro che erano partiti con delle idee o dei ‘valori’ e sono finiti a mangiare cozze pelose o ostriche innaffiate da vini d’annata.