Mangiamoci il patrimonio

Oggi Capezzone annuncia che il Pdl farà una proposta su come uscire dalla stretta economica in cui ci troviamo: vendere, o svendere, parte del patrimonio pubblico per ridurre il debito, conseguentemente pagare meno tasse, quindi consumare di più ..  ed ecco che l’economia riparte!

Vendere l’argenteria?

Forse Capezzone è troppo giovane per ricordare che in vecchie abitazioni alto borghesi o nobiliari l’argenteria o i peltri venivano esibiti nella stanza d’ingresso, una antica abitudine tutt’altro che pacchiana che dimostrava la solvibilità del padrone di casa. Se  qualche ospite entrava in casa sua (qualche centinaio di anni fa, nel suo castello) deteneva  una sua cambiale, un suo titolo di debito, veniva rassicurato da quella vista, avrebbe potuto riavere quanto prestato alla regolare scadenza. Fino a una sessantina di anni fa era l’oro che garantiva il valore del pezzo di carta, chiamato moneta, che la gente usa per scambiarsi merci e servizi.

Svendere è controproducente

Se io sapessi che un mio debitore sta vendendo o svendendo le sue proprietà mi preoccuperei e andrei subito a iscrivermi tra i creditori che desiderano essere risarciti magari in anticipo. Questo è ciò che questa destra cialtrona e incapace sta proponendo dopo averci messo in queste difficili condizioni. La proposta è cialtrona sia perché la quantità di patrimonio vendibile, che cioè ha un mercato potenziale, è molto limitata rispetto allo stock complessivo del debito sia perché in questa situazione internazionale il ricavo possibile sarebbe molto basso rispetto al valore intrinseco. A meno che non si voglia vendere i boschi demaniali, le caserme attive, gli ospedali, le strade provinciali statali e comunali, le ferrovie le stazioni,  i tram, gli autobus, le scuole, i tribunali, i ministeri, il monumento ai caduti  …  e chi più ne ha più ne metta!

Insomma l’operazione non solo non attiverebbe il meccanismo virtuoso promesso ma innescherebbe quella sfiducia che farebbe di nuovo schizzare lo spread verso l’alto.

Valorizzare il patrimonio a garanzia del debito

Certamente, si dovrà discutere del patrimonio pubblico, ma non nel senso di una dismissione massiccia e finanziaria ma nel senso di una gestione intelligente ed economicamente vantaggiosa. Striscia la Notizia sistematicamente ci mostra le opere incompiute ed abbandonate, ciascuno di noi conosce tanti casi di gestione antieconomica di beni che potrebbero essere meglio utilizzati, ma le amministrazioni pubbliche, statali e locali non sono motivate ad assumersi il rischio di scelte economiche delicate. Tuttavia il nuovo governo dopo le elezioni dovrà pensare a meccanismi decentrati che portino a valorizzare il patrimonio, eventualmente anche con vendite e acquisti mirati, ma con il degrado morale dell’attuale rappresentanza politica ciò è proprio una chimera.

Non c’è scampo

Comunque non c’è via di scampo, qualcuno deve ripagare parte del debito che è stato contratto (quella parte non garantita dal patrimonio pubblico che produce beni servizi redditi e ricchezza, il Careggi per intenderci) e scordiamoci la possibilità di farlo semplicemente azzerando i costi della politica (ipotesi Grillo) o tornando alla lira da stampare a piacimento per restituirla ai creditori che per circa il 40% del totale sono all’estero (ipotesi Berlusconi e compagni nei giorni più ispirati).

Riportiamo in Italia il debito e teniamoci i lingottini

La soluzione più semplice sarebbe che i ricchi italiani ricomprassero il proprio debito sottoscrivendo e comprando in borsa i BTP in modo che il circolante all’estero sia molto poco e tale da non costituire fonte di speculazioni finanziarie (modello Giappone che si permette un debito pubblico doppio del PIL). Ma nemmeno Monti è riuscito a convincerci e preferiamo esportare lingottini d’oro in Svizzera o comprare appezzamenti di terreni in Kenia o in Cile o tenere i pochi soldi che abbiamo nel materasso.

Sinistra batti un colpo chiaro

Siccome a breve non è pensabile una significativa ripresa dei redditi, l’unica soluzione praticabile è una patrimoniale. Fantasma, spesso evocato dalla sinistra, i cui contorni non sono affatto chiari e comunque così sfumati da non promettere nulla di effettivamente significativo.

Il seguito alla prossima puntata.

PS Le nostre vere riserve auree

In questo post  ho inserito un link a un altro scritto in ospedale, per semplicità riporto qui, come citazione, quanto dicevo quest’estate.

Torniamo all’economia
Ma quanto vale il Careggi? Il letto tecnologico, che con un pulsante prende le forme che voglio, quanto costa? Quanto vale se si rivendesse? Quanto vale in termini di utilità che può avere in futuro? In quale bilancio è contabilizzato? A quale valore. Il Careggi è un bene, un patrimonio da qualche parte contabilizzato o è visto solo come una voragine che assorbe risorse senza fine. Quanto valgono i beni e servizi che produce? La mia salute quanto è prezzata? I valore dei beni e servizi prodotti dipende da quanto il mercato è disposto a pagarli. Questi beni e servizi li paghiamo con le tasse, il popolo non vuol pagare più le tasse, pretende che i servizi costino meno per consumare di più altri tipi di beni. Quanto vale il capitale umano racchiuso al Careggi, quanto è costato per costituirlo, quanto altro capitale umano potrà a sua volta produrre? In una società così complessa e ricca, centrata sul benessere collettivo, gli strumenti concettuali dell’economia classica, il PIL, il debito pubblico, il deficit andranno certamente rivisti. Se la smettessimo di pensare che il debito pubblico sia un buco di debiti da restituire ai creditori e cominciassimo a vederlo come un capitale sociale costituito da un immenso patrimonio fatto di ospedali, scuole, strade, ferrovie, infrastrutture elettroniche, competenze. Quando capiremo che il debito e il valore dei Btp è garantito dalla coesione sociale di cittadini che amano pagare le tasse (Padoa Schioppa)?

La colpa del debito

Sto leggendo un libro con il quale non sono sempre d’accordo ma che trovo certamente illuminante. Un e-book che si può scaricare gratuitamente dalla rete.

Alcune idee hanno rinforzato una mia convinzione che ho illustrato in precedenti post.

Il libro sostiene che la spesa dello Stato per lo stato sociale e per i servizi, a parte la qualità dei servizi erogati di cui si può discutere, è in linea con gli standard degli Stati europei virtuosi mentre il deficit annuale è soprattutto determinato dal pagamento degli interessi sul debito. Il debito si è formato nel tempo poiché lo Stato ha consentito una sistematica evasione fiscale e ha finanziato i servizi con l’emissioni di titoli di debito pubblico acquistati dagli italiani e dagli stranieri attratti dagli interessi favorevoli. Tutto il debito venduto all’estero diventava negli anni un finanziamento netto all’Italia che poteva, così, vivere consumando più di quanto produceva. All’interno, invece, la diffusione di titoli di debito spostavano a favore dei più abbienti capitali su cui lo Stato si impegnava a corrispondere un interesse. Il debito diventava così un amplificatore delle disuguaglianze di cui gli evasori si sono avvantaggiati ricevendo servizi che non hanno pagato, accantonando somme che hanno reinvestito nel debito pubblico o portandole all’estero per poi ricomprare dall’estero il debito italiano. Basti ricordare lo scudo fiscale.

Quindi il problema non è  di far dimagrire ulteriormente lo stato sociale e i servizi, già ridotti all’osso da almeno 15 anni di politiche di contenimento delle spese, ma di dare un vero colpo all’evasione e all’economia in nero, spesso legata alla malavita organizzata che ormai è la principale holding italiana. Il marciume della giunta regionale lombarda, lo squallore della giunta del Lazio, la proditoria faccia tosta degli amministratori siciliani fanno cadere le braccia anche ai più volenterosi e ottimisti. E ovviamente non sarà sufficiente limare un po’ le spese della politica per far fronte alla mole di interessi e di debito che nei prossimi anni dovranno essere pagati.

Il libro chiarisce bene come il problema finanziario dell’entità del debito sarebbe inesistente se questo fosse solo detenuto dagli italiani. Il debito diventa una fonte di grave squilibrio finanziario poiché la massa di titoli detenuta all’estero crea un problema di bilancia dei pagamenti: se 100 euro prestati dallo straniero allo Stato italiano diventano 100 euro di salario di un dipendente pubblico che lo consuma facendo un viaggetto all’estero, i 100 euro sono un impoverimento netto della nazione che dovrà prima o poi restituire i 100 euro allo straniero. Se i 100 euro sono prestati allo Stato da un cittadino italiano, anche se i cento euro sono serviti a fare un viaggetto all’estero, la ricchezza complessiva della nazione non è cambiata perché dare e avere si compensano all’interno della ridistribuzione della ricchezza dei cittadini. … Almeno così ho capito ….

E’ per questo motivo che sono rimasto deluso dal cedimento di Monti il quale ha fatto capire che  sia possibile a breve diminuire la pressione fiscale e sono arrabbiato con la sinistra perché non chiarisce se e come vorrà introdurre una patrimoniale che aggredisca questo cancro mortale che da troppo tempo ci sovrasta.

In questo momento siamo tutti un po’ indignati e scandalizzati da quanto apprendiamo della nostra classe politica dirigente e i tanti talk show televisivi sono una specie di lavacro mediatico in cui ciascuno si libera dalle proprie colpe dando addosso ai Formigoni di turno. Tutti coloro che non emettono fattura o lavorano in nero, coloro che accettano lo sconticino rinunciando alla fattura, coloro che portano i soldi all’estero, coloro che non rinunciano ai trenta giorni annuali di malattia sindacalizzata, coloro che sentendosi vittima dello sfruttamento lavorano meno di quanto dovrebbero e potrebbero, coloro che si adagiano sulla intangibilità del posto di lavoro come se fosse una pensione, tutti questi condividono pro quota una responsabilità diretta dello sfascio in cui ci troviamo. Tutto ciò senza togliere nulla alle gravi colpe di alcuni politici.

Forza Monti

Monti nell’intervista allo Spiegel ha centrato l’obiettivo alzando però un polverone generato dall’ipocrisia pseudo democratica europea. Ha detto in sostanza: attenti cari tedeschi, attento caro Barroso e compagni, non tirate troppo la corda perché i popoli si possono ribellare e allora anche chi si sente al sicuro potrebbe avere problemi. I paesi forti non hanno pagato un euro per alleviare i problemi di chi è in difficoltà, anzi un sistema perverso di rating costringe i paesi deboli a finanziare il debito dei tedeschi, il più grande d’Europa, i quali ottengono soldi in prestito a tassi negativi, guadagnandoci. Ha poi aggiunto: attenti, che i passaggi saranno stretti e che è a rischio la democrazia perché certe cure ingrate nei parlamenti non passano o sono molto difficili. Ora lo accusano di essere un golpista autoritario e non, piuttosto, un sincero e colto democratico che guarda alla realtà con la preoccupazione di chi conosce la storia della prima metà del secolo scorso.

Discussioni sulla rete

Questo è un mio commento in una animata discussione di un post di G+ che diffondeva un video circa il valore positivo per l’Italia della strada scelta dall’Islanda per affrontare la crisi finanziaria del 2008.

Ho riletto tutti i commenti al post e riascoltato il video. Mi permetto di riintervenire nella discussione suggerendo da un lato la lettura di un documento presente sulla rete http://micheledisalvo.files.wordpress.com/2012/05/chi-cc3a8-dietro-grillo.pdf che concerne il caso Grillo ma che chiarisce molto bene i meccanismi manipolatori della pubblica opinione che la rete consente al di la dell’apparente libertà di espressione dei partecipanti. Ad esempio in questa discussione almeno due o tre partecipanti sembrano rientrare nella tipologia dell’influencer. Ad esempio qualcuno ha intenzionalmente inserito errori grammaticali oltre il limite probabile forse per dare al proprio intervento una tonalità che spostava quella prevalente in questo gruppo. Ma sempre rimanendo nella questione sollevata dal documento che ho citato è proprio il video che, raccontando cose quasi vere, induce in generalizzazioni improprie. Il caso Islanda non è paragonabile al caso Italia, 1 per i tempi, 2 per il merito. Parallelismo temporale: nel 2007 la crisi americana dei subprime (fallimento delle famiglie che non pagarono i mutui che poteva determinare  il fallimento delle banche americane e a catena   il fallimento delle banche di mezzo mondo) fu risolto facendo fallire qualche banca americano e salvando le banche europee attraverso l’intervento degli Stati di appartenenza delle banche. L’Italia non ebbe grossi problemi perché le nostre banche non avevano in pancia troppi titoli tossici (robaccia emessa dagli americani che si basava sui muti fondiari delle famiglie americane) mentre Francia, Germania, Inghilterra, dovettero intervenire a sostegno della proprie banche e per questo si accollarono le perdite nei propri bilanci statali. L’Islanda, che era ormai con Internet come una piccola Svizzera la sede di banche che raccoglievano risparmi da tutti il mondo, banche che avevano in pancia molti titoli tossici di nessun valore, non aveva un bilancio nazionale coerente con tale  guaio e ben fece a lasciare al loro destino le banche garantendo solo i depositi dei propri cittadini risparmiatori e dei pensionati. In realtà quelle banche con sede islandese sono state in parte salvate dagli inglesi e dagli olandesi a garanzia dei cittadini di quegli stessi stati. L’Islanda si è un po’ impoverita ad esempio perché meno persone lavorano nel sistema bancario ma  il sistema statale e del welfare rimaneva in sostanziale equilibrio ed era sostenibile con le attività tradizionali e le risorse ambientali disponibili. Sono passati 5 anni e quella crisi internazionale ha impoverito tutti diffondendo recessione e aggravando i debiti accumulati nel tempo dagli Stati. Nel frattempo sono state introdotte norme più severe sulla contabilità delle banche per cui la raccolta di denaro per finanziare imprese, stati e famiglie è diventata più onerosa e tutto il sistema è diventato più interdipendente e precario. Il debito dell’Italia non è delle banche ma dello Stato, non lo ha mangiato la Casta come il Corriere della Sera tende a dire ma è la somma di politiche che negli anni hanno assicurato più benessere del dovuto. Il video presenta una soluzione quasi romantica di un cantante che fa il miracolo di una transizione dolce e democratica suggerendo che un demiurgo, un comico o un santo o un fichissimo imprenditore possa cavarci d’impiccio … Ma non è così.  

Influencer?

Tra le follie che circolano sulla rete autorevolmente propalate da ‘intellettuali’ di sinistra come Lerner c’è l’idea di non pagare il debito per vincere finalmente l’odiato capitalismo. G+ di cui faccio parte mi sta sistematicamente presentando tra i temi caldi appunto questa questione.

Questo è il commento che ho scritto oggi su un post che proponeva come positivo il caso dell’Islanda:

L’Islanda non è l’Italia e forse bisognerebbe chiedere  direttamente agli islandesi pensionati o agli islandesi che sono tornati a fare i pescatori come stanno effettivamente. Una cosa è rifiutarsi di nazionalizzare il debito di banche che stavano fallendo e i cui depositanti erano prevalentemente non islandesi (caso islandese) e altra cosa è rifiutarsi di pagare il debito dello stato che è alla base dello stesso equilibrio finanziario di tutte le banche e quindi anche dei depositi. Se gli italiani decidessero di non pagare il debito farebbero una fine peggiore di quella dei greci, della cui tragica fine stiamo vedendo solo gli inizi, e degli argentini il cui impoverimento è stato così drastico e violento che ora anche lievi recuperi sono presentati come tassi di crescita da miracolo economico. 

Mi chiedo infine: perché G+ mi mette come tema caldo da me non richiesto questo post e la relativa discussione? Sono forse classificato come potenziale grillino?