Gli incappucciati

L’epidemia si diffondeva ovunque con effetti sempre nuovi e preoccupanti. Dopo le proteste dei trasportatori di legna e di vettovaglie si stava organizzando una grande protesta collettiva in un spazio abbandonato tra le rovine di ciò che fu il circo massimo dei romani. Tutti, chi più chi meno, erano stati infettati dai virus (nel documento non si usa questo termine, usato nel nostro secolo ma il popolo capiva che qualche forza oscura e diabolica  provocava il contagio dai malati ai sani e si pensava di organizzare dei lazzaretti per isolare i malati ma non v’era certezza che uno apparentemente sano non fosse in realtà già contagiato).

In questo clima di paura della malattia e di sospetto reciproco i sintomi  si aggravavano in particolare si rinforzava l’invidia reciproca e l’insofferenza per qualsiasi sacrificio fosse richiesto per superare le difficoltà del momento. Il tradimento di Alfanus da Trinacria aveva lacerato la fazione di Silvius da Arcore e le tante famiglie che si erano alleate con lui ripresero la loro autonomia e tirarono fuori dalle loro sagrestie il  vessilli e gli stendardi di un tempo. Il popolino sfinito e impaurito, non volendo prender parte per alcuno, si riuniva sotto lo stendardo della città cucito con tre bande verticali, bianco rosso e verde, e chiedeva a gran voce la fine delle fazioni e la cacciate di tutti i rappresentanti che erano stati eletti nell’assemblea cittadina. Nelle piazze agitate, ricchi e poveri si confondevano e a volte soprattutto i ricchi e potenti, che in passato si erano resi protagonisti di vecchie partigianerie, occultavano i loro vestiti e le loro armature sgargianti e si vestivano come i miseri in modo dimesso. Alcuni indossavano una maschera inquietante con un ghigno anonimo e minaccioso soprattutto quando si scatenavano nell’attacco ai simboli del potere cittadino. Altri indossavano un saio ieratico e misterioso con un cappuccio che copriva il volto. Gruppi anonimi si stavano costituendo e richiamavano antichi riti e antiche virtù guerriere che nella città dai molli costumi si erano perse.

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Il vecchio re Giorgio era convinto che la migliore cura alla epidemia che faceva uscir di senno fosse la ragionevolezza e il convincimento stimolati dalla Parola. Per questo appena poteva quasi ogni giorno e più volte al giorno promulgava ammonimenti, esortazioni, reprimende, prediche che dovevano arrivare all’orecchio sia dei governanti sia del popolino perché tutti lentamente rinsavissero. Ma anche le parole avevano perso di significato come aveva scritto un vecchissimo saggio dei tempi andati inviso ai giovani. Anche la sua immagine che all’epoca dell’assedio sembrò salvifica si era lentamente sgretolata sotto i colpi irriverenti del giullare Grillus e del barone de Berlusca. Ormai molti chiedevano che anche il re si facesse da parte per far piazza pulita.

Così nella festa per gli auguri natalizi con le alte autorità della cittadella re Giorgio ricordò a tutti con voce ferma che aveva accettato la corona a condizione che il giovane Henry potesse continuare il suo comando almeno per un altro anno per portare a termine il suo compito che non solo era quello di elevare salde fortificazioni  contro l’esercito dei creditori, che in qualsiasi momento potevano tornare all’attacco della città, ma anche quello di ristrutturare la città stessa perché il popolo potesse riprendere a lavorare in serenità.

In quella stessa festa alla corte del re, Mattia il gradasso, che era stato da pochissimi giorni incoronato capo della fazione dei DEM, arrivò senza indossare l’alta uniforme richiesta nelle cerimonie a corte ma una divisa grigia più adatta alle occasioni informali di lavoro nelle corti dei DEM. Non solo,  Mattia si allontanò dalla festa senza assaggiare le prelibatezze del pranzo e senza brindare al nuovo anno. Uno sgarbo che non passò inosservato dai facitori di opinioni che ci ricamarono intorno varie illazioni.

Intanto il conte Henry anche lui incominciò a emettere editti scoppiettanti su tutto per cui il popolino quando la sera tornava a casa si ritrovava a dovere capire e digerire troppe notizie sull’attivismo dell’esercito di Henry.

Cosa sarebbe successo se il re Giorgio si fosse dimesso? La preoccupazione era palpabile, nelle piazze oltre alle maschere e ai cappucci comparivano spesso dei forconi impugnati in modo minaccioso. Qualcuno in perfetto anonimato ghignava.

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