Le mie mutande e la casa di Diego

Ieri sera mia moglie mi dice che finalmente alla merceria sono arrivate le mia mutande. Tranquilli, non sono uno snob che indossa solo mutande inglesi ma un corpulento italiano che avendo trovato una marca italiana che ne fa un modello confortevole che mi va a pennello preferisce usare quelle dopo aver notato che sulla scatola c’è scritto che sono prodotte in Italia e non costano molto di più di quelle made in China. Ebbene la merceria del quartiere, sono all’antica e preferisco che qualche negozio sopravviva sotto casa, ha impiegato mesi a procurarmi la mutanda tanto desiderata. Notare che quella marca l’aveva scoperta mia moglie proprio in quella merceria.

Ma che c’entra tutto ciò  con il festival di Trento di cui stavo raccontando? Lo capirete se racconto un altro fattarello successo due giorni fa. Chiedo al mio cugino milanese notizie sul suo trasloco nella nuova casa. Diego mi risponde che deve ancora aspettare qualche mese, che il ritardo nelle consegne della casa di nuova costruzione sarà alla fine  di 2 anni, la ditta è bloccata da problemi di finanziamento con le banche, i sub appaltatori non lavorano più se non sono pagati in anticipo ed è tutto fermo. Le mutande non arrivano, le case non sono terminate e i cantieri rimangono fermi.

La colpa del nostro stallo economico è tutta e sola delle banche che non finanziano? Quali sono le responsabilità dei negozianti che non curano il dettaglio di un cliente che vuole proprio quel prodotto e non un altro, quali le responsabilità di costruttori che lavorano senza rischiare il proprio capitale, solo con i soldi raccolti con le prevendite e con i soldi dei finanziatori più o meno istituzionali? quali le responsabilità di imprenditori che lavorano solo se sono pagati anticipatamente perché non si fidano di nessuno? Quanto conta la psicosi collettiva per cui chi è al sicuro ha convenienza a far andare le cose peggio tanto ha tutto da guadagnare politicamente, socialmente ed economicamente?

scoiattolo-footerE’ ormai diffuso un pregiudizio anticapitalistico, antibancario, antieuro, antieuropa, antitutto e ne siamo tutti più o meno condizionati. Con questo pregiudizio e con una certa curiosità siamo quindi andati il primo giugno ad assistere a un dibattito dal titolo ‘Dal liberismo alla nazionalizzazione: quale futuro per le banche?’ tenuto da autorevoli bancari ‘non banchieri’ all’interno di una banca prestigiosa della città. Anche in questo caso il dibattito sarà disponibile sul sito del festival e vale la pena di ascoltarlo integralmente per capire tante cose che ci riguardano direttamente.

Ovviamente le banche e i bancari tendono ad assolvere se stessi da ogni responsabilità, ma, fatta la tara, tre sono i concetti che mi sono rimasti impressi:

  • i soldi delle banche sono dei risparmiatori, dei correntisti e devono essere gestiti con prudenza e rispetto, per questo per concedere prestiti le banche devono chiedere garanzie,
  • gli imprenditori se vogliono essere tali devono essere disposti a correre dei rischi, 
  • le aziende sane, quelle a cui i crediti sarebbero concessi senza problemi, in questo momento non chiedono nuovi prestiti e sono ferme.

Alla domanda finale del giornalista sul da farsi per uscire da questo stallo, il bancario intervistato risponde: se per un nuovo affare servono 3 euro di finanziamento, 1 lo deve mettere l’imprenditore, 2 li può mettere la banca. Ma per riattivare un clima positivo non raggelato dalla paura di correre troppi rischi, lo Stato dovrebbe garantire il rischio di insolvenza di almeno 1 dei due euro forniti dalla banca. Questa triangolazione di responsabilità sembra convincente anche se un contesto sociale impaurito, deluso e diffidente tende ormai a rifiutare ogni medicina che non siano forti anestetici e sonniferi per risvegliarsi in un mondo in cui si ricomincia da zero.

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