Trappola

Ho trovato nella mia vecchia cantina una pergamena dal titolo ‘La trappola’.

Mattia il gradasso, detto anche il temerario, dopo l’elezione plebiscitaria da parte della sua fazione, quella dei DEM, aveva perso la testa, era convinto che oramai poteva decidere tutto lui.  Il re Giorgio era ormai sfinito per l’età avanzata, il prode Henry era con il fiato corto a forza di correre a destra e manca per tenere in piedi il suo esercito sgangherato, il barone Silvius stava rinchiuso nel suo castello di Arcore per non subire l’arresto da parte degli sgherri dei giudici, il grasso giullare non riusciva a tenere disciplinati i suoi seguaci pentastellati, lo zio Bersani ex capo dei DEM giaceva  immobilizzato a letto per una grave malattia.

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Gli incappucciati

L’epidemia si diffondeva ovunque con effetti sempre nuovi e preoccupanti. Dopo le proteste dei trasportatori di legna e di vettovaglie si stava organizzando una grande protesta collettiva in un spazio abbandonato tra le rovine di ciò che fu il circo massimo dei romani. Tutti, chi più chi meno, erano stati infettati dai virus (nel documento non si usa questo termine, usato nel nostro secolo ma il popolo capiva che qualche forza oscura e diabolica  provocava il contagio dai malati ai sani e si pensava di organizzare dei lazzaretti per isolare i malati ma non v’era certezza che uno apparentemente sano non fosse in realtà già contagiato).

In questo clima di paura della malattia e di sospetto reciproco i sintomi  si aggravavano in particolare si rinforzava l’invidia reciproca e l’insofferenza per qualsiasi sacrificio fosse richiesto per superare le difficoltà del momento. Il tradimento di Alfanus da Trinacria aveva lacerato la fazione di Silvius da Arcore e le tante famiglie che si erano alleate con lui ripresero la loro autonomia e tirarono fuori dalle loro sagrestie il  vessilli e gli stendardi di un tempo. Il popolino sfinito e impaurito, non volendo prender parte per alcuno, si riuniva sotto lo stendardo della città cucito con tre bande verticali, bianco rosso e verde, e chiedeva a gran voce la fine delle fazioni e la cacciate di tutti i rappresentanti che erano stati eletti nell’assemblea cittadina. Nelle piazze agitate, ricchi e poveri si confondevano e a volte soprattutto i ricchi e potenti, che in passato si erano resi protagonisti di vecchie partigianerie, occultavano i loro vestiti e le loro armature sgargianti e si vestivano come i miseri in modo dimesso. Alcuni indossavano una maschera inquietante con un ghigno anonimo e minaccioso soprattutto quando si scatenavano nell’attacco ai simboli del potere cittadino. Altri indossavano un saio ieratico e misterioso con un cappuccio che copriva il volto. Gruppi anonimi si stavano costituendo e richiamavano antichi riti e antiche virtù guerriere che nella città dai molli costumi si erano perse.

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Il vecchio re Giorgio era convinto che la migliore cura alla epidemia che faceva uscir di senno fosse la ragionevolezza e il convincimento stimolati dalla Parola. Per questo appena poteva quasi ogni giorno e più volte al giorno promulgava ammonimenti, esortazioni, reprimende, prediche che dovevano arrivare all’orecchio sia dei governanti sia del popolino perché tutti lentamente rinsavissero. Ma anche le parole avevano perso di significato come aveva scritto un vecchissimo saggio dei tempi andati inviso ai giovani. Anche la sua immagine che all’epoca dell’assedio sembrò salvifica si era lentamente sgretolata sotto i colpi irriverenti del giullare Grillus e del barone de Berlusca. Ormai molti chiedevano che anche il re si facesse da parte per far piazza pulita.

Così nella festa per gli auguri natalizi con le alte autorità della cittadella re Giorgio ricordò a tutti con voce ferma che aveva accettato la corona a condizione che il giovane Henry potesse continuare il suo comando almeno per un altro anno per portare a termine il suo compito che non solo era quello di elevare salde fortificazioni  contro l’esercito dei creditori, che in qualsiasi momento potevano tornare all’attacco della città, ma anche quello di ristrutturare la città stessa perché il popolo potesse riprendere a lavorare in serenità.

In quella stessa festa alla corte del re, Mattia il gradasso, che era stato da pochissimi giorni incoronato capo della fazione dei DEM, arrivò senza indossare l’alta uniforme richiesta nelle cerimonie a corte ma una divisa grigia più adatta alle occasioni informali di lavoro nelle corti dei DEM. Non solo,  Mattia si allontanò dalla festa senza assaggiare le prelibatezze del pranzo e senza brindare al nuovo anno. Uno sgarbo che non passò inosservato dai facitori di opinioni che ci ricamarono intorno varie illazioni.

Intanto il conte Henry anche lui incominciò a emettere editti scoppiettanti su tutto per cui il popolino quando la sera tornava a casa si ritrovava a dovere capire e digerire troppe notizie sull’attivismo dell’esercito di Henry.

Cosa sarebbe successo se il re Giorgio si fosse dimesso? La preoccupazione era palpabile, nelle piazze oltre alle maschere e ai cappucci comparivano spesso dei forconi impugnati in modo minaccioso. Qualcuno in perfetto anonimato ghignava.

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Grave epidemia nella cittadella

Mattia il gradasso  stravinse la singolar tenzone nella fazione dei DEM nel giorno dell’Immacolata. Un vero trionfo che in quella notte vide feste e cortei in ogni dove, stendardi della sua fazione finalmente furono issati nel suo palco e parlò al popolo con forza gagliarda. Nulla poteva più essere come prima, sarebbe andato a far visita ad Henry conte di Read  per dire che la smettesse di erigere difese contro gli assedianti che se ne erano ormai andati ed impiegasse l’esercito per riorganizzare la città, per dare lavoro ai giovani e riscrivere le regole per eleggere i maggiorenti nell’assemblea cittadina.

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Ricordo ai miei lettori che Henry era quel giovane cavaliere che fu scelto da re Giorgio per salvare in extremis la città esausta dalle contese interne e dai piagnistei liberandola con il suo esercito dall’assedio dei nemici. L’assedio era durato più di un anno ed era stato messo in atto da lontani popoli creditori che volevano indietro i soldi a suo tempo prestati alla città sulla base di lettere di cambio. Con la benedizione del re, Henry riuscì a mettere d’accordo le due principali fazioni e l’assedio fu quasi magicamente tolto e gradualmente nel giro di un anno si perse addirittura memoria dei gravi rischi che aveva corso la cittadella.

Henry ormai era sicuro di sé e ricevette Mattia senza frapporre indugio dichiarando pubblicamente che con l’appoggio della fazione dei DEM, rinforzata dalla vigoria fisica e della facilità di parola di Mattia, il suo esercito sarebbe riuscito a passo di trotto a raggiungere tutti gli obiettivi che da tempo aveva promesso di raggiungere. In effetti gli storici più raffinati raccontano che Henry aveva perso l’alleanza di Silvius barone di Arcore e nel suo esercito era rimasto un  vecchio luogotenente di Silvius che aveva tradito la fazione dei De Berlusca fondando una nuova fazione. Si trattava di Alfano della Trinacria.

Mentre nella corte e nelle caserme si brindava alla nuova alleanza tra i due giovani gagliardi Mattia ed Henry, misteriosamente, come se qualcuno avesse dato un ordine, il popolino, i nobili, gli artigiani, i commercianti, i giovani, i vecchi, gli uomini le donne si rivoltarono all’unisono paralizzando la cittadella e l’intero contado. Coloro che di solito approvvigionavano la città di vettovaglie, legna da ardere, agrumi del sud, vino, olio, ortaggi decisero di rallentare il loro ritmo di lavoro, procedevano lentamente lungo le strette strade creando lunghe file che affollavano i crocicchi e mettevano a dura prova la resistenza della città. Anche le guardie che avrebbero dovuto impedire la ribellione si tolsero  gli elmi per significare che appoggiavano la ribellione. Come se la cittadella fosse stata cinta da un nuova assedio ostile.

Mattia ed Henry non sembrarono preoccupati e continuarono a scorrazzare a cavallo da una parte all’altra della città impartendo ordini e riorganizzando i propri gruppi.

Ciò che alcuni facitori di opinione avevano rivelato come illazione prima delle elezioni non si realizzò, il giovane Civa arrivò terzo e forse avrebbe servito Mattia per trovare l’appoggio della fazione dei pentastellati, mentre Johannes Kuperl fu eletto rettore della fazione dei DEM. Del professor Romanus non si parlò granché mentre la diceria secondo cui nei sotterranei del castello di Silvius di stava tentando di clonare una nuova specie di cittadino ebbe immediata e terribile conferma. Gli alchimisti misero a punto alcuni nuovi bacilli in grado di infettare rapidamente un gran numero di cittadini, di scatenare una vera epidemia non mortale ma in grado di modificare il pensiero degli infettati.

Forse era questa la causa dell’improvvisa rivolta generale che stava per bloccare la cittadella?

Una  nuova specie di cittadini si andava  materializzando il grullosconus moderatus. Da tempo circolava un bacillo molto persistente, una sorta di pandemia, detta berlusconite una sindrome che vede nell’individualismo liberista  la strategia vincente per il successo. Fu diffuso allora un nuovo virus opposto alla berlusconite  detta dai medici la grillinite pentastellata che determinava un sussulto di buoni sentimenti positivi, l’onestà, il rispetto della natura, la democrazia diretta, la modernità tecnologica. Molti appartenenti alla fazione dei DEM contrassero la malattia e ne andavano fieri, nessun effetto devastante se non qualche eccesso verbale qualche intemperanza nei confronti soprattutto dei vecchi politici. C’è chi dice che anche Mattia l’abbia contratta ma con il suo fisico vigoroso guarì rapidamente e divenne edotto di molti aspetti della malattia, si era immunizzato per cui si sentiva in grado di andare in mezzo agli infettati dal virus per diffondere il suo verbo e guarire rapidamente i cittadini della sua fazione DEM. Ma se la grillinite attaccava un individuo già sofferente di berlusconite sviluppava una complicanza terribile che determinava sentimenti di odio, aggressività, turpiloquio, manie di pauperismo apparente, una specie di Alzheimer, per capirci. Circolava da tempo nella città anche un altro virus che causa  la fascite una sindrome molto dolorosa dei piedi che se  prende alle mani determina un irrigidimento della mano destra e una irresistibile voglia di alzare il braccio come per salutare. Se prende alla mano si chiama fascismo. Gli alchimisti e le streghe all’opera nell’antro del castello di Silvius scoprirono che, in assenza di cure valide, la combinazione dei tre virus è in grado di mutare il comportamento di un cittadino normale  in una nuova specie vivente particolarmente violenta ed insidiosa soprannominata grullosconus. Gli alchimisti ebbero l’ordine di addomesticare i virus così da generare una varietà consona a costituire una nuova fazione agli ordine di Silvius, i grullosconi moderati.

La varietà moderata era però piuttosto rara e la malattia dilagò rapidamente fuori dal controllo degli alchimisti e dagli untori, facitori di opinioni al soldo del barone Silvius. Alcuni cittadini infettati dai facitori di opinioni avevano sviluppato una così forte avversione contro i reggitori della città, contro le  regole di convivenza, contro la fazione che governava la città che persero la consapevolezza dei loro reali interessi individuali: spesso si arrampicavano sugli alberi si sedevano su un ramo e urlando la propria rabbia segavano il ramo su cui sedevano cadendo rovinosamente a terra. Oppure distruggevano i propri beni sfondando le porte del banco in cui conservavano i propri risparmi o imbrattavano i muri delle proprie case.

Regnava nella città l’incertezza, quanti rami servivano perché questa nuova specie si eliminasse da sola battendo la testa e tornando a ragionare senza l’influsso dei pericolosi virus? Sì perché per liberarsi dai virus bisognava sbattere violentemente la testa contro un ostacolo rinsavendo all’improvviso e ricominciando a ragionar pacatamente.