Al Bargello, facite ammuina

Ieri, dovendo andare a tenere una relazione in una scuola nei dintorni di Firenze ho approfittato per visitare rapidamente un museo che non conoscevo, si tratta del museo nazionale del Bargello.

Quando mi capita di viaggiare, di uscire dal ristretto contesto in cui normalmente vivo, cerco di osservare tutto ciò che mi potrebbe dare nuova speranza, cerco quel paese forte e ricco che mi ostino a pensare non sia del tutto svaporato in questa crisi. Per questo mi entusiasmo come un ragazzino a vedere i super treni ad alta velocità, apprezzo i giovani, hostess e stuart, che con eleganti divise si dispongono alle porte di Italo per accogliere i passeggeri, mi commuove vedere l’addetto delle FFSS che cerca si aiutare con uno stentatissimo inglese  turisti che si ostinano a fare una lunga fila alla biglietteria nonostante ci siano a disposizione numerose macchine automatiche … insomma se  non si è pressati da troppi problemi e da pesanti incombenze si vedono tanti particolare nuovi … per questo noi anziani diventiamo brontoloni.

firenze

Arrivato a Firenze su un Frecciadargento strapieno di turisti, giovani ed anziani, adolescenti, americani, asiatici, sudamericani, il treno si svuota e la folla  sciama per la città.  Attraverso una Firenze bellissima e colorata con un sole e un cielo quasi da alta montagna, strapiena di folle festanti che ascoltano la loro guida o sono alle prese con le inquadrature giuste. Mi sento un turista anch’io e dimentico che nel pomeriggio avrei dovuto sostenere due orette di concione ad un folto gruppo di insegnanti, cosa che comunque crea una certa ansia.

Alla biglietteria del museo un turista straniero, prima di me, chiede se fosse disponibile una piccola guida compresa nel biglietto e l’impiegata risponde di no indicando il chiosco che era di fronte. Cercando rapidamente su uno dei tanti cartelli appiccicati al vetro il costo del biglietto, noto che in italiano si avvertiva che occorrevano monete contate, poiché il resto non era assicurato. Non ho il tempo di accertarmi se era possibile pagare con carta di credito o bancomat,  non vedo i consueti adesivi, ma è il mio turno e metto mano al portafogli, tiro fuori una banconota da 20 euro per pagarne 6 e mentalmente sono pronto a rinunciare se non avessero avuto il resto. Tutto liscio, ho il biglietto e il resto. Mi incammino verso l’entrata e cerco di vedere la persona che normalmente controlla e annulla il biglietto, non c’è nessuno. Proseguo e dal basso, da un angolo che pensavo occupato da una turista affranta da una camminata e mollemente seduta su una viareggina¹ , una giovane con in mano uno smartphone e le cuffie per sentire musica mi fa cenno di mostrare, senza scomporsi dalla sua comoda posizione seduta, il mio biglietto che priva della cedola di controllo e mi restituisce senza proferire parola se non un incerto grugnito che forse voleva dire, ‘benvenuto nel museo nazionale del Bargello, le auguro una piacevole visita’. Il mio umore vira decisamente al brutto.

Come avete capito, io ero un finto turista, privo della guida d’ordinanza e senza una preparazione preventiva per cui mi sono affidato alla lettura dei cartelli, delle didascalie, numerose e facilmente leggibili, e alla memoria della mia macchina fotografica che registrava ciò che stavo superficialmente e rapidamente vedendo.

Oltre il piano terra ci sono due piani superiori e quindi, dato che ho poco tempo, allungo il passo e vado al primo piano. Qui trovo tre custodi  seduti a conversare, uno dei tre, il più autorevole ed anziano, ad alta voce discetta su problemi universitari, la sua voce potente si sente in almeno quattro sale come un fastidio di sottofondo che rende il mio percorso meno piacevole. Le sale sono abbandonate a se stesse, ci sono signori seduti nelle viareggine riservate ai custodi, ma non è dato sapere se sono turisti stanchi che ascoltano una guida elettronica o custodi annoiati che ascoltano musica. Finito il primo piano, interessante ma non memorabile, cerco l’accesso al secondo e trovo la scala sbarrata. Vado verso il crocchio dei tre e questi, presi dalla foga della chiacchiera conviviale, mancava solo la birretta, non si accorgono del signore corpulento in giacca blu e scarpe bianche che si è diretto verso di loro ed è educatamente in attesa di attenzione. Scusate, vorrei sapere qual è l’accesso al secondo piano. Il secondo piano è chiuso apre alle due, ma con quel biglietto può entrare più tardi. Non ho il tempo di controbattere nulla. Ah, sì, grazie. Sono furioso.

Qualche foto ancora dalla scalea che riporta dal primo piano nello splendido cortile e mi accingo ad uscire quando mi accorgo di una porta a vetri sulla sinistra che forse dà accesso a un vano che non avevo visitato, c’era la sala più importante, quella con il Bacco di Michelangelo ed altre mirabili sculture del 500. Sulla porta a vetri noto il cartello di divieto di scattare foto. Questo mi indispone ulteriormente. Non ho mai capito perché nei nostri musei sia vietato scattare foto, capisco il divieto d’uso dei cavalletti, dei flash, di evitare di scattare foto se ci sono troppi visitatori ma in una situazione tranquilla come questa non c’è alcun motivo di impedire il piacere di interpretare con una propria foto un aspetto, un dettaglio di un’opera d’arte che ti ha emozionato. Lascio la mia macchina appesa al collo ben visibile e mi astengo. Entrano dei giovani americani tutti ben attrezzati e non resistono alla tentazione, allora come una furia che si sveglia da un lungo torpore una custode che stava seduta tranquilla ad una estremità della sala incomincia ad urlare ‘no foto’, ‘no foto’ in modo quasi ossessivo, ma rimanendo seduta. Siccome ogni visitatore che entrava ci provava a fare foto, ogni tanto ripartiva ossessivo il monito ‘no foto’ ‘no foto’. Nessuno ha spiegato a questa maleducata che avrebbe dovuto circolare nella sala, avvicinarsi educatamente e sottovoce dire solo a coloro che non rispettavano il divieto che era proibito scattare foto. Questa maleducata con il culo pesante che non si muove dal suo scranno non capisce nulla della visita di un museo, non capisce che lì ci sono giovani e anziani che hanno attraversato l’oceano per vedere questi capolavori, per provare emozioni che la voce gracchiante del ‘no foto’ spezza e rende impossibili. La celebrazione della bellezza richiede buona educazione, almeno, se non anche in po’ di cultura. Esco dal museo amareggiato e arrabbiato, non c’è speranza, se nei nostri pozzi petroliferi, se in ciò che alimenta la nostra bilancia dei pagamenti mostriamo questa incuria, questa trascuratezza, questo sprezzo per la clientela, non c’è leader politico che tenga, siamo destinati all’oblio.

Tornando verso il luogo dell’appuntamento con i colleghi che mi avrebbero accompagnato alla scuola per la relazione, ripenso al museo come ad un servizio pubblico simile ad una scuola pubblica e penso che ciò che mi aveva disturbato erano aspetti secondari non essenziali del valore e della qualità di quella istituzione: qui sta il problema, una buona scuola, un buon museo devono essere anche ben rappresentati nella relazione con il pubblico, con l’utenza, con i cittadini. Se in un particolare momento c’è poco lavoro da fare, facite ammuina, date l’idea che qualcuno vi paga per lavorare con stile e qualità.

L’accoglienza dei colleghi è calda e cordiale e la loro simpatia scioglie rapidamente il mio malumore e il mio pessimismo. Un’oretta di macchina e siamo a Vicchio su un altipiano inaspettato dai colori splendenti di verdi intensi e di acque chiare di un bel fiumiciattolo che scorre limpido sul un letto sassoso. Si entra nel paese attraversando un boschetto di tigli fioriti che emanano un profumo intenso. La scuola è per metà un cantiere, la Regione sta mettendola a norma per la sicurezza antisismica. Una settantina di docenti che avevano compilato un questionario sulla cultura organizzativa della scuola, mi attendono, ascoltano con attenzione ed interesse i risultati dell’elaborazione dei dati. Che cosa conta di più per la qualità di una organizzazione? la flessibilità, l’ordine, l’efficienza, il clima relazionale?  quali sono i criteri per giudicare la qualità di servizio pubblico?

¹ ‘viareggina’ non è un’abitante di Viareggio ma una poltroncina pieghevole come quella dei registi.

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