Presidenti affaccendati

Assistiamo in questi giorni a uno strano spettacolo di cui pochi si meravigliano o si scandalizzano: il modo con cui i presidenti dimissionari delle due regioni in crisi la Lombardia e il Lazio stanno decidendo se, come  e quando andare a votare. Nel Lazio, dopo le proteste di Zingaretti, candidato dell’attuale minoranza di centrosinistra, il Tar, ovvero la magistratura, ha intimato alla Polverini di procedere nell’indizione delle elezioni e per tutta risposta, come fosse infastidita e distratta dal fitto lavorio di questi giorni nel produrre nuovi decreti, contratti e decisioni ricorre al Consiglio di Stato. In Lombardia Formigoni contratta, consulta, dichiara, si agita per gestire sia temporalmente sia nei contenuti le nuove elezioni inserendole come momento di un tatticismo preelettorale più tipico di un segretario di partito che di un presidente di un organo istituzionale.

Trovo la cosa indecente sia a causa della qualità e del profilo dei due personaggi politici che forse dopo la brutta figura della legislatura prematuramente  interrotta dovrebbero, questi sì, star zitti ed essere rottamati, sia a causa della preoccupante debolezza formale delle procedure di garanzia democratica di questi organi periferici della Repubblica. Il mito della governabilità porta ad un accentramento di potere sull’esecutivo, il presidente della regione, il quale anche dopo lo scioglimento dell’assemblea elettiva,  anche se fosse sciolta perché non lo sorregge più o perché il presidente va in minoranza, continua a poter decidere e ad operare politicamente senza un superiore organo di garanzia. Quando i nostri padri costituenti hanno pensato il nostro stato centrale sono stati più accorti dei riformatori arruffoni attuali prevedendo nella presidenza della repubblica e nella magistratura  organi di garanzia che intervengono nelle fasi in cui la rappresentanza democratica è vacante, nelle regioni tale struttura di garanzia non condizionata dal potere politico o personale non sembra esserci.

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