Trappola

Ho trovato nella mia vecchia cantina una pergamena dal titolo ‘La trappola’.

Mattia il gradasso, detto anche il temerario, dopo l’elezione plebiscitaria da parte della sua fazione, quella dei DEM, aveva perso la testa, era convinto che oramai poteva decidere tutto lui.  Il re Giorgio era ormai sfinito per l’età avanzata, il prode Henry era con il fiato corto a forza di correre a destra e manca per tenere in piedi il suo esercito sgangherato, il barone Silvius stava rinchiuso nel suo castello di Arcore per non subire l’arresto da parte degli sgherri dei giudici, il grasso giullare non riusciva a tenere disciplinati i suoi seguaci pentastellati, lo zio Bersani ex capo dei DEM giaceva  immobilizzato a letto per una grave malattia.

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Ogni giorno Mattia doveva però aumentare la posta, fare nuove promesse miracolose, emanare editti e minacce non solo ai suoi ma anche alle fazioni avversarie. La sua importanza era molto cresciuta ma continuava ad apparire un ranocchio rispetto al prode Henry che se ne andava in giro per il mondo incontrando i potenti della terra ridando lustro alla disastrata cittadella. La situazione del popolino  era sempre gravissima, Mattia aveva promesso molto, pane e lavoro per tutti e nuove leggi per tornare a votare e finalmente liberarsi dei potenti della città. Per questo doveva battere il ferro finché era caldo gonfiare il petto e tenere allenati i muscoli per apparire più grande e potente di quanto non fosse realmente.

Ormai era chiaro che doveva scalzare Henry dal comando dell’esercito. Una guerra sotterranea si stava preparando e Mattia radunò i fedelissimi in campo aperto.  Con Henry  in difesa acquartierato sulle alture,  Mattia rimandò l’attacco di due settimane  sperando in un logoramento progressivo dell’avversario. Ma Mattia si rese improvvisamente conto di avere  scoperto il fianco a cavalieri senza insegne che scorrazzano sul probabile campo di battaglia. Quei cavalieri anonimi potevano anche danneggiarlo  con un bel voto segreto nelle assemblee dei rappresentanti del popolo avrebbero potuto infliggere dure perdite ad uno dei punti di forza dell’esercito di Mattia, la legge elettorale.  Insomma i due giovani DEM  ingaggiarono  una drammatica battaglia dagli esiti imprevedibili. Erano entrambi nelle mani di una piccola schiera di franchi tiratori incappucciati che avrebbero potuto  sparigliare tutti i giochi a favore del giullare casto e puro che si atteggiava a difensore della coerenza costituzionale.

Purtroppo la situazione era così caotica e irrazionale che il cupio dissolvi era una sindrome  diffusissima, tanto peggio tanto meglio non lo dicevano solo coloro che non avevano nulla da perdere ma anche coloro che pur di non perdere nulla accettavano il rischio di perdere tutto. L’emozione stava prendendo il sopravvento.

Ma la situazione è improvvisamene precipitata, lo scontro finale fu anticipato di una settimana.

I franchi tiratori incappucciati erano fermi e zitti ai loro posti, presidiavano l’assemblea il parlamento che era ormai un luogo disordinato ed caotico in cui poteva succedere di tutto e che non sembrava obbedire agli ordini di Mattia lo spregiudicato che dopo l’accordo con il barone Silvius era chiamato lo spregiudicato.

Mattia il gradasso capì  di essere caduto in una trappola. il suo avversario Henry, detto anche il sereno zen, prese posizione sulle alture e per espugnare la sua posizione occorreva andare all’attacco in salita. Pensava di poter vincere facendo approvare rapidissimamente le riforme istituzionali e con quelle presentarsi al popolo come nuovo salvatore della cittadella assediata. Ma i vecchi assedianti  riapparvero in lontananza sulle alture ed  inviarono messaggi di fumo minacciosissimi soprattutto per il vecchio re Giorgio. Questa volta l’assedio della cittadella potrebbe essere travolgente. Un certo Friedmano, corpulento facitore di opinioni proveniente dalla perfida Albione si era infiltrato nella cittadella e cercava di dare il colpo finale a quel poco di  resistenza che la corte di re Giorgio era stata capace di opporre nei precedenti assalti.

Mattia non poteva temporeggiare era in una posizione troppo scoperta, deveva attaccare anche perché i suoi fedelissimi continuavano a incalzarlo, il popolino che lo aveva eletto con tanta speranza sarebbe rimasto deluso se l’avesse scoperto tentennante ed incerto. Sfidò quindi Henry a singolar tenzone nella piazza della fazione dei DEM, lì si doveva vedere  chi aveva veramente le palle d’acciaio! Henry  accettò la sfida e riunì nel suo quartier generale i facitori di opinione per spiegare cosa avrebbe fatto per difendere la città e per chiedere di conservare il comando dell’esercito.

Il giorno seguente Mattia il gradasso e Henry poco prima della singolar tenzone aveva dispiegato le proprie forze:  Henry era arroccato su un’altura in posizione wellingtoniana e Mattia aveva piantato le tende  in campo aperto più in basso. Mattia mandò propri cavalieri a contrattare la resa di Henry ma quello non cedette e disse di voler resistere. Il duello era previsto per l’ora terza dopo il mezzodì ma, poco prima dell’ora fatidica, Henry mandò a dire che non si sarebbe presentato per evitare un inutile spargimento di sangue, si sarebbe attenuto alle decisioni dell’assemblea della fazione dei DEM a cui anche lui apparteneva. Il campo di battaglia era silenzioso e gli spettatori in attesa del duello furono delusi. Mattia lesse un proclama che dichiarava Henry decaduto dalla sua funzione di comandante dell’esercito della cittadella e chiese il consenso dei convenuti. Dopo alcune espressioni di pubblico apprezzamento, alcuni si inginocchiarono, altri baciarono l’armatura, alcuni si allontanarono dalla spianata silenziosamente, la folla quasi unanime incoronò Mattia nuovo comandante dell’esercito e lo inviò a ritirare le insegne alla corte del re Giorgio.

Mattia da tempo aveva scalpitato, cercando tutte le occasioni per emergere, per imporre la sua immagine di giovane amabile, determinato, volitivo, forte e pieno di risorse. Nei momenti più bui dell’assedio subito dalla cittadella aveva capito che il popolino cercava una figura carismatica capace di infondere speranza, di offrire una via d’uscita dalla grave crisi determinata dai troppi debiti contratti in tanti anni. Aveva capito che non contava tanto il valore in battaglia quanto la capacità di profferire parola e promesse soprattutto nelle tante osterie in cui i facitori di opinione la sera intrattenevano il popolino con accanite discussioni sul futuro della città.

Si trovò all’improvviso a corte per ritirare le insegne di comandante in base all’acclamazione della fazione dei DEM. Il re Giorgio che sembrava aver guardato con occhio brnevolo a questo passaggio di comando all’ultimo momento, prima di convocare la festa per il giuramento solenne ,impose che alcuni generali del nuovo stato maggiore fossero di suo gradimento e di fiducia dell’imperatore che regnava a Bruxellia. Il giovane Mattia smanioso di portare a compimento la sua smisurata ambizione di comando e di potere accettò allora uno stato maggiore di generali ed ufficiali designati da tutte le maggiori corporazioni della città.

Il cerimoniale prevedeva anche che Mattia si presentasse davanti ai rappresentanti del popolo riuniti in assemblea per enunciare solennemente le sue strategie per la divesa della città e la riorganizzazione delle attività economiche che avevano nel tempo determinato l’assedio, che ricorda l’antico documento, era dipeso dalla rabbia dei creditori stranieri che rivolevano i loro soldi e non più la carta straccia delle lettere di cambio.

Di fronte all’assemblea dei rappresentanti Mattia si presentò con aria spavalda riproponendo le sue parole d’ordine che solitamente infiammavano gli animi del popolino. Avrebbe fatto quei miracoli che Henry il temporeggiatore non era riuscito a fare, come?  non era dato sapere ma tutti i facitori di opinione più influenti non avevano dubbi, la vigoria di Mattia avrebbe superato ogni ostacolo.

Ma nella prima notte insonne dopo che tutto era stato celebrato e alla vigilia dell’inizio del lavoro del suo nuovo alto incarico Mattia capì che era in trappola: il popolo festante e desideroso di un rapido riscatto non avrebbe perdonato nessun ritardo, Silvius non derogava dagli impegni d’onore e pretendeva che l’accordo sul cambiamento delle regole generali fosse realizzato nell’assemblea dei rappresentanti nei tempi previsti, il grasso giullare arringava il suo popolino per farla finita una volta per tutte, l’epidemia di grullosconite era diventata endemica e numerosi erano i cittadini che salivano su un ramo e lo segavano rovinando a terra, i cittadini della sua fazione l’avevano incoronato sperando di vederlo soccombere. I facitori di opinione sempre a lui favorevoli quando voleva abbattere i vecchi potenti della città ora che era così potente avrebbero potuto in ogni momento girargli le spalle.

Aveva fatto troppe promesse, si era creato troppi nemici, si era circondato di troppi amici consenzienti, serviva molto oro per riattivare i traffici nella città.

Riprese sonno pensando che la mattina seguente sarebbe andato a fa visita ad un lontano collegio di piccoli fanciulli con i quali la sua lucente armatura e la sua baldanza avrebbe certamente fatto colpo strappando qualche applauso e qualche canto dell’inno della città.

Nel frattempo si seppe che alcuni influenti ufficiali dello stato maggiore di Henry erano stati assoldati dal generale Padovanus che si doveva occupare proprio del tesoro della città.

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