Una giornata a Napoli

Giovedì scorso ho passato la giornata a Napoli, Lucilla doveva tenere una lezione nel primo pomeriggio all’università e abbiamo approfittato per arrivare molto presto e spendere la mattinata percorrendo come turisti l’itinerario Spaccanapoli che è suggerito nella guida del Touring. Una giornata simile a quella che avevo descritto un anno fa  intitolato Fierezza .

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La città è la stessa di un anno fa, io forse sono più brontolone e pessimista. Quando lavoravo ho viaggiato molto per lavoro, spesso per lezioni e conferenze con pochissimo tempo per gironzolare liberamente; così di molte città ho ricordi vaghi e disordinati, immagini che difficilmente riesco e ricollocare nella mappa. Mi capita allora di rivedere dei luoghi che forse ho visto direttamente o che ho visto al cinema o in televisione, o immaginato nelle commedie di Eduardo, o che forse ho sognato. E’ la prima sensazione che si ha se ci si inoltra nei vicoletti di Forcella, se si risalgono faticosamente le scalette di Montecalvario fino a corso Vittorio Emanuele.

Arrivati molto presto alla stazione centrale, nulla che faccia pensare ad una città turistica, se si cerca la pianta aggiornata della metropolitana si dovrebbe perdere troppo tempo, meglio affidarsi ad uno dei numerosissimi tassisti strombazzanti che attendono all’uscita. Noi andremo a piedi fidandoci  una vecchia guida Touring che dovremmo ricomprare. Ma ora c’è lo smart phone e non ci si può perdere. Rapidamente ci troviamo nei vicoli invasi da bancarelle in via di allestimento. Folla di venditori, pochissimi clienti, direi quasi nessuno, ma sono già le nove. Alzando gli occhi condomini moderni anni 70 convivono con case antiche più o meno diroccate, scarsamente abitate, vetri rotti, finestre cadenti, in certi punti sembrerebbe quasi una città devastata da una guerra. Negozietti miseri con tutta la mercanzia esposta sulla strada piuttosto sporca, piccoli artigiani che aggiustano cose o rassettano. Nessun turista. Forse ci stiamo inoltrando in strade pericolose. Ho pudore nell’usare la macchina fotografica: sono visivamente attratto da situazioni e realtà in cui la dignità delle persone è in gioco e mi dispiace violare l’intimità di chi vive nei bassi e di chi espone ad altezza d’uomo le proprie mutande ad asciugare. In una delle scalette di Montecalvario a pochi metri da noi una signora dal balcone getta sulla strada un secchio di acqua saponata con cui aveva lavato i propri pavimenti. Svoltato l’angolo ci si ritrova però su strade commerciali con bei negozi, si ritorna all’animazione della ricchezza e delle attività frenetiche.

Come suggerito nell’itinerario turistico visitiamo le numerose chiese che popolano questi antichi quartieri. Siamo rapiti dal fascino misterioso di san Gregorio Armeno e seguendo il suggerimento della guida cerchiamo di visitare il chiostro del monastero. Girando un po’ troviamo l’ingresso e approfitto per fare foto. Cortesemente una signora mi indica il cartello con il divieto di scattare foto. Mi adeguo, anche se malvolentieri, è una disposizione che non capisco, priva di senso e di utilità. Dovevamo avere un’andatura dimessa e stanca perché la signora ci adotta e ci fa entrare anche se ci tiene a dire che in effetti un tempo era del tutto vietato, ora si può entrare solo in certe ore e con restrizioni dovute al fatto che il luogo ospita numerosi ragazzi minori anche molto piccoli ed è per questo che non sono consentite fotografie. Il monastero è abitato da poche suore e da tre suore laiche, lei è una di queste, che si dedicano alla custodia e all’educazione di figli di famiglie disagiate o di orfani, che gestiscono una mensa per i poveri. Il luogo è meraviglioso e assume via via significati, colori, sfumature nuovi man a mano che la suora laica racconta la storia e le storie delle monache che lo hanno abitato nei secoli. La suora ci prende in simpatia e ci fa entrare nella parte che era un tempo rigidamente di clausura, ci fa entrare nella parte della chiesa che un tempo ospitava, protette dagli sguardi del mondo, le suore di clausura. Dalla controriforma in poi, in quel luogo venivano ospitate soprattutto quelle primogenite di famiglie nobili che venivano condannate alla clausura a vita per preservare l’integrità del patrimonio familiare.

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Ci intrattiene per quasi un’ora, un viaggio nel tempo e nel mistero delle vite di tante donne che lì avevano speso la propria e che la spendevano tuttora. Arrivati all’università, il collega di Lucilla, responsabile del corso, ci dice che aveva anche lui potuto visitare il monastero perché quelle suore, votate alla custodia e all’educazione dei ragazzi, frequentavano i corsi universitari di formazione dei maestri.

Alle una mangiamo qualcosa al bar dell’Università, un luogo fantastico ricavato sulla terrazza dell’edificio, terrazza sulla quale si attardano numerosi studenti a prendere il primo sole di fronte ad un panorama mozzafiato sul golfo. In primo piano il nostro ospite opportunamente in ombra.

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Mentre Lucilla lavora, mi reco al Museo Archeologico Nazionale. Ho premesso che sono diventato brontolone. Uscito dal ventre povero della città mi ritrovo sulla metropolitana nuova, bella, razionale, elegante e funzionale. Alla fermata  Museo si arriva attraverso percorsi sotterranei a quello che sembra l’ingresso diretto del museo, quasi fosse il Louvre. Entro e capisco che si tratta di sale introduttive che raccolgono i reperti trovati durante gli scavi della metropolitana. Sei o sette signori e signore discutono animatamente intorno a un tavolo, chi seduto, chi in piedi, di questioni sindacali, le solite che si possono origliare in tutte le biglietterie e i front office degli uffici pubblici italiani. Il salone è deserto, io l’unico estraneo, vado fino in fondo alla ricerca dell’ingresso vero al museo ma trovo una sbarramento e torno indietro. A quel punto mi prestano attenzione e mi dicono che per entrare al museo bisogna uscire, bisogna passare da fuori. Non faccio commenti.

Alle due del pomeriggio il museo è praticamente deserto, qualche visitatore si riposa seduto su una delle tante panche di legno. E’ la prima volta che lo visito e rimango incantato. Ma non c’è verso, gli addetti, altri addetti, per passare il tempo chiacchierano dei fattacci loro e lo fanno in modo fastidioso senza rendersi conto che chi è lì desidera un silenzio riverente, una attenzione commossa per le bellezze che vi sono racchiuse. Forse sono razzista e snob ma stona terribilmente che i guardiani del museo siano dei buzzurri incolti che parlano ad alta voce, siedono scompostamente con le panze di fuori e le divise stazzonate. Se fossi Contarelli saprei dove tagliare per rivedere la spesa. Quando sono in questi luoghi della nostra eccellenza, in questi luoghi che potrebbero diventare la nostra fonte inesauribile di pane quotidiano osservo i turisti stranieri e cerco di capire cosa pensano di noi, dei nostri musei, dei nostri custodi e non ho pensieri positivi, mi vergogno.

Inoltrandomi nel museo supero queste prime reazioni da brontolone ed entro nelle atmosfere che quelle statue, quei mosaici, quegli affreschi, quegli utensili ripropongono. Quell’antica perfezione dei corpi, quel lusso, quella ricchezza, quella potenza ora non ci sono più, sono un resto archeologico, un traccia sopravvissuta ad eruzioni vulcaniche, ad invasioni barbariche, a guerre, a pestilenze. Insomma un giro del museo segnato da alti e bassi di ammirazione per tanta bellezza e angustia per le vicende della nostra modernità.

A proposito, nel museo i telefonini non ricevono il segnale e per un moderno è come essere senza ossigeno. Attendo la chiamata di Lucilla per riincontrarci dopo la lezione e sono quindi costretto ad uscire fuori a malincuore. Devo allontanarmi un po’  dall’ingresso del museo per ritrovare il segnale e attendere la chiamata. Ma come è possibile? un posto che dovrebbe richiamare migliaia di visitatori …

Mi siedo su una scalinata lungo la strada, osservo il traffico, i passanti, i giovani, i turisti e continuo a riflettere su Renzi che in queste ore dovrebbe annunciare la scossa che rianima il malato grave. Penso che Renzi e suoi accoliti non abbiamo la benché minima consapevolezza della realtà di città come Napoli, ma forse neanche di Firenze.

Qualche foto del giro turistico

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3 thoughts on “Una giornata a Napoli

  1. caro Prof Napoli appartiene ad un mondo e una storia tutta sua e in quanto tale o la si ama o la si odia non conosce mezze misure.
    Ricordo da bambino, mentre mi trovavo al paese dei miei genitori in provincia di Caserta, il racconto di un cugino di mia madre che viveva a Napoli, in uno dei tanti vicoli, che ricevette una nuova casa dal Comune in una nuova zona di Napoli a condizioni di lasciare la vecchia decadente Beh alla fine dovette riportare sua suocera nella vecchia casa perchè stava cadendo in depressione… non riusciva ad adattarsi alla nuova casa e al nuovo quartiere… e fece come esempio proprio quello che hai visto tu…gettare dalla finestra un secchio di acqua saponata…

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    • Franco, vorrei che fosse chiaro che ne parlo con amore ma anche con compassione, c’è molta miseria, non ho parlato dei giovani, sono quelli che mi fanno più pena. Mentre eravamo a fare lo spuntino al bar dell’Università si avvicina un giovane laureato a salutare il suo professore. Cosa fai, gli chiede, sto a Londra a imparare l’inglese. E come ti mantieni, mi arrangio. Per questo, quando vedevo i custodi nullafacenti e insoddisfatti mi ribolliva il sangue.

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      • caro Prof avevo capito molto chiaramente il senso e condivido pienamente.
        Purtroppo tutti gli aspetti negativi, che stanno caratterizzando il panomara della nostra cara patria, a partire dalla disoccupazione giovanile per finire alle infrastrutture pubbliche come scuole, ospedali, ferrovie, strade, più si scendeverso Sud e più si notano e sono evidenti.
        Il meridione è stato per troppo tempo un grande bacino di scambio di voti elettorali, senza distinzione di colore, fede, direzione, voti che sono serviti unicamente alla politica per accrescere le rispettive “potenze” all’interno delle au le parlamentari, e le popolazioni di quei luoghi non hanno ottenuto in cambio “nulla” e il nulla è sotto gli occhi di chiunque si affaccia in quelle terre.

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