La certificazione

Ci risiamo. Allacciare le cinture di sicurezza, si vola in un’altra turbolenza  con nuovi vuoti d’aria.

Come la turbolenza finanziaria del 2011 cominciò con l’abbassamento del rating di alcuni paesi europei e lo spread dominò le scelte politiche ed economiche per alcuni anni, così ora  lo scandalo dei software  truccati delle VW fa traballare le borse di mezzo mondo, sentiamo la minaccia di una nuova recessione. Continua a leggere

too big to fail

La grande madre Russia, l’orso dalla zampata nucleare, l’economia dal ricco surplus da vendita di gas rischia di affondare nella tempesta finanziaria di questi giorni. Il rublo ha perso metà del suo valore.

C’è ancora qualcuno in giro che pensa che l’Italia si possa permettere una moneta nazionale e sfidare così la sorte di una navigazione in un mare finanziario così pericoloso? Marengo d’oro o grillino d’argento?

Forse dobbiamo smetterla di pensare che siamo troppo grandi per poter fallire, di ricattare l’Europa, la Germania, gli Usa pretendendo che altri paghino i nostri debiti. Se la Russia può fallire, qualcuno avrà riguardo per l’Italia?

Le mie mutande e la casa di Diego

Ieri sera mia moglie mi dice che finalmente alla merceria sono arrivate le mia mutande. Tranquilli, non sono uno snob che indossa solo mutande inglesi ma un corpulento italiano che avendo trovato una marca italiana che ne fa un modello confortevole che mi va a pennello preferisce usare quelle dopo aver notato che sulla scatola c’è scritto che sono prodotte in Italia e non costano molto di più di quelle made in China. Ebbene la merceria del quartiere, sono all’antica e preferisco che qualche negozio sopravviva sotto casa, ha impiegato mesi a procurarmi la mutanda tanto desiderata. Notare che quella marca l’aveva scoperta mia moglie proprio in quella merceria.

Ma che c’entra tutto ciò  con il festival di Trento di cui stavo raccontando? Lo capirete se racconto un altro fattarello successo due giorni fa. Chiedo al mio cugino milanese notizie sul suo trasloco nella nuova casa. Diego mi risponde che deve ancora aspettare qualche mese, che il ritardo nelle consegne della casa di nuova costruzione sarà alla fine  di 2 anni, la ditta è bloccata da problemi di finanziamento con le banche, i sub appaltatori non lavorano più se non sono pagati in anticipo ed è tutto fermo. Le mutande non arrivano, le case non sono terminate e i cantieri rimangono fermi.

La colpa del nostro stallo economico è tutta e sola delle banche che non finanziano? Quali sono le responsabilità dei negozianti che non curano il dettaglio di un cliente che vuole proprio quel prodotto e non un altro, quali le responsabilità di costruttori che lavorano senza rischiare il proprio capitale, solo con i soldi raccolti con le prevendite e con i soldi dei finanziatori più o meno istituzionali? quali le responsabilità di imprenditori che lavorano solo se sono pagati anticipatamente perché non si fidano di nessuno? Quanto conta la psicosi collettiva per cui chi è al sicuro ha convenienza a far andare le cose peggio tanto ha tutto da guadagnare politicamente, socialmente ed economicamente?

scoiattolo-footerE’ ormai diffuso un pregiudizio anticapitalistico, antibancario, antieuro, antieuropa, antitutto e ne siamo tutti più o meno condizionati. Con questo pregiudizio e con una certa curiosità siamo quindi andati il primo giugno ad assistere a un dibattito dal titolo ‘Dal liberismo alla nazionalizzazione: quale futuro per le banche?’ tenuto da autorevoli bancari ‘non banchieri’ all’interno di una banca prestigiosa della città. Anche in questo caso il dibattito sarà disponibile sul sito del festival e vale la pena di ascoltarlo integralmente per capire tante cose che ci riguardano direttamente.

Ovviamente le banche e i bancari tendono ad assolvere se stessi da ogni responsabilità, ma, fatta la tara, tre sono i concetti che mi sono rimasti impressi:

  • i soldi delle banche sono dei risparmiatori, dei correntisti e devono essere gestiti con prudenza e rispetto, per questo per concedere prestiti le banche devono chiedere garanzie,
  • gli imprenditori se vogliono essere tali devono essere disposti a correre dei rischi, 
  • le aziende sane, quelle a cui i crediti sarebbero concessi senza problemi, in questo momento non chiedono nuovi prestiti e sono ferme.

Alla domanda finale del giornalista sul da farsi per uscire da questo stallo, il bancario intervistato risponde: se per un nuovo affare servono 3 euro di finanziamento, 1 lo deve mettere l’imprenditore, 2 li può mettere la banca. Ma per riattivare un clima positivo non raggelato dalla paura di correre troppi rischi, lo Stato dovrebbe garantire il rischio di insolvenza di almeno 1 dei due euro forniti dalla banca. Questa triangolazione di responsabilità sembra convincente anche se un contesto sociale impaurito, deluso e diffidente tende ormai a rifiutare ogni medicina che non siano forti anestetici e sonniferi per risvegliarsi in un mondo in cui si ricomincia da zero.

L’economia per una società giusta

Il festival dell’economia di Trento si presenta come un evento che coinvolge tutta la città ed in parte anche Rovereto. Si accede agli eventi senza troppe formalità tranne gli eventi più importanti che si realizzano in teatri per i quali occorre ritirare un’ora prima il biglietto con il posto assegnato. Il programma è molto nutrito e contemporaneamente ci possono essere 4 o cinque eventi, conferenze, interviste dibattiti, per cui per strada si vedono processioni di giovani e di professori che si spostano in fretta da una conferenza ad un’altra. Ci sono anche molti VIP, premi Nobel, politici per cui le forze dell’ordine seppur discretamente sono presenti ovunque dentro e fuori le sale.

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Lascio a mio fratello e mia cognata il compito di scegliere a che cosa partecipare e mi adeguo di buon grado essendo nuovo dell’ambiente.

La prima relazione a cui partecipiamo riguarda le economie emergenti e la crisi globale, è tenuta da un professore americano di origine indiana, Kaushik Basu, che occupa posti di grande rilievo alla banca mondiale e nel governo indiano. Egli mostra come la crisi attuale sia concomitante con l’aumento delle differenze tra Stati e soprattutto con l’aumento delle differenze di reddito all’interno degli Stati. Certi tassi di crescita delle economie emergenti sebbene alti, più alti di quelli delle economie sviluppate, non riducono la povertà delle masse di diseredati esistenti anzi ne estremizzano gli effetti se raffrontate all’emergere di ristrette classi di super ricchi in ogni parte del globo. Come economista cerca di spiegare quali debbano essere le regole e i vincoli che potrebbero mitigare o annullare questi effetti perversi dello sviluppo del capitalismo globalizzato proponendo la costituzione di nuovi poteri regolatori di tipo sovranazionale ma, alla fine, ad una analisi più stringente, ammette che la soluzione non potrà che essere una visione più collaborativa e meno competitiva delle relazioni internazionali e sociali. Mi torna in mente le teorie dei giochi di quel matematico … come si chiama? …  dico sottovoce rivolto a mio fratello … sì quel matematico su cui hanno fatto un film … e non ricordavo nemmeno il titolo del film.  Davanti al nostro banco una giovane studentessa si gira e mi dice sorridendo, Nash. … sono confortato, stavo anch’io capendo quello che il conferenziere stava dicendo!

Dopo la presentazione si fanno avanti numerosi giovani studenti, tutti in un inglese brillante, sicuro e fluente, con domande intelligenti e pertinenti. Che bello ritrovarsi in una aula universitaria perfettamente arredata, ben tenuta, stracolma di giovani educati, attenti, eleganti nei modi, che parlano a bassa voce, che ti cedono il passo se vedono i tuoi capelli bianchi. Diventeranno spietati economisti di qualche multinazionale dello sfruttamento? Forse. Certamente da questa prima conferenza emergono impostazioni aperte ad una sensibilità umanistica che lascia bene sperare per la formazione di questi giovani.

All’uscita c’è il tavolo con alcuni libri di riferimento tra i quali anche uno di Basu che acquisto per approfondire le cose che aveva detto.

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La patrimoniale una scelta obbligata

Come ho cercato di mostrare nel precedente post, poiché la pressione sui redditi, già particolarmente onerosa, non è sufficiente ad affrontare l’abbattimento del debito pubblico a livelli che non mettano in pericolo gli equilibri basilari della nostra convivenza e della nostra ricchezza, occorre pensare ad un prelievo che riguardi i patrimoni mobiliari ed immobiliari.

Questa scelta non solo è l’unica praticabile ma è anche giusta perché risponde ad alcuni principi base quali la progressività della contribuzione fiscale, la compensazione delle storture di un arricchimento che ha privilegiato in passato chi ha potuto evadere, la riduzione delle differenze tra i molto ricchi e i troppo poveri.

La patrimoniale più semplice da attuare non è altro che l’imposta di successione.

Interessante notare che tale imposta è stata una delle prime eliminate dal governo Berlusconi. (Non è ancora chiaro perché mai lo abbia fatto). Per motivare tale scelta a quel tempo si disse che si preservava in questo modo l’integrità del capitale d’impresa che passava all’interno delle famiglie, e questo per il bene dell’economia generale. Come se non esistessero le società per azioni. Naturalmente se si voleva essere coerenti si sarebbe dovuto reintrodurre la regola medioevale per cui era il primogenito maschio ad ereditare tutto, così non succedeva quel che è successo alla proprietà della Fiat frazionatasi in mille rivoli tra i numerosi eredi. Avremmo avuto molti giovani cavalieri in giro a difendere l’onore di gentili donzelle e molte più monache di Monza a soffrire in isolati conventi. Ma ironia a parte, anche questo va ricordato tutte le volte che il centro destra dice che la colpa del debito è della sinistra.

Il gettito dell’imposta di successione

L’imposta, abolita nel 2001 da Berlusconi viene reintrodotta dal governo Prodi nel 2006 ma con una franchigia di 1.000.000 di euro per successioni tra genitori e figli con un’aliquota del 4%. Di fatto il gettito rimane molto basso, quasi nullo, rispetto a quello realizzato in altri paesi come risulta anche dal seguente grafico tratto da un post della Voce

L’asse delle y rappresenta la percentuale di gettito fiscale dell’imposta di successione su gettito complessivo.
 

Interessante notare che i paesi con la più alta incidenza della imposta di successione sono gli Stati Uniti e la Francia. Negli Stati Uniti ciò è il frutto della convinzione calvinista-protestante per cui la ricchezza non dipende solo della tua bravura nel produrla ma è anche un dono di Dio che ti impegna a renderla utile anche per gli altri. Chiunque abbia visitato una università americana sarà stato colpito dalla quantità di steli, statue e targhe marmoree che ricordano che quell’edificio, quell’istituto, quella clinica sono la donazione del signor Smith, del signor Braun o del signor Rossi. Bill Gates, ancora piuttosto giovane, con figli poco più che adolescenti ha pubblicamente disposto che il suo stratosferico patrimonio personale è destinato ai figli solo in piccolissima parte, per il resto sarà allocato in una fondazione che avrà finalità filantropiche. Tutto ciò perché l’imposta di successione americana, piuttosto salata, consente comunque di essere elusa con questi tipi di donazione. E’ un’altra mentalità rispetto alla nostra. Per la Francia  probabilmente la diversa situazione è il retaggio dei governi di sinistra che negli anni hanno introdotto forme di tassazione  patrimoniale. Poi ci chiediamo perché qualche paese ha la tripla A ed altri no.

Varie ipotesi di patrimoniale

L’imposta di successione costituisce una soluzione alternativa ad altre patrimoniali di cui si discute e presenta meno controindicazioni. Sostanzialmente ci sono almeno quattro ipotesi:

  1. Amato nel ’94 prelevò direttamente nei depositi una tantum una quantità di danaro sufficiente a eliminare il pericolo imminente, ora mi sembra che sostenga l’opportunità di prelievi forti ma temporanei. Il difetto di questa strategia, in piccola parte già attuata dal governo Monti, è quello di impaurire gli investitori e creare quel panico che si vuol combattere. Inoltre un prelievo fiscale eccessivo deprime i consumi e quindi aumenta il famoso D/PIL che è il fattore più destabilizzante nell’attuale congiuntura.
  2. Monti spalma il prelievo sul capitale con piccole quote quasi impercettibili credendo nelle cure omeopatiche. Ma come abbiamo visto il fiscal compact probabilmente richiede un prelievo costante per 20 anni di 8 volte quando è già previsto ora. La strategia omeopatica però si rivela controproducente se i ricchi non vogliono farsi tosare, i poveri pretendono soluzioni rapide e vistose e gli organi di stampa amplificano le notizie per creare risentimento, invidie e paura pur di far notizia. Mi riferisco ad esempio ad alcuni calcoli terroristici diffusi dai giornali circa l’entità dell’IMU per cui quando siamo andati a calcolarla ci siamo detti ‘tutto qui? temevo peggio, certo che comunque non è poco’.
  3. La sinistra sindacal radical extra parlamentare vorrebbe una patrimoniale alla francese, una aliquota vistosa e pesante però solo per i super ricchi e forse per i politici, cioè una tassa forte ma non per la media ed alta borghesia. In Francia una aliquota specifica per i grandi patrimoni delle grandi famiglie ha prodotto nel tempo la delocalizzazione progressiva di molte grandi ed influenti famiglie in Svizzera o in isole dove il problema non si pone.
  4. Coloro che non vogliono sentir parlare di patrimoniale in realtà propongono di rovesciare il tavolo, tornare alla lira, stampare moneta e rilanciare la produzione. Ipotesi Berlusconi e mi sembra di capire anche di Grillo. La strada inflazionistica è un modo di ridurre il valore del debito, è la strada sempre usata alla fine di guerre disastrose in cui i ricchi si trovano in mano non solo le loro case distrutte ma anche i loro buoni del tesoro pari a carta straccia. In pratica per non pagare allo stato una imposta sul patrimonio si accetta che il prelievo lo faccia il mercato che riduce il valore reale del patrimonio mobiliare. La crisi dei subprime americani dimostra che se perdono valore i beni mobiliari (azioni, obbligazioni, buoni del tesoro) può perdere valore, ed anche tragicamente, il mattone, e tutti quei beni immobili (case terreni, gioielli, oro) che, se non utilizzati, sono un peso e non una risorsa.

Effetti immediati di un pagamento futuro

Rispetto a queste soluzione l’imposta di successione ha il vantaggio di non pesare immediatamente, quasi fosse un pagherò che avrebbe però effetti immediati in grado di influire sullo stesso  spread, quindi sui costi per interessi. In sostanza un investitore che acquista un BTP ventennale si chiede giustamente: e quando non ci sarà più Monti? ma come fanno questi a restituire questi soldi tra vent’anni? ma questo fiscal compact è veramente una cosa seria? L’incertezza si paga anche profumatamente. Avere invece un cespite sicuro  su una prospettiva lunga può cambiare il sentimento dell’investitore verso il problema della restituzione. Perché, se è incerto l’assetto produttivo dell’azienda Italia nei prossimi decenni, è sicuro che nei prossimi vent’anni circa un quarto della popolazione sarà morta e che almeno la metà del patrimonio sarà passata di mano in successione. (come al solito faccio calcoli molto sommari a spanne). Questo significa che con una aliquota del 10% come imposta di successione si potrebbe ridurre sensibilmente il debito, senza arrivare al famoso 60% del PIL fissato dal fiscal compact ma invertendo radicalmente  la tendenza negativa attuale (più tasse, meno consumi, più deficit, meno Pil, più debito, peggioramento del D/PIL).

Possibili effetti depressivi

Certamente se penso al mio patrimonio e se calcolo quanto dovrebbero pagare i miei eredi applicando una aliquota del 10% mi sembra che sto proprio esagerando, ma se penso a quanto si può perdere in borsa (in un solo giorno il 2 o 3 %), se penso a quanto costa avere figli che non trovano lavoro, se rifletto su quali sono i rischi di una degenerazione del nostro sistema produttivo ed assistenziale, quel 10% se avrà quegli effetti virtuosi che immagino sarebbe proprio un buon investimento. Sì perché penso che questa nuova imposta di cui sto parlando dovrebbe interessare anche la media borghesia, quella che ha almeno una casa di proprietà con un valore superiore ai 500.000 euro. Cioè rispetto alla legge vigente abbasserei la franchigia a 500.000 euro ed eleverei al 10% l’aliquota alla parte restante per tutti anche per i parenti di primo grado.

Mio padre negli ultimi anni di vita, quando doveva sistemare le cose, come diceva lui, mi chiedeva che se c’erano i soldi liquidi per il funerale e per il notaio per la successione, il resto era l’eredità. Si tratterebbe di entrare in questa logica, se il mio patrimonio ora è 100 vuol dire che passo ai miei eredi 90, sempre meglio che passare 40 o 50 dopo un patatrac economico. E i miei eredi si abituano a pensare che il patrimonio di cui disporranno è 90 e non una valore incerto sottoposto al caos dell’incertezza.

La patrimoniale non deve finanziare la spesa corrente.

Tutto questo ragionamento può stare in piedi se nemmeno un soldo proveniente dalla patrimoniale va a finanziare la spesa corrente o a ridurre la pressione fiscale sui redditi, dovrebbero essere due mondi  quasi separati. Non dovrebbe accadere come accadde con il tesoretto di Prodi, l’extragettito che fu oggetto di un attacco alla diligenza da parte di tutte le categorie o come succede attualmente con l’IMU che finanzia la spesa corrente.  Per evitare ciò l’imposta dovrebbe essere pagata solo con il conferimento di BTP che saranno contabilizzati al valore nominale. Alla zecca dovrebbe esserci un laboratorio o un ufficio incaricato di distruggere materialmente i BTP così restituiti o eliminare le serie nel data base.

Pagare restituendo titoli da distruggere

Questa modalità di pagamento avrebbe un ulteriore effetto positivo considerato che attualmente la gran parte della ricchezza finanziaria è detenuto dagli anziani. Se oggi l’imposta entrasse in vigore andrei dal mio notaio a far calcolare la nuova imposta, come se dovessi morire domani, e comprerei subito dei BTP ad un prezzo basso (in realtà come sapete li ho già), se ne trovano ancora in borsa a 85 o 90 euro, e li terrei lì per la vecchiaia, corta o lunga nessuno lo sa. Direi ai miei figli che oltre alla tenuta nel Chianti, ai dieci appartamenti ai Parioli e alla villa nelle Puglie ci sarebbe un gruzzolo liquido che però dovranno restituire allo stato come tassa di successione quando diventerò un caro estinto. E i miei figli non dovrebbero proprio lamentarsi perché il 90% della ricchezza attuale la ereditano.  In questo modo, poiché il debito pubblico ammonta a circa il 22% del patrimonio della famiglie, quasi il 50% dei titoli del tesoro sarebbero di fatto congelati dalle famiglie e non sarebbero oggetto di speculazioni finanziarie. Nel frattempo il gruzzolo accantonato per la successione sarebbe comunque disponibile per tutte le necessità e le opportunità correnti della gestione di una famiglia. Vedo solo effetti positivo, il lettore è pregato di smontare l’ipotesi.

Più soldi ai giovani senza aspettare di morire.

Ovviamente un congelamento troppo prudente e conservativo del capitale personale può frenare lo sviluppo. (A parte che credo che lo sviluppo vada frenato e questa ipotesi funziona anche se l’economia non fosse più dinamica come in passato ma ci fosse un ridimensionamento). Si può prevedere che un passaggio in vita del patrimonio a favore di  parenti o affini goda una aliquota molto più favorevole, supponiamo pari alla sola tassa di registro (sulla tassa di registro tornerò in una prossimo post). Questo renderebbe i patrimoni più dinamici perché non avrebbero una gestione prevalentemente difensiva e conservativa ma più dinamica e giovane.

Al funerale compare l’economia in nero

Questo tipo di tassazione che ha come target  un momento di passaggio in cui la ricchezza è formalizzata e certificata da interessi contrapposti (più eredi contemporaneamente), è più affidabile di quella che si ostina ad inseguire minutamente le singole transazioni dell’economia di ogni giorno (metodo Monti). La tracciabilità delle operazioni bancarie, la richiesta di fatture, gli scontrini fiscali, i numerosissimi adempimenti certosini, (ad esempio i condomini prelevano e versano il 4% della fatture con un dispendio di tempo e di attenzione spoporzionato al vantaggio) hanno il difetto di essere nel contempo esasperanti ed inefficaci. Basta pensare a quanta economia in nero vive e vegeta in Italia. Ridurre il dettaglio dell’accertamento ed attendere al varco (sicuro) i contribuenti: o il nero se lo sono mangiato e consumato e allora hanno pagato le imposte sui consumi oppure hanno accumulato per sé e per la propria famiglia e la cosa lascia tracce assai visibili.

Le società anonime

Ripeto non sono un tecnico dell’argomento solo un cittadino. Se qualcuno mi dice che attraverso le società anonime è possibile nascondere i patrimoni, creare dei forzieri che formalmente hanno un valore molto più piccolo di quello reale del contenuto, allora sarà sufficiente applicare a queste il metodo Monti che tassa minutamente e costantemente i patrimoni anonimi di questi contenitori. Interessante notare che gli industriali si sono dichiarati favorevoli ad una patrimoniale, intendendo colpire i patrimoni immobiliari delle famiglie e sapendo che le loro società si sono ormai da tempo liberate dei patrimoni immobiliari che contenevano.

Tosare il debito per non tosare i cittadini

Ultima riflessione sull’argomento. Se tutto il debito fosse detenuto dalle famiglie italiane, nel patrimonio complessivo sarebbe computabile tutto il debito pubblico sotto forma di ricchezza finanziaria.  L’instabilità finanziaria nasce comunque perché una parte degli investitori teme che tale ricchezza finanziaria possa perdere di valore o non essere restituita per cui se ne libera non volendo rimanere con il cerino acceso in mano. Una imposta sulla successione quale è quella proposta pianifica tale perdita di valore e la ridistribuisce su tutti impedendo che ci siano furbi che si liberano del cerino acceso. Il prestito di fatto diventa in parte  irredimibile, in parte congelato e darà interessi finché la persona che lo possiede è in vita. Una soluzione più che accettabile per pensionati che hanno dei risparmi da cui vorrebbero trarre una rendita spendibile e che potrebbero non preoccuparsi troppo dei loro eredi.

La patrimoniale in una logica rigorosamente capitalista

Termino questa presentazione della mia proposta tornando su un aspetto accennato all’inizio. Senza nessuna progressività punitiva, una simile imposta avrebbe comunque un significato riequilibratore rispetto alla eccessiva concentrazione di ricchezza che in Occidente si è avuta in questi ultimi 30 anni, dal reaganeconomics in poi. Il dibattito politico che ha occupato la campagna presidenziale americana, lo stesso dibattito riservatissimo nel partito comunista cinese ripropongono un aspetto che il nostro egoismo ottuso ci ha fatto dimenticare: se il capitale si concentra troppo muore perché i troppo ricchi perdono la voglia di rischiare e di investire e preferiscono fuggire nei ghetti dorati e ben difesi che stanno sorgendo in giro per il mondo. E i loro figli sono meno capaci dei loro genitori che hanno costruito quelle fortune familiari (è una banale legge statistica che va sotto il nome di regressione). Un ridistribuzione della ricchezza, in questo caso sotto forma di assegnazione di cerini accesi (titoli di debito che non vengono restituiti perche devono essere versati come imposta per poter passare il proprio patrimonio ai figli), una simile redistribuzione è la sola in grado di ridare slancio e vigore al capitale, prima che altre forma di regolazione della società e della sua ricchezza siano inventate.

Per approfondire

Segnalo sull’argomento patrimoniale alcuni articoli autorevoli presenti in una pagina di repubblica on line

Cercando informazioni sulla rete ho trovato questa notizia che considero curiosa ma molto interessante per capire quanto i ragionamenti che stiamo facendo e le vicende finanziarie, che pensiamo abbiano un vita corta, siano profondamente radicate nella nostra storia delle nostre famiglie.

Nel 1935 furono emessi Titoli del debito pubblico denominati Rendita italiana  per 42 miliardi, allo scopo di finanziare lo sforzo bellico in Etiopia. Il prestito era irredimibile: acquistabile a 95 lire per ogni 100 di valore nominale, con un interesse annuo pari al 5% corrisposto semestralmente il 1° gennaio e il 1° luglio non prevedeva un termine né un rimborso. La irredimibilità della Rendita italiana è stata in parte annullata dalla L. 30-3-1981 che ha previsto il rimborso alla pari dei titoli con taglio inferiore alle 100.000 lire. A partire dal 1° gennaio 1998 sono rimborsabili alla pari e cessano di fruttare interessi.

Cioè nel 1998 abbiamo finito di pagare i debiti di una guerra fatta nel ’35. Ma pochi spicci perché il grosso se lo era mangiato l’inflazione della II guerra mondiale.

La colpa del debito

Sto leggendo un libro con il quale non sono sempre d’accordo ma che trovo certamente illuminante. Un e-book che si può scaricare gratuitamente dalla rete.

Alcune idee hanno rinforzato una mia convinzione che ho illustrato in precedenti post.

Il libro sostiene che la spesa dello Stato per lo stato sociale e per i servizi, a parte la qualità dei servizi erogati di cui si può discutere, è in linea con gli standard degli Stati europei virtuosi mentre il deficit annuale è soprattutto determinato dal pagamento degli interessi sul debito. Il debito si è formato nel tempo poiché lo Stato ha consentito una sistematica evasione fiscale e ha finanziato i servizi con l’emissioni di titoli di debito pubblico acquistati dagli italiani e dagli stranieri attratti dagli interessi favorevoli. Tutto il debito venduto all’estero diventava negli anni un finanziamento netto all’Italia che poteva, così, vivere consumando più di quanto produceva. All’interno, invece, la diffusione di titoli di debito spostavano a favore dei più abbienti capitali su cui lo Stato si impegnava a corrispondere un interesse. Il debito diventava così un amplificatore delle disuguaglianze di cui gli evasori si sono avvantaggiati ricevendo servizi che non hanno pagato, accantonando somme che hanno reinvestito nel debito pubblico o portandole all’estero per poi ricomprare dall’estero il debito italiano. Basti ricordare lo scudo fiscale.

Quindi il problema non è  di far dimagrire ulteriormente lo stato sociale e i servizi, già ridotti all’osso da almeno 15 anni di politiche di contenimento delle spese, ma di dare un vero colpo all’evasione e all’economia in nero, spesso legata alla malavita organizzata che ormai è la principale holding italiana. Il marciume della giunta regionale lombarda, lo squallore della giunta del Lazio, la proditoria faccia tosta degli amministratori siciliani fanno cadere le braccia anche ai più volenterosi e ottimisti. E ovviamente non sarà sufficiente limare un po’ le spese della politica per far fronte alla mole di interessi e di debito che nei prossimi anni dovranno essere pagati.

Il libro chiarisce bene come il problema finanziario dell’entità del debito sarebbe inesistente se questo fosse solo detenuto dagli italiani. Il debito diventa una fonte di grave squilibrio finanziario poiché la massa di titoli detenuta all’estero crea un problema di bilancia dei pagamenti: se 100 euro prestati dallo straniero allo Stato italiano diventano 100 euro di salario di un dipendente pubblico che lo consuma facendo un viaggetto all’estero, i 100 euro sono un impoverimento netto della nazione che dovrà prima o poi restituire i 100 euro allo straniero. Se i 100 euro sono prestati allo Stato da un cittadino italiano, anche se i cento euro sono serviti a fare un viaggetto all’estero, la ricchezza complessiva della nazione non è cambiata perché dare e avere si compensano all’interno della ridistribuzione della ricchezza dei cittadini. … Almeno così ho capito ….

E’ per questo motivo che sono rimasto deluso dal cedimento di Monti il quale ha fatto capire che  sia possibile a breve diminuire la pressione fiscale e sono arrabbiato con la sinistra perché non chiarisce se e come vorrà introdurre una patrimoniale che aggredisca questo cancro mortale che da troppo tempo ci sovrasta.

In questo momento siamo tutti un po’ indignati e scandalizzati da quanto apprendiamo della nostra classe politica dirigente e i tanti talk show televisivi sono una specie di lavacro mediatico in cui ciascuno si libera dalle proprie colpe dando addosso ai Formigoni di turno. Tutti coloro che non emettono fattura o lavorano in nero, coloro che accettano lo sconticino rinunciando alla fattura, coloro che portano i soldi all’estero, coloro che non rinunciano ai trenta giorni annuali di malattia sindacalizzata, coloro che sentendosi vittima dello sfruttamento lavorano meno di quanto dovrebbero e potrebbero, coloro che si adagiano sulla intangibilità del posto di lavoro come se fosse una pensione, tutti questi condividono pro quota una responsabilità diretta dello sfascio in cui ci troviamo. Tutto ciò senza togliere nulla alle gravi colpe di alcuni politici.