Generazioni, tecnologia, scuola

Ieri, un signore di 10 anni più giovane di me, e quindi con i capelli bianchi, è venuto a casa mia a portarmi un preventivo per un lavoro. Durante i convenevoli tipici di persone educate il mio interlocutore, guardando in giro, si felicita con me perché vede un buon giradischi del vecchio impianto hi fi, che per la verità ormai uso poco. Cerca di vedere se ci fossero anche dischi di vinile in giro ma non li vede perché quei pochi che ho li ho chiusi nell’armadio. Si è aperto così un vaso di pandora di racconti sulle nostre passioni musicali, o meglio sulle nostre passioni tecnologiche all’inseguimento del supporto migliore, dello strumento di riproduzione più perfezionato. Ovviamente scopriamo di avere una comune la passione per la fotografia e allora marche, modelli, obiettivi, camere oscure sono al centro di un amarcord entusiasta.

reuters_william_kate

Continua a leggere

Un regalo natalizio

IMG_1932

Tra i regali di questo Natale un libro che ho molto gradito e che ho letto subito quasi con avidità ritrovando una persona che negli anni mi ha arricchito con le sue analisi e con la sua profonda cultura. L’amore, la sfida, il destino di Eugenio Scalfari è il quinto volume di una serie di racconti e riflessioni in cui cultura, psicologia, filosofia, arte, poesia sentimenti si intrecciano in una autobiografia così aperta e profonda da  coinvolgere il lettore, certamente il lettore anziano, in un percorso di ricerca con mille risonanze e coinvolgimenti.

Il libro andrebbe letto dai docenti perché è un panegirico del valore della scuola nella crescita dei giovani. Certo, lui parla del suo liceo, di un liceo che non esiste più, di un approccio alla cultura che è stato unico e forse irripetibile né per un giovane né per un buon docente attuale ma ci sono nel racconto tante piccole cose che secondo me potrebbero toccare le corde di un docente impegnato anche con ragazzi di un corso professionale.

Poi ho trovato alcune pagine che voglio qui citare perché consacrano e definiscono con limpidezza quello che nelle mie riflessioni in questo blog ho cercato di illustrare variamente: la questione del ruolo della figura paterna nella crisi attuale.

Scalfari scrive:

(…) Eppure, da tempo, la figura paterna ha registrato un processo di deperimento. Non parlo soltanto del nostro paese, dove anzi sopravvive ancora largamente, sia pure come residuo d’una civiltà contadina e meridionale la  cui  decadenza è di troppo fresca data perché non se ne senta la presenza nel costume; ma parlo dell’Occidente contemporaneo.
La figura paterna in quanto ruolo attribuito a chi fornisce sicurezza, conferme, protezione, trasmissione di valori e memoria, è praticamente scomparsa. Non che quel ruolo fosse sempre e interamente adempiuto dall’uomo, molto spesso era la donna ad esercitarlo e sempre era comunque da lei condiviso. Non toglie che nella simbologia del lessico familiare esso fosse attribuito al padre il quale, da questa attribuzione simbologica, traeva ragione e forza per farvi corrispondere la sostanza.

Le cause dell’affievolimento dell’immagine paterna e della sostanza che la riempie sono numerose e fin troppo note, ma un aspetto ne va segnalato: l’affievolirsi di quell’immagine non è stato accompagnato dall’accrescimento di alcuna altra immagine alternativa: non l’immagine materna, che si è affievolita anch’essa con un processo quasi parallelo; non i nonni, non gli zìi che un tempo avevano una funzione importante nella struttura familiare; non gli insegnanti. Le figure dispensatrici di certezze, protezione, trasmissione di memoria storica sono impallidite tutte insieme. La conseguenza non poteva che essere lo sradicamento del costume e il diffondersi della nevrosi di massa. La stessa tossicodipendenza non è che l’effetto di straniamento derivante dall’assenza della figura paternale.

Un altro effetto è la caduta della fertilità e la fuga dei giovani dalla responsabilità di crescere: chi non ha il padre rifiuta di diventarlo. Questo è quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi distratti. Le eccezioni certamente ci sono, anche numerose, ma non costituiscono la regola, non determinano la tendenza. La dominante resta ormai la fuga dei giovani dai vecchi e dalla loro stessa crescita che sarebbe testimonianza del loro invecchiamento e come tale viene quindi rifiutata ed esorcizzata.

Ma perché stupirsene? Viviamo un passaggio d’epoca e la scomparsa del padre ne è uno dei segnali, forse il più significante.

Le responsabilità di una scelta

Rabbia, leggerezza e cinismo costituiscono una miscela esplosiva se si tratta di prendere decisioni. La decisione che dobbiamo prendere tra 15 giorni profuma, o puzza a seconda dei punti di vista, di storia.

Traggo dal fondo di questa mattina di Scalfari questa citazione che mi ha fatto pensare.

Mi permetto di suggerire ai lettori il film dedicato a Lincoln: racconta come e con quali prezzi la confederazione degli Stati Uniti d’America diventò uno Stato federale. Per realizzare quest’obiettivo, senza il quale la storia del mondo sarebbe stata completamente diversa, fu necessaria una guerra civile durata quattro anni con seicentomila morti, più della somma dei morti americani nelle due guerre mondiali del Novecento. E, come non bastasse, anche l’assassinio dello stesso Lincoln tre giorni dopo la vittoria e la firma della pace.
L’Europa ha già pagato un prezzo altissimo di sangue, versato in secoli di guerre tra gli Stati europei. L’ultima di esse ha fatto addirittura 41 milioni di morti tra militari, civili e genocidi orrendi. Da questo punto di vista abbiamo larghissimamente pagato e infatti da allora l’Europa ha trascorso quasi 70 anni in pace. Ma l’Europa federale ancora non è nata.

Non abbiamo molto tempo per farla nascere; l’economia globale prevede confronti tra continenti. L’Europa ha più di mezzo miliardo di abitanti, possiede un’antica ricchezza, un’alta vocazione tecnologica e scientifica, è bagnata da tre mari e confina con l’Asia e con l’Africa. Ha una forza potenziale enorme, l’Europa, ma diventerà del tutto irrilevante se continuerà ad essere sgovernata da una confederazione di Stati con una moneta comune usata da poco più della metà di essi.

Abbiamo a disposizione non più di una decina di anni di tempo per arrivare a quel risultato e, poiché si tratta d’un percorso fitto di ostacoli, occorre intraprenderlo da subito. Non è un obiettivo che viene dopo gli interessi nazionali perché è esso stesso un interesse nazionale e non può essere accantonato o timidamente sostenuto. L’Europa deve diventare uno Stato con il suo bilancio, un suo governo, un suo Parlamento, una sua Banca centrale. Per ora ci sono soltanto timidi abbozzi dai quali emerge soltanto un Consiglio intergovernativo che decide solo all’unanimità o con maggioranze altissime dell’80 per cento. Se resteremo in queste condizioni, tra dieci anni saremo solo una memoria nella storia culturale del pianeta. E nulla più.

Aggiungo io: sarà importante verificare come la questione Europa è presente nei programmi e nelle dichiarazioni televisive dei candidati tra i quali dobbiamo scegliere?

Rabbia, leggerezza, cinismo sono adeguati ispirare le nostre  scelte in un bivio della storia così delicato?

Leggere e ascoltare con il cuore

Vi sarà certamente capitato di leggere o di ascoltare un ragionamento o una affermazione che non solo vi convince perché risolve una questione che non avevate chiara, ne siete illuminati intellettualmente, ma vi illumina più nel profondo perché interpreta e risolve una vostra passione o una vostra preoccupazione e vi commuove. In questa settimana ci sono stati almeno tre momenti in cui  ciò è accaduto a me.

La prima occasione è stata l’intervista di Beppe Severgnini a Invasioni Barbariche in particolare quando ha tratteggiato la situazione politica dal punto di vista di chi ha rifiutato una candidatura sicura al senato con il PD.

Il secondo momento è stato il comizio di Bersani a Firenze che ho seguito in streaming sul sito di Repubblica. Chi legge questo blog sa che non ho avuto simpatia per Renzi ma ritenevo che le primarie fossero una grande occasione. Dalle immagini si vedeva plasticamente che quell’esperienza non ha aperto una ferita insanabile ma che ha costruito un tessuto di relazioni forti che hanno reso il comizio più autentico. Non importa di chi sia il merito, della bonomia di Bersani o della saggezza di Renzi, ma sta di fatto che gli abbracci e i sorrisi diceva molto del clima positivo in quel partito. E’ fondamentale per me sentire che il leader di quel partito dica che questo è il suo ultimo giro, il suo turno e che poi tocca ad altri andare avanti. Se l’avesse pensato con maggiore umiltà e senso del limite Monti ora avremmo già un Presidente in pectore!

La terza forte emozione l’ho provata questa mattina leggendo il fondo di Scalfari . Devo dire che non è stato affatto consolatorio e che ha reso più angosciose le preoccupazioni che ho e che mi sforzo di fugare con l’ottimismo della persona razionale. Purtroppo sono d’accordo su tutto ed è inutile che io riprenda malamente il suo ragionamento, ma voglio sottolineare ciò che mi ha colpito di più: pensiamo agli scenari futuri, ricordiamo ciò che ci stava capitando solo pochi mesi fa, guardiamoci intorno per osservare il disastro del berlusconismo ( a scusate, dimenticavo tutta la crisi non è colpa di Berlusconi ma solo delle banche che speculano, dell’odiato capitalismo, dell’Europa dell’euro  e dei sindacati). E se la causa diretta non fosse stata la politica di Berlusconi ma la congiuntura internazionale allora come riuscirà quella persona e quella coalizione di centrodestra che ci ha governato a risolvere una crisi che non hanno saputo dominare? Chi non vota o chi disperde i voti o chi vota per dispetto fornisce biada al cavallo del Cavaliere.

Ma che dice Scalfari?

In genere leggo con interesse il fondo di Scalfari della domenica e condivido molte delle cose che dice. Ieri sono rimasto piuttosto interdetto e mi piacerebbe capire meglio.

Scalfari in sostanza raccomanda Monti di procedere senza indugio alla richiesta degli aiuti BCE proprio perché la loro concessione sarà condizionata da nuove richieste che vincoleranno ulteriormente la politica fiscale ed economica del paese. In sostanza, detto in altre parole, suggerisce a Monti di stringere ulteriormente il cappio al collo del paese prima delle elezioni in modo che i prossimi governi eletti dovranno comunque rispettare quei vincoli che saranno dettati dalla troica. Spero di aver capito male ma se fosse questa la posizione allora mi viene il dubbio che anche Scalfari si sia iscritto al partito dei grandi elettori occulti di Grillo.

Monti più saggiamente dice, si vedrà, per il momento non c’è bisogno, intanto altri paesi potrebbero richiedere l’aiuto e allora si vedrà quali sono le condizioni aggiuntive e solo allora, se per caso quei compiti a casa noi li avessimo già fatti, potremmo approfittare dell’opportunità.

Scalfari fa inoltre un’affermazione fuorviante e che cioè per ogni 100 punti di spread in meno ci cono 16 miliardi annui di interessi risparmiati per lo stato. Su questo vorrei tornare in un prossimo post.