Un seconda scuola intitolata ad Emma

Dopo quella di Latina, anche a Roma, all’estrema periferia, hanno deciso di intitolare un istituto comprensivo ad Emma Castelnuovo. Ho partecipato alla cerimonia come allievo ed amico di Emma insieme ad altri amici, una specie di  rimpatriata.

Tra gli ospiti che hanno preso la parola, un ex allievo della scuola israelita clandestina nella quale Emma Castelnuovo insegnò durante le leggi razziste del fascismo, un novantenne  decisamente in gamba che con toccante lucidità ha rievocato ricordi personali di quando era un ragazzetto di scuola media nella Roma devastata dalle persecuzioni razziali e dalla guerra.

La cerimonia di intitolazione è durante più due ore. I contributi di Carla degli Esposti e di ex allievi che hanno tratteggiato la figura di Emma sono stati  intervallati da brani musicali e da presentazioni multimediali di lavori eseguiti nella scuola.

Il collegio dei docenti, nel proporre questa intitolazione, ha compiuto una scelta impegnativa: una professoressa di scuola media di matematica che ha lasciato un ricco messaggio per colleghi che vogliono educare i giovani attraverso la matematica, l’arte, il linguaggio, la storia, la tecnologia, la scienza per una scuola che include e forma cittadini liberi e competenti.

Due presentazioni audiovisive con slides molto belle e curate hanno chiuso l’incontro in aula magna. La prima ha consentito di avere un’idea del gran lavoro che nella scuola viene fatto per allargare le conoscenze e le competenze dei ragazzi attraverso settimane tematiche in cui i docenti della varie discipline  collaborano sulla stessa problematica e la seconda presentazione dedicata alla figura dI Emma.

Siamo rimasti molto colpiti dalla qualità della ricerca che il maestro che aveva curato la presentazione su Emma aveva fatto. Quando ci siamo complimentati con lui, si è schernito dicendo che era tutto materiale reperito su internet ma che lavorandoci ci aveva preso gusto perché la figura di Emma e la sua storia lo avevano affascinato. Avevo notato che lo chiamavano Maestro e che la preside si era corretta quando per sbaglio lo aveva chiamato professore. Sì ci tengo molto ad essere chiamato maestro, ho cominciato tardi ad insegnare ho fatto prima altri mestieri ma quando ebbi la mia prima supplenza a Brescia me ne sono innamorato e ora non potrei fare altro.

Sì anche qui si respira un’aria  simile a quella che circondava Emma. Una scuola ricca di molte risorse individuali come ad esempio il prof di musica che per l’occasione compone ed esegue una sonatina per sax in onore di Emma scritta sulle cifre di pigreco (non mi chiedete come ma il pezzo era molto bello) o la prof di italiano che si inventa una gara tra studenti per scrivere una giuramento di fedeltà per i neo iscritti della prima media in volgare medioevale antico.

Dai racconti della preside e del preside che l’ha preceduta capisco che siamo in un contesto in cui le contraddizioni sociali sono più stridenti e dure: le nuove villette a due piani che convivono con vecchi agglomerati di case popolari e con campi per i camminanti. L’eterogeneità dell’estrazione sociale è evidente dai volti e dalle posture dei ragazzi e delle ragazze che popolano la scuola. Vede come è pulita la scuola? non c’è una scritta, i pavimenti sono lucenti, i banchi sono in ordine ma faccio fatica ad avere le iscrizioni di certe famiglie che diffidano dei ragazzi non italiani, mi dice la preside.

Così andiamo a scoprire la lapide con il nuovo nome della scuola. Una piccola banda del quartiere è pronta e uno stuolo di ragazzini con magliette bianche con il nuovo nome  della scuola si schiera sotto il sole ed intona all’unisono con i flauti l’inno europeo e dopo lo scoprimento della lapide canta l’inno nazionale. Con le mani sul cuore con l’esuberanza degli adolescenti il coro è stato potente e commovente.

Come spesso accade in queste circostanze il mio compito è quello del cronista fotografo e nella ripresa del coro non ho resistito ed ho zummato sui singoli volti dei ragazzi forse in modo eccessivo. Volevo mettere sulla rete l’inno cantato dai ragazzi del Castelnuovo di Tor di Nona per celebrare il 2 Giugno ma ho pensato bene di chiedere l’autorizzazione della Preside, la quale, vista la clip, mi ha chiesto di oscurare i volti per ragioni di privacy, non si sa mai con i genitori.

Non ho pubblicato la clip il 2 giugno ma l’ho rielaborata salvando il sonoro. Capite quanto è difficile il lavoro delle scuole, quanto è difficile la vita dei Presidi? Ma capite quali ricchezze sono nascoste in realtà sottovalutate e spesso disprezzate?

Una scuola dedicata ad Emma

Prima di rimetterci in viaggio per Roma ho approfittato del bagno. Ormai la scuola era quasi vuota e silenziosa, si sentivano solo i rumori dei tavoli e delle sedie rimessi al loro posto dopo la festa e dei passi lungo il corridoio. E questa signora chi è? Per la festa erano stati appesi dei cartelloni preparati dai ragazzi per la circostanza. La voce è di una bambina piccola. La maestra risponde: è Emma Castelnuovo, la professoressa alla quale abbiamo dedicato la nostra scuola. E chi era? Una maestra che insegnava matematica. Una maestra come te? Sì una maestra come me ma lei era molto brava. Quindi ci chiameremo scuola Emma? Sì, vedi che bello ora abbiamo un nome. Continua a leggere

Della vera scuola non si parla

Raimondo Bolletta

Qualcuno lamenta che il problema della scuola rimanga in ombra in questa fase del dibattito politico. E’ vero. Una questione di fondo può diventare una priorità per risolvere una emergenza?

Riporto anche qui la mia risposta al post che ho citato.

Caro Paolo, questa volta devo dissentire. Non perché le cose che racconti non siano vere, quella scuola di cui parli l’ho vista perché ci sono stato preside per 3 anni ma perché quella particolare situazione dell’edificio non rappresenta la scuola italiana. Sono reduce da un giro in 20 scuole scelte a caso da Napoli a Milano per un monitoraggio di qualità di una indagine OCSE e, sebbene abbia avuto pochissimo tempo per vedere in profondità, ho cercato di osservare tutto quanto poteva aiutarmi a rispondere alle mille domande che una persona che ha passato la vita dentro la scuola continua a porsi anche quando si gode la pensione.

E’ fuorviante…

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Dopo la prima

Ed ora vi racconto come è andata la prima. Giovanna ha insistito perché io e Lucilla partecipassimo all’evento anche se ormai avevo visto il film 5 volte. Volentieri ci siamo messi in viaggio per la Toscana con la curiosità di conoscere la realtà che era stata disegnata nel film e con l’ansia di conoscere le reazioni di quella comunità che attraverso i 5 giovani si era lasciata rappresentare anche in aspetti della vita che normalmente sono gelosamente custoditi nel privato. 

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Una giornata a Napoli

Giovedì scorso ho passato la giornata a Napoli, Lucilla doveva tenere una lezione nel primo pomeriggio all’università e abbiamo approfittato per arrivare molto presto e spendere la mattinata percorrendo come turisti l’itinerario Spaccanapoli che è suggerito nella guida del Touring. Una giornata simile a quella che avevo descritto un anno fa  intitolato Fierezza .

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Pompei

Tranquilli, non intendo usare Pompei come metafora del cataclisma incombente su di noi.

Concludo i miei racconti sul recente viaggio a Salerno. Un’altra nota all’insegna dell’ottimismo e della positività.

Di ritorno a Roma ci siamo fermati a visitare Pompei. Lo dico con una certa vergogna, non c’ero mai stato. Naturalmente mi aspettavo di visitare una luogo mal tenuto, fatiscente, disordinato. E’ l’immagine che si era saldamente iscritta nel mio cervello dopo le polemiche sui crolli e sulla gestione Bondi & C. Nulla di tutto ciò. Forse hanno nascosto rapidamente i problemi, oppure gli scavi sono un vero gioiello, pieno di gente, di turisti che seguono ordinatamente numerosissime guide, di giovani e giovanissimi stranieri, di famiglie, quelle felici in cui genitori e figli fanno ancora vacanze insieme. La giornata era luminosa e secca, colori vividi, aria tersa. Ho scattato tante foto e le potete vedere su google+.

Riflessione finale: siamo troppo bombardati da notizie negative e disfattiste, nulla funziona e non ci sono speranze. Pompei come tanti altri siti archeologici come tanti musei, tante accademie, tanti conservatori sono i nostri pozzi petroliferi, c’è bisogno di persone che tolgano  cartacce, che manutengano i monumenti, scavino terra, montino impalcature, spieghino in cinese, preparino un cappuccino, conducano gli autobus, vendano chincaglieria, producano artigianato …. forse dobbiamo smettere di incazzarci per la triste sorte e valorizzare il lavoro che c’è e non solo quello che speriamo.

25 aprile festa nazionale

 

Cara Gisella,
quando leggerai queste righe il tuo papà non sarà più.
Il tuo papà che ti ha tanto amata malgrado i suoi bruschi
modi e la sua grossa voce che in verità non ti
ha mai spaventata. Il tuo papà è stato condannato a morte
per le sue idee di Giustizia e di Eguaglianza. Oggi sei trop-
po piccola per comprendere perfettamente queste cose, ma
quando sarai più grande sarai orgogliosa di tuo padre e lo
amerai ancora di più, se lo puoi, perché so già che lo ami tanto.
Non piangere, cara Gisellina, asciuga i tuoi occhi,
tesoro mio, consola tua mamma da vera donnina che sei.
Per me la vita è finita, per te incomincia, la vita vale
di essere vissuta quando si ha un ideale quando si vive
onestamente, quando si ha l’ambizione di essere non solo
utili a sé stessi ma a tutta l’Umanità.
Tuo papà ti ha sempre insegnato a fare bene e fino ad ora
sei stata una brava bambina, devi essere maggiormente brava
oggi per aiutare tua mamma ad essere coraggiosa, dovrai
essere brava domani per seguire le ultime raccomandazioni
di papà.
Studia di buona lena come hai fatto finora per crearti un avvenire.
Un giorno sarai sposa e mamma, allora ricordati delle
raccomandazioni di tuo papà e soprattutto dell’esempio di tua
mamma. Studia non solo, per il tuo avvenire ma per essere
anche più utile nella società, se un giorno i mezzi non
permetteranno di continuare gli studi e dovrai cercarti un lavoro,
ricordati che si può studiare ancora ed arrivare ai sommi
gradi della cultura pur lavorando.
Mentre ti scrivo ti vedo solo nell’aspetto migliore,
non vedo i tuoi difetti ma solo le tue qualità perché ti
amo tanto: ma non ingannarti perché anche tu hai i tuoi
difetti come tutte le bambine (ed anche i grandi), ma
saprai fare in modo di divenire sempre migliore, ed è questo
il modo migliore di onorare la memoria del tuo papà.
Tu sei giovane, devi vivere e crescere e se è bene
che pensi sovente al tuo papà, devi pensarci senza lasciarti
sopraffare dal dolore, sei piccola, devi svagarti e
divertirti come lo vuole la tua età e non solo piangere.
Devi far coraggio alla mamma, curarla e scuoterla se è
demoralizzata. Sii brava, sempre, ama sempre la mamma che
lo merita tanto.
Il tuo papà ti ha amata immensamente ti abbraccia
ed il suo pensiero sarà sono alla fine per te e mamma

il tuo papà

Lettere di condannati a morte
della Resistenza italiana
8 settembre 1943 – 25 aprile 1945
<Le lettere contengono la voce di uomini e donne, appartenenti a tutte le età e a ogni classe sociale, consapevoli del dovere della libertà e del prezzo ch’essa, in momenti estremi, comporta. Chiunque anche oggi le leggerà, vi troverà un’altra Italia e non potrà non domandarsi se davvero non ci sia più bisogno di quella voce o se, al contrario, non si debba fare di tutto per tramandarla e mantenerla viva nella coscienza, come radice da cui ancora attingere forza> Gustavo Zagrebelsky

Ieri al termine del mio giro per le scuole, di cui riprenderò a raccontare non appena uscirò dal tunnel dei commenti politici, ho intervistato una mia coetanea, professoressa di latino e greco in un liceo presitigioso di una cittadina del centro Italia. Come accade solo nei romanzi, finita l’intervista in pochi minuti abbiamo scoperto che moltissime vicende della nostra vita erano esattamente parallele, entrambi docenti, lei ancora in servizio ma si appresta ad andare in pensione, entrambi con dei genitori che si sono spellati le mani per far studiare i figli. Ai nostri genitori, ad entrambi è capitato che i nostri professori della media abbiano fatto pressioni esplicite per farci studiare al liceo classico, entrambi abbiamo avuto una borsa di studio alla fine della terza media, entrambi abbiamo avuto il presalario universitario. Ovviamente la nostra età ci ha portato a convenire sul fatto che le cose non sono più come quelle di una volta, pensi, dice lei, questa mattina qui c’erano due genitori che protestavano perché avevamo bocciato la figlia, non ci chiedevano assolutamente perché. Da questo episodio la professoressa è tornata a parlare della propria famiglia e della propria storia di studentessa. Così anch’io mi sono ricordato della borsa di studio della terza media e del fatto che i miei genitori ci misero sopra altri soldi e mi comprarono un orologio d’oro.

Se avete letto la lettera che apre questo post avrete colto il nesso: quel padre che si sacrificò per la nostra libertà con la sua vita era coetaneo dei nostri padri e condivideva l’idea che lo studio e la scuola era l’arma per il riscatto morale, civile ed economico di una nazione tragicamente distrutta.

L’orologio d’oro lo usai fino all’università fino a che non pensai bene di farci il bagno al mare. Ma l’oro non si butta e lo facemmo fondere ed ora continuiamo ad indossarlo io e Lucilla come vere nunziali. Si capisce perché sono attaccato alla scuola?

Si capisce perché detesto profondamente chi si diverte a dare gli ultimi colpi ad una società esausta e malata e si diverte a chiedere che i tedeschi tornino ad occupare il nostro suolo, si badi bene non come gente colta, laboriosa ed amabile come i tanti turisti che in questi giorni stanno animando i nostri borghi e le nostre strade, ma come odiosi SS della finanza.