La parola alle élite

Ho finito di leggere in questi giorni due libri divulgativi ma seri, gli autori appartengono a quelle élite che normalmente sono detestate  dal popolino vociante.

Giunta e Rossi, il primo docente universitario di politica economica il secondo direttore generale dell Banca d’Italia, hanno analizzato a fondo la struttura economica del nostro paese cercando le ragioni dell’inerzia attuale, del rischio di declassamento delle nostre capacità produttive residue. Il testo è complesso e molto ricco di dati ed analisi, rispetto alla vulgata giornalistica prevalente rischiara un po l’orizzonte ma contemporaneamente fa capire quali rischi stiamo correndo se assumessimo posizioni estremistiche e vuotamente populiste.

Ho imparato da questa lettura molte cose, soprattutto ho capito meglio certi dibattiti economici che al nostro livello di privati cittadini arrivano grossolanamente deformati.

Il contenuto del libro e la risposta alla domanda del titolo si può forse riassumere con il seguente grafico:

Nella Catena Globale del Valore, quella che consente di produrre e di vendere a clienti ovunque nel mondo beni e servizi, l’Italia riesce a competere ancora nell’area della produzione e molto meno negli altri ambiti che stanno a monte e a valle. Si parla ovviamente di mercato globale. Il grafico mostra come le attività tangibili della produzione sono quelle che producono meno valore aggiunto unitario che invece è più alto a monte e a valle  per R&S e Servizi post vendita.

Enrico Letta è ben conosciuto anche se ormai lavora a Parigi ed è cittadino del mondo. Il suo è un libro denso e meditato pur essendo  redatto in forma di intervista. L’obiettivo è molto chiaro, riflettere sul destino dell’Europa in questo momento in cui i venti e le maree della storia ci consegnano miseria e problemi. Anche da questo volume cito un grafico, l’unico del libro.

La corsa del debito pubblico è stata anteriore all’entrata in vigore dell’Euro.

La visione di Letta è interessante e culturalmente profonda certamente serena e matura. Sono andato a comprare il libro di Letta arrivato a un certo punto della lettura del libro di economia perché i rimandi ai vincoli delle istituzioni europee e alla politica più in generale erano continui ed in effetti i due libri si integrano per stile espositivo, rigorosi ma comprensibili, e per visione d’insieme. Qualcuno malignamente direbbe stessa consorteria.

Stufo di ascoltare le castronerie giornalistiche dei nostri commentatori televisivi e le fesserie di molti  politici nostrani, mi sono concesso una sana lettura su cui è possibile riflettere e dissentire senza arrabbiarsi. Ve li consiglio non sotto l’ombrellone ma in qualche pomeriggio sotto la frescura di un faggio frondoso.

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Non era questo il PD utile all’Italia. Dopo 6 mesi non c’è un piano per l’economia.

Un punto di vista interessante con una chiusa che fa pensare. ‘Scommettiamo con coraggio e coerenza. Non solo Schroeder fu grande dopo la sconfitta elettorale. Anche Ettore di fronte a morte certa,fu reso immortale dal suo coraggio.’

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Leggo da più parti che la competizione per la presidenza della Emilia Romagna, tra Stefano Bonaccini e Matteo Richetti è la summa del rinnovamento in atto da quando Matteo Renzi è segretario del PD. Finalmente una sfida vera, senza rete . Una sfida all’interno della nuova classe dirigente. Sappiamo che non è così.

Vivo sul territorio italiano, on line. Leggo molto e converso sui social. Sono un mainstream citizen. Ascolto in diretta. Poi mi faccio le considerazioni del caso. Forse sbagliando, scrivo e dico ciò che la mia intelligenza partorisce.

Matteo Richetti ha posto la sua candidatura a Presidente della ER, quando si è capito che in nome dell’unità, il candidato sarebbe calato dall’alto. Un candidato frutto di accordi tra correnti. La minoranza voleva il Presidente e il segretario l’avrebbe concesso. Allora l’elemento unitario è stato configurato in Stefano Bonaccini. Bonaccini è stato il maggior protagonista della campagna per le…

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La morsa delle tasse

I disordini e le violenze di questi giorni  hanno tante motivazioni, ciascuna muove una parte della popolazione contro un nemico comune lo Stato e i politici. Tutti si sentono tartassati anche quelli che non sono tenuti a pagare le tasse poiché non hanno un reddito. Non si fa che parlare di meno tasse, di nuove tasse, di tasse con i nomi più fantasiosi. Soprattutto si ha l’impressione che si stia chiudendo una morsa a tenaglia fatta scattare dalle misure adottate dai governi in questi ultimissimi anni su indicazione dell’Europa.

La principale innovazione è stata l’abolizione di fatto del segreto bancario, anzi, la responsabilizzazione delle banche nella denuncia di movimenti di capitali sospetti, per ostacolare il riciclaggio. Il denaro liquido sta diventando sempre più una merce di difficile scambio. La delinquenza organizzata variamente insediata sul territorio ha grossi problemi, lavare il denaro sporco inserendolo nell’economia legale è sempre più difficile. Fosse per questo che il potere occulto della mafia, ndrangheta, camorra, sacra corona & C potrebbe finanziare la ribellione contro lo stato gabelliere?  Certamente esistono metodi per evadere  che nemmeno immagino e i grossi sanno come resistere, magari spostando le loro somme da un paradiso fiscale ad un altro con sovrafatturazioni o transazioni fittizie.

Ma la morsa dei controlli riguarda a questo punto tutti i cittadini anche quelli che fanno attività benemerite ma che evadono il fisco. Così il medico che non fattura e incassa in nero non può accumulare troppo perché poi non saprebbe come spendere i denaro liquido che la segretaria diligentemente gli consegna nella busta alla fine della giornata. Quel denaro liquido deve essere speso direttamente per comprare beni e servizi minuti che non lascino tracce. Non può diventare un introito sistematico sul conto corrente perché il cervellone del fisco se ne accorgerebbe. La stessa cosa vale per il docente di matematica che fa le lezioni private, per il garagista che ripara le macchine in nero, per tutte le persone che arrotondano lo stipendio con altre attività secondarie. Questo clima di incertezza e di insicurezze nel momento del guadagno e della spesa accende gli animi e il risentimento, non se ne può più, dice la gente esasperata. Sia chiaro, io penso che questo sia un passo decisivo verso la modernità e verso la salvezza economica del paese: tutti paghino il giusto e nessuno si arricchisca facendo il furbo e tutti investiamo in uno Stato che garantisca la certezza del diritto e la regolarità dei mercati.

Ieri  un giovane che fa il consulente finanziario mi ha raccontato questa storia. Parlavamo della situazione e ci scambiavamo pareri sulle prospettive future. Mi spiace che ci sia quest’odio per le banche, dice lui. Non è vero che non ci sono i soldi nessuno viene a chiederli, o meglio vengono ma non hanno i requisiti. Ad esempio è venuto da me un giovane cuoco di un ristorante importante, guadagna 4.500 euro al mese ma in busta paga ne risultano 1.500. Io posso concedere un mutuo calcolato rispetto al reddito certificato, cioè niente rispetto alla sua capacità di spesa e alla casa che si potrebbe permettere.

Come può succedere  che il giovane cuoco possa incassare 3000 euro nette al mese in nero evadendo fisco e INPS? Banale, il proprietario del ristorante incassa a sua volta senza fatturare o sottofatturando  perché c’è il famoso medico in compagnia dell’amico garagista e della professoressa di matematica del figlio che devono spendere soldi liquidi che non possono versare sul loro conto bancario. Insomma una economia parallela che gira ma che si sente ogni giorno più assediata. Insomma non si può più mangiare tranquilli nemmeno al ristorante, tocca andare a vivere all’estero. Evitare i paesi europei ricchi, lì senza carta di credito non si va da nessuna parte!

Poveri questi ricchi! devono scendere in piazza con i poveri e rompere un po’ di vetrine di queste banche in mano agli ebrei!

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L’economia per una società giusta

Il festival dell’economia di Trento si presenta come un evento che coinvolge tutta la città ed in parte anche Rovereto. Si accede agli eventi senza troppe formalità tranne gli eventi più importanti che si realizzano in teatri per i quali occorre ritirare un’ora prima il biglietto con il posto assegnato. Il programma è molto nutrito e contemporaneamente ci possono essere 4 o cinque eventi, conferenze, interviste dibattiti, per cui per strada si vedono processioni di giovani e di professori che si spostano in fretta da una conferenza ad un’altra. Ci sono anche molti VIP, premi Nobel, politici per cui le forze dell’ordine seppur discretamente sono presenti ovunque dentro e fuori le sale.

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Lascio a mio fratello e mia cognata il compito di scegliere a che cosa partecipare e mi adeguo di buon grado essendo nuovo dell’ambiente.

La prima relazione a cui partecipiamo riguarda le economie emergenti e la crisi globale, è tenuta da un professore americano di origine indiana, Kaushik Basu, che occupa posti di grande rilievo alla banca mondiale e nel governo indiano. Egli mostra come la crisi attuale sia concomitante con l’aumento delle differenze tra Stati e soprattutto con l’aumento delle differenze di reddito all’interno degli Stati. Certi tassi di crescita delle economie emergenti sebbene alti, più alti di quelli delle economie sviluppate, non riducono la povertà delle masse di diseredati esistenti anzi ne estremizzano gli effetti se raffrontate all’emergere di ristrette classi di super ricchi in ogni parte del globo. Come economista cerca di spiegare quali debbano essere le regole e i vincoli che potrebbero mitigare o annullare questi effetti perversi dello sviluppo del capitalismo globalizzato proponendo la costituzione di nuovi poteri regolatori di tipo sovranazionale ma, alla fine, ad una analisi più stringente, ammette che la soluzione non potrà che essere una visione più collaborativa e meno competitiva delle relazioni internazionali e sociali. Mi torna in mente le teorie dei giochi di quel matematico … come si chiama? …  dico sottovoce rivolto a mio fratello … sì quel matematico su cui hanno fatto un film … e non ricordavo nemmeno il titolo del film.  Davanti al nostro banco una giovane studentessa si gira e mi dice sorridendo, Nash. … sono confortato, stavo anch’io capendo quello che il conferenziere stava dicendo!

Dopo la presentazione si fanno avanti numerosi giovani studenti, tutti in un inglese brillante, sicuro e fluente, con domande intelligenti e pertinenti. Che bello ritrovarsi in una aula universitaria perfettamente arredata, ben tenuta, stracolma di giovani educati, attenti, eleganti nei modi, che parlano a bassa voce, che ti cedono il passo se vedono i tuoi capelli bianchi. Diventeranno spietati economisti di qualche multinazionale dello sfruttamento? Forse. Certamente da questa prima conferenza emergono impostazioni aperte ad una sensibilità umanistica che lascia bene sperare per la formazione di questi giovani.

All’uscita c’è il tavolo con alcuni libri di riferimento tra i quali anche uno di Basu che acquisto per approfondire le cose che aveva detto.

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Spread, rendimenti futuri e i ‘conti della serva’

Nel post di ieri ho cercato di dimostrare che sullo spread sono state dette delle mezze verità: le variazioni repentine e massicce dello spread non si traducono istantaneamente in proporzionali variazioni dei costi degli interessi del debito. I tassi di rendimento sono sensibilmente variati in borsa perché i risparmiatori e gli speculatori nel vortice degli scambi, giocando sulla paura e sulla disinformazione, hanno consentito di tosare i paurosi a vantaggio di coloro che avevano le informazioni giuste. Ma lo Stato ha continuato a pagare gli stessi interessi nominali, salvo le obbligazioni di nuova emissione e i CCT che avevano una cedola variabile, cedola che però non è indicizzata allo spread, altamente nevrotico, ma a panieri di indici più legati all’economia reale e quindi meno esposti a sbalzi di umore. Non sono in grado di entrare nel fino di questo ragionamento ma mi sarebbe piaciuto avere idee più chiare in merito se la stampa, anche quella specializzata, offrisse al cittadino elementi più fattuali rispetto a teorie economiche fortemente ideologizzate su cui gli economisti si sono pavoneggiati a disquisire creando più dubbi e paure che strumenti conoscitivi per decidere in autonomia.

Ma torno all’affermazione di Scalfari: 100 punti di spread valgono 16 miliardi.

Intanto lo spread è una differenza tra i rendimenti dei BTP decennali italiani e gli equivalenti Bund tedeschi. Se lo spread è a 500 significa che se il BTP rende il 7% il Bund rende il 2%. Se lo spread scende a 400 (i famosi 100 punti in meno) può essere successo

  • che il BTP rende 6% e il Bund resta al 2%
  • ma potrebbe anche essere successo che il BTP continua a rendere il 7 e il Bund il 3%
  • oppure il BTP il 6,5% e il bund 2,5% .. e chi più ne ha più ne metta.

Quindi il ragionamento sugli aggravi di costo o sui risparmi andrebbe basato non sullo spread ma sul valore assoluto del rendimento. Ma come abbiamo visto nel precedente post il rendimento registrato negli scambi in borsa non modifica i rendimenti nominali pagati dallo Stato ai possessori dei BTP, influenza semmai i rendimenti delle nuove emissioni.

Le nuove emissioni dei titoli di debito a breve. In effetti il giochetto dei rating si è rivelato decisivo e molto pericoloso per le nuove emissioni: i grandi investitori, in particolare i fondi pensioni applicano delle procedure automatiche che scelgono di acquistare solo obbligazioni con un certo livello di affidabilità. Se il rating fosse sceso troppo, i nostri BOT e BTP non avrebbero potuto  essere comprati da certi fondi pensione e il rischio dell’invenduto o della crescita oltre misura dei rendimenti si faceva concreto. Per fortuna le agenzia di rating hanno declassato tanti stati e tante banche al punto che gli investitori istituzionale non hanno potuto concentrare i loro investimenti sui pochissimi  che avevano la tripla A, i quali, avendo molte richieste, di fatto non riconoscevano rendimenti interessanti come è accaduto alla Germania che ha addirittura riconosciuto rendimenti negativi. Quindi la massa di danaro disponibile ad acquistare le nuove emissioni è restata invariata e i tassi di interesse non si sono discostati molto da quelli storici.

Ma cerchiamo di fare qualche ‘conto della serva’. Qual è la vita media dei titoli di debito emessi dalla Stato italiano. Supponiamo che siano 10 anni, alcuni buoni hanno una vita residua di 30 anni ma altri di pochi mesi. Se assumiamo in 2.000 miliardi la massa del debito, ogni anno si devono rinnovare 2.000/10 miliardi cioè 200 miliardi. Non so se ricordate che all’avvio del governo Monti si disse che in pochi mesi andavano in scadenza, e quindi dovevano essere rinnovati, circa 200 miliardi di euro, una cifra gigantesca che è difficile immaginare. Ovviamente, se coloro che detenevano i 200 miliardi in scadenza avessero deciso di incassare moneta e di riinvestire in BTP australiani o brasiliani o canadesi, lo Stato italiano non avrebbe avuto i 200 miliardi nemmeno se ci avesse spremuto come limoni, ma  in questi passaggi  spesso accade che chi ha un titolo in scadenza lo rinnova.  I 200 miliardi liquidi non servono, si scambia l’obbligazione vecchia con una nuova. In questo passaggio, nella peggiore della ipotesi, se i rendimenti di mercato sono cresciuti in media di un punto, lo Stato dovrà riconoscere quel punto in più sui 200 miliardi, quindi vi sarà a partire da quell’anno un aggravio di costi di 2 miliardi non di 16. Lo stesso ragionamento si può fare nel caso più felice della diminuzione. Ma ho detto che questa è l’ipotesi peggiore perché i rendimenti di buoni decennali o ventennali o trentennali risentono delle condizioni economiche del momento in cui sono stati emessi. Se si va a leggere un listino dei buoni acquistabili in borsa,  si osserverà che i rendimenti sono tutti altini perché il nostro debito è alto da molto tempo  e le crisi finanziarie sono più frequenti di quanto noi ricordiamo. Quindi nella fase di rinnovo anche in questa fase così delicata potrebbe addirittura capitare che il tasso medio non aumenta rispetto a quello già corrisposto sui titoli in scadenza. Credo che il Tesoro quest’anno abbia rinnovato i buoni riducendo la vita residua in considerazione del fatto che quelli a breve riconoscevano interessi molto bassi, contendo così la spesa per interessi.

Ed ora cosa faccio? Torniamo al mio caso, visto che sapete molto degli affari di casa mia. L’avere acquistato obbligazioni con spread alto mi assicura ora una plusvalenza che potrei monetizzare vendendo tutto, altrimenti se manterrò ad esempio il BTP con scadenza 2033 fino alla scadenza il vantaggio di oggi svanirà nel tempo e il rendimento che avrò nel lungo periodo sarà esattamente quello effettivo al momento dell’acquisto cioè circa il 7%. Evidentemente la telepatia esiste. Oggi il sole24ore mi dà una risposta, bùttati sui certificati di deposito bancari perché il bazooka di Draghi abbatterà i rendimenti dei BTP.  Non faccio commenti, che mi sorgono spontanei se aggiungo che, sempre oggi, telefonando al numero verde della mia banca per una disfunzione della comunicazione internet del conto online, l’operatore alla fine mi dice. Approfitto per ricordarle che c’è una interessante emissione di certificati di deposito, le conviene chiedere in agenzia. Ovviamente non penso di accedere ora all’intermediazione bancaria per lucrare un quarto di punto quando, come ho mostrato, sono in gioco decine di punti percentuali. Spiace vedere che le banche non si decidono a raccogliere denaro per finanziare le aziende ma probabilmente continuano a intrugliare intorno a obbligazioni di cui riescono a far variare rapidamente i corsi.

Grato al concittadino di Pistoia. Nella decisione di investire una buona parte delle nostre liquidazioni in titoli di debito pubblico italiano ha influito anche quel concittadino di Pistoia, del quale non ricordo il nome e al quale il Presidente dovrebbe conferire una onorificenza, che invitò i cittadini a sottoscrivere o a comprare i BOT e i BTP italiani. Le sue motivazioni non erano meramente patriottiche ma scaturivano da un ragionamento: se tutto il debito fosse in mano ai cittadini italiani come accade per il debito giapponese, non ci sarebbero speculazioni né rischi di rating abbassati, né si parlerebbe di spread e gli interessi potrebbero essere più bassi e il bilancio dello stato sarebbe gravato da meno oneri per il pagamento degli interessi. Quindi la crisi finanziaria sarebbe risolta senza aumentare le tasse o fare sacrifici particolari. In una seconda intervista televisiva, resosi conto che era impossibile convincere i cittadini ad un gesto altruistico e patriottico in un momento in cui si vedevano le peggiori porcate realizzate dai nostri politici, fece un ragionamento del tutto opportunistico: se ora sono i cinesi a finanziare il mio debito prima o poi tra dieci o vent’anni io o i miei figli dovremo restituire tutto il debito dopo aver pagato gli interessi, se il debito posso  finanziarlo io, almeno mi riprendo gli interessi. Nella mia scelta io ho aggiunto altre considerazioni prudenziali: l’Italia è troppo grande per poter fallire, potrebbe scegliere di tornare alla lira, potrebbe sottoporsi alla cura Monti e rientrare a pieno titolo nell’economia europea. Il primo caso sarebbe così catastrofico per l’intero sistema globale da poter essere escluso, come se nella scelta di un investimento si dovesse considerare la possibilità che un meteorite colpisca e distrugga Roma. Se si tornasse alla lira avrei un titolo espresso in una moneta forte e avrò tante lirette svalutate, se funziona la cura Monti, posso investire in titoli che la gente svende e che renderanno per decine di anni come pochi titoli hanno reso in questi ultimi decenni. Per onestà devo dire che su questo investimento non ho messo tutti i miei risparmi e tutto il mio patrimonio, ma, come la mia famiglia, molte altre potrebbero considerare questa prospettiva, non solo come un atto civico, ma anche come una decisione economicamente vantaggiosa.

Alla prossima

Di crisi in crisi le pensioni non cambiano

Ritrovo nel mio computer questo reperto di molti anni fa. Si tratta di una elucubrazione che avevo sviluppato durante un’altra crisi finanziaria simile a quella che stiamo vivendo  e che faceva carico al sistema pensionistico dei problemi più vasti di tutta l’economia nazionale. All’epoca i social network non esistevano nella forma attuale e quindi i cittadini che volevano far sapere la propria opinione scrivevano lettere. Ho inviato il mio pezzo al Corriere della Sera e prima ancora a Prodi. Ma non ricevetti risposte. Ripubblico il reperto sia per inserirlo in questo blog in modo ordinato ed accessibile sia per riproporre l’idea che alla luce dei fatti mostra tutta la sua attualità e validità.

Lettera al Corriere della Sera

Roma, febbraio 1997

Egr. dottore,

la seguo spesso sul Corriere ed approfitto di questa finestra Internet per cercare di contattarLa. Non sono fiducioso che in realtà questa lettera giunga fino a Lei e che Lei abbia il tempo di considerarla analiticamente. In realtà la spedii già, senza ottenere risposta, circa due anni fa a Prodi che aveva scritto un articolo sul Corriere sulla questione delle pensioni.

Ora il problema delle pensioni ritorna ad essere cruciale e mi preoccupa il fatto che un tema simile sia dibattuto a livello politico in modo così superficiale rimandando al chiuso delle commissioni di esperti la ricerca di soluzioni tecniche, contabili, che saranno adottate sull’onda di reazioni emotive a qualche altro scossone di borsa o valutario.

Lei mi sembra abbastanza illuminista da pensare che le soluzioni ragionevoli e coerenti di problemi complessi possano essere condivise da molti, dalla maggioranza dei cittadini a prescindere dal proprio schieramento politico e dalla corporazione di appartenenza.

Ho riletto in questi giorni la proposta che qui allego e mi sembra ancora attuale Alcune previsioni formulate allora si sono per fortuna avverate. Ovviamente sarebbero opportuni molti approfondimenti ma il discorso sarebbe troppo complesso. Il punto debole della proposta è forse la necessità di pensare  tutto il  sistema pensionistico in modo aggregato. Ciò contrasta con la tendenza fortemente corporativa di alcune categorie attualmente ben protette dal sistema.

E’ un’idea stravagante? Mi piacerebbe un Suo parere e soprattutto spero che il Suo giornale, che seguo da moltissimo tempo, avviasse un dibattito tecnico e politico che permetta di aggregare la gente su soluzioni che siano condivise, anche se spiacevoli.

Cordialmente

Raimondo Bolletta

Lettera a Prodi

Roma marzo 1995

Caro prof. Prodi,

seguo con grande speranza il Suo tentativo. L’impresa è ardua soprattutto perché dovrebbe riuscire a liberare il centrosinistra di quella aggressività giustizialista e moralistica ‘alla Orlando’ che ci impedisce di vincere. Ma l’articolo di oggi sul Corriere mi ha un po’ deluso: è proprio convinto che la strada da Lei delineata sia facilmente percorribile e che i passaggi che dovremo affrontare non saranno più stretti ed impervi?

Sono ad esempio convinto che l’attuale governo (DINI) non riuscirà a portare a soluzione definitiva il problema delle pensioni e che tale tema rimarrà al centro del dibattito politico della prossima legislatura. Per questo credo che gli schieramenti politici debbano proporne una soluzione, senza aspettare che le parti sociali in causa siano così brave da trovare la soluzione a un problema che esse stesse hanno contribuito a creare.

Senza essere un specialista dell’argomento, come cittadino e come futuro pensionato, ci rifletto da molto tempo e mi sono convinto di una ipotesi di soluzione che ho cercato di formulare e che spero possa giungere alla Sua attenzione o a quella dei suoi collaboratori.

La presento alla Sua attenzione con la presunzione che possa contribuire all’impresa che sta intraprendendo.

Grazie dell’attenzione,

RB

Ipotesi di riforma delle pensioni

Raimondo Bolletta

L’ipotesi di incentivare per i redditi medio alti il ricorso alle pensioni integrative facendo convivere i due sistemi previdenziali, quello ridistribuivo per fasce di reddito medio basse e quello a capitalizzazione per fasce alte presenta una fondamentale controindicazione: prima che il sistema ad accumulazione vada a regime, producendo i suoi  effetti positivi, si provoca un aggravamento veloce e traumatico dell’attuale squilibrio del sistema a ridistribuzione: le risorse necessarie per attivare il sistema a capitalizzazione si rendono immediatamente indisponibili per l’altro sistema determinandone probabilmente il definitivo affondamento. Impensabile, come proposto a suo tempo dal ministro Pagliarini, la soluzione cilena di finanziare con il debito pubblico tale squilibrio congiunturale, che si protrarrebbe forse per almeno 10 o 15 anni.

Sono convinto che la soluzione, se esiste, debba essere adottata in modo rapido, una volta per tutte, con un cambiamento radicale che costituisca una soluzione affidabile per un lungo periodo.

Per illustrare la mia ipotesi debbo però fare una premessa: tra le cause dello squilibrio strutturale, oltre all’invecchiamento della popolazione, vi è anche la ristrutturazione dell’economia nazionale attualmente in atto: molte attività manifatturiere stanno trasferendosi in paesi in via di sviluppo, molte prestazioni vengono svolte con rapporti di lavoro autonomo, le professionalità più avanzate e redditizie tendono a costituire forme autonome di previdenza sociale. Di fatto diminuisce la base su cui viene operato il prelievo contributivo anche perché la struttura della popolazione attiva cambia e la tendenza prevalente è quella di non lasciarsi inglobare entro il sistema previdenziale del lavoro dipendente tradizionale. Ma gli anziani attuali sono quelli che hanno costruito l’attuale livello di benessere e hanno il diritto di essere garantiti.

Si tratterebbe di studiare la fattibilità pratica della seguente ipotesi con opportune simulazioni.

I due sistemi, quello a capitalizzazione e quello ridistributivo, in realtà si somigliano molto quando sono a regime: anche quello a capitalizzazione, superato il periodo dell’accumulo iniziale, si comporta come un sistema ridistribuivo in quanto i contributi versati da chi sta accumulando possono servire a pagare le prestazioni di chi è in pensione senza dover intaccare il capitale accumulato, il quale semplicemente cambia proprietari pian piano. La sicurezza, (non assoluta) delle prestazioni è garantita dal capitale che fornisce anche un piccolo surplus di prestazione attraverso il suo rendimento (2 o 3 per cento in termini reali). Se trascuriamo il rendimento, comunque esiguo rispetto all’ammontare delle prestazioni (legate piuttosto a quanto si è effettivamente accantonato in passato), potremmo al limite dire che, a regime, il capitale potrebbe non esistere se ci fosse la certezza che altri continueranno a versare i loro risparmi. In questo senso un sistema a capitalizzazione si comporterebbe come un sistema ridistributivo in cui la sicurezza della prestazione è garantita dal Sistema (leggi, regolamenti, contratti, Stato) che rende obbligatoria la contribuzione di altri soggetti.

Qui troviamo il secondo fattore di squilibrio del sistema attuale: se si dubita che lo Stato possa sopravvivere, ad esempio che ci possa essere una secessione, che i criteri di calcolo possono essere rapidamente e radicalmente mutati, tutti tenderanno a evadere gli obblighi contributivi, accelerando gli squilibri del sistema vigente.

E vengo finalmente alla mia proposta.

Applicare al sistema ridistribuivo attualmente vigente i criteri di calcolo di quello a capitalizzazione. Allo stato attuale, l’INPS  conosce l’ammontare dei contributi di ogni assicurato e saprebbe calcolare al centesimo il montante del complesso delle contribuzioni per ciascun assicurato. In funzione dell’età, del sesso e dello stato civile (reversibilità o meno) potrebbe calcolare l’ammontare teorico della rendita vitalizia spettante ad ogni singolo in ogni istante. Il tasso annuale applicato per il calcolo del montante potrebbe variare di anno in anno ed essere di poco superiore al tasso di inflazione riscontrato in ciascun anno. La curva della prestazioni pensionistiche potrebbe dipendere dalla scelta del singolo come avviene attualmente per le assicurazioni private.

Ogni reddito che non sia di capitale o di impresa (lavoro dipendente o autonomo, collaborazioni, prestazioni occasionali etc) sarebbe soggetto a contribuzioni obbligatorie secondo una aliquota minima uguale per tutti corrispondente a un gettito complessivo prossimo a quello attuale. L’ammontare del prelievo su un singolo non dovrebbe superare una soglia prestabilita per incentivare anche le assicurazioni private che potrebbero occuparsi delle prestazioni integrative di redditi medio alti.

Imporre l’equilibrio finanziario annuale. I criteri di calcolo puramente teorici del prelievo e delle prestazioni erogate, qui proposti, non garantiscono l’equilibrio finanziario del sistema per le medesime ragioni che provocano l’attuale dissesto, ma prefigurano la possibilità di realizzare un sistema equo che ridà a ciascuno quello che ha in passato pagato senza favoritismi e privilegi come accade ora. Come realizzare l’equilibrio? Grazie all’informatica è possibile conoscere in tempo reale l’ammontare delle contribuzioni, variabili in relazione alla congiuntura economica, e l’ammontare delle prestazioni che si devono erogare annualmente. Se il primo ammontare supera il secondo non ci sono problemi e si possono fare investimenti o rivalutare le prestazioni pensionistiche, mentre se il primo è inferiore al secondo le prestazioni erogate verranno per quell’anno ridotte in proporzione a tutti i pensionati per ottenere l’equilibrio tra entrate ed uscite. Ciascuno quindi avrebbe una pensione teorica che negli anni di crisi potrebbe essere ridotta in relazione al tasso di copertura delle contribuzioni raccolte.

Se ci fosse un governo autorevole e duraturo, che potesse avere il tempo per mostrare che un simile sistema è in grado di rivitalizzare l’economia in modo significativo, potrebbe essere adottato da un giorno all’altro garantendo una fase transitoria di 4 o 5 anni in cui lo squilibrio attualmente esistente tra contribuzioni e prestazioni verrebbe compensato da un contributo statale, come ora avviene, via via decrescente.

I vantaggi di questo sistema sono molteplici, provo ad elencarne alcuni:

non si penalizza la popolazione attiva, ora dipendente, che deve far fronte ad un forte impegno di spesa per i prossimi anni in presenza di pensioni attuali relativamente più elevate di quelle previste per il futuro;

si distribuiscono equamente su tutta la popolazione i sacrifici che derivano da cicli economici sfavorevoli evitando la paradossale situazione attuale per cui la popolazione attiva è sottoposta a sacrifici notevoli e alla precarietà del rapporto di lavoro mentre vi sono pensionati che percepiscono redditi ben superiori ai redditi da lavoro ora corrisposti per il lavoro che questi hanno svolto ed che hanno una capacità di spesa che è fonte addirittura di tensioni inflazionistiche;

ai pensionati, a compenso di questa incertezza, viene assicurata l’integrale copertura rispetto all’inflazione poiché in presenza di una forte inflazione le contribuzioni agganciate alle retribuzioni aumenterebbero così da garantire gli stessi aumenti figurativi della popolazione attiva alla popolazione pensionata;

si ridurrebbe l’evasione contributiva e fiscale poiché le prestazioni saranno proporzionate a quanto effettivamente pagato e non, come accade attualmente, a quanto guadagnato negli ultimi anni di lavoro;

se anche un singolo contributo farà maturare in futuro un prestazione seppur minima tutti avranno interesse ad entrare nel sistema, anche da molto giovani;

verrà stimolata al massimo la flessibilità del lavoro, con passaggi più fluidi dal lavoro dipendente a quello autonomo e viceversa, dal pubblico al privato e viceversa, dall’attività alla pensione, possibile a qualsiasi età, e dalla pensione alla vita attiva entro una certa età convenzionalmente definita;

il Parlamento non dovrebbe più occuparsi della questione poiché non saranno possibili contributi figurativi o quant’altro dovesse creare differenze tra le categorie.

Un equo sistema di calcolo così concepito potrebbe ridurre rapidamente lo squilibrio congiunturale ora esistente aumentando i soggetti disposti, o obbligati, a contribuire, per cui almeno a breve, i pensionati attuali potrebbero non risentire di vistose riduzione delle loro pensioni. D’altra parte un ciclo virtuoso potrebbe innescarsi rapidamente anche a livello di debito pubblico in quanto verrebbe eliminata la penalizzazione sui tassi passivi derivante dalle catastrofiche previsioni del deficit previdenziale.

La difficoltà per avviare un tale sistema riguarda il modo in cui vi entrano gli attuali pensionati e quelli che sono prossimi alla pensione. I pensionati anziani potrebbero entrarvi con la pensione teorica pari a quella attualmente percepita ed essere certi che questa non subirà decurtazioni congiunturali per 4 o 5 anni. Ai baby pensionati, in grado di produrre ancora reddito, si dovrebbe ricalcolare la pensione con gli stessi criteri adottati per la popolazione attiva facendo convergere la pensione attualmente pagata (se più alta) verso quella teorica nell’arco degli stessi 4 o 5 anni.

Per rendere il passaggio più rapido ed indolore, si potrebbero abolire subito i prelievi per le liquidazioni e liquidare in un arco di cinque o sei anni agli aventi diritto le liquidazioni già maturate con il vincolo che queste siano riimpiegate per costituire pensioni integrative di tipo privato.

Tutto ciò è plausibile? La verifica potrebbe essere effettuata operando sui dati in possesso dell’INPS ed effettuando simulazioni su periodi medio lunghi per verificarne la stabilità. Se funzionasse e se fosse adeguatamente spiegata, penso che sarebbe accettata dalla maggioranza dei cittadini, sempre più consapevoli dei rischi finanziari che costantemente tutti corriamo con un sistema previdenziale in cui la spesa cresce esponenzialmente.

Raimondo Bolletta

Queste cose erano scritte nel 1995!!! sono ancora attualissime. Ma perché Monti non ha chiamato me invece della Fornero?