Lo scandalo del concorsone

E’ fatta! l’obbrobrio del quiz con 50 domande per selezionare i docenti è celebrato, ora il 35% che ha superato l’ostacolo ovviamente difende il risultato raggiunto, quantomeno perché ha faticato molto per prepararsi. Chi è stato bocciato non può più contestare una prova che comunque ha dovuto accettare. In queste ore qualche commentatore televisivo certamente dirà che questa è la scuola seria, la scuola esigente che costringe la gente anche a quarant’anni ad esercitarsi la sera tardi fino allo spasimo.

Non ripeto quello che avevo detto nel post sui TFA, dovrei usare toni ancora più forti. Ora vorrei aggiungere comunque che ciò che mi dispiace è l’assordante silenzio dei tecnici della materia, pedagogisti e valutatori, che forse avranno disquisito nel chiuso delle accademie  senza però formalizzare prese di posizione nette e chiare.

Mi dispiace l’assordante silenzio delle organizzazioni sindacali, tutte,  che dovendo salvare capra e cavoli, iscritti vecchi, strutture filoministeriali, cooperative per la preparazione ai concorsi, non sono in grado di salvaguardare un briciolo di prestigio professionale dei loro assistiti. Non si può accettare che, per risparmiare tempo e soldi, il 70% di persone che da anni già servono in vario modo la scuola o che hanno un titolo formale specifico come la specializzazione all’insegnamento sia escluso da prove più specifiche e serie perché non supera un quiz di 50 domande che probabilmente non sarebbe superato dalla totalità dei migliori insegnanti attualmente in servizio, tanto il quiz è astruso.

Per me, è uno scandalo e tutto ciò non c’entra nulla con il tanto decantato merito

Buon anno!

In questi giorni cominciano le scuole. Oggi il mio amico Maurizio Tiriticco ha diffuso questa lettera che avrei voluto scrivere io. Spero che i miei lettori docenti che sono ancora sulla breccia abbiano modo di leggerla. Con gli auguri più affettuosi per il nuovo anno scolastico.

Caro Valentino! Ti ringrazio di avere apprezzato l’analisi impietosa dell’attuale situazione politica che ho condotta nel mio ultimo pezzo. Però, non vorrei che tu e chi mi legge pensasse ad una consegna delle armi! Non è affatto così, almeno da parte mia! Sono assolutamente certo che la situazione è più che difficile e che ci vorranno anni per uscirne! Ma questo non comporta affatto un giramento di pollici per ingannare l’attesa del cataclisma finale… che non ci sarà e non ci dovrà essere! Troppi sono gli uomini “di buona volontà”, come si suol dire, ed io e te siamo senz’altro tra questi. Di altrettanto volenterosi non ne vedo in giro molti – ti confesso – e temo che ancora per qualche tempo il clima preelettorale non aiuti il delinearsi di una svolta! Già vedo rincorrersi Bersani con Renzi, Casini con Fini, Grillo con Favia – ci sono anche le new entry – Di Pietro con non so chi, e non c’è nulla di peggio che l’autocompiacimento per il bell’ombelico che ciascuno è sicuro di avere! Ti confesso che Monti, con tutti i limiti della sua azione di governo, almeno ha il merito di non compiacersi degli ombelichi dei suoi ministri. Stanno lavorando tra mille difficoltà e facendo emergere mille problemi che senza di loro – a mio giudizio – sarebbero esplosi in maniera davvero tragica! Come sai, non ho gli strumenti per condurre analisi socioeconomiche, ma… voglio solo sperare che con le prossime elezioni non si torni da capo a dodici, come si suol dire, altrimenti sarebbe un vero dramma! E il lavoro difficile e impopolare condotto da Monti sarebbe relegato in soffitta! Voglio anche sperare che validi professionisti – chiamiamoli pure tecnici – figurino nelle prossime liste e che non facciano gli schizzinosi, come ormai fanno da decenni, considerando che la politica sia un mondo “altro”, da cui è meglio stare lontani! Io non ne sto lontano affatto e mi considero un tecnico/politico a tutto tondo. Mi piace ricordare – come ho già scritto nel pezzo citato – che erano quasi tutti tecnici/politici quei Padri costituenti che in un anno soltanto ci hanno dato una carta costituzionale che è la… più migliore che c’è! Per dirla in perfetto italiano!
Per quanto riguarda il nostro “Sistema educativo nazionale di istruzione e formazione”, so benissimo che le risorse e una politica avveduta sono indispensabili, cose che, purtroppo, sono carenti! E questo riguarda il pessimismo della ragione. Ma c’è sempre l’ottimismo della volontà. Non occorrono fior di quattrini perché un insegnante passi dalla lezione cattedratica a una didattica laboratoriale la quale, come sai, nulla o poco ha a che vedere con un laboratorio tout court. Non ci vuole chissà quale finanziamento perché un insegnante scenda dalla cattedra e “giri” tra i banchi”, magari messi a ferro di cavallo! Purché, ovviamente la classe non sia di trenta alunni e passa!
Ricordo che negli anni in cui sollecitavamo la necessità di curvare i Programmi ministeriali (non c’erano ancora le Indicazioni nazionali che sono tutt’altra cosa! Ma quanti insegnanti lo sanno?!) alla Programmazione curricolare, pubblicai un libro – era l’86 – intitolato “Programmazione come Animazione”. Sollecitavo l’insegnante alla necessità di non limitarsi a costruire percorsi cartacei, anche inappuntabili sotto il profilo delle teorie del curricolo, ma di considerare anche e soprattutto le mille variabili della concreta comunicazione interpersonale docente/alunno, o meglio docenti/alunni (in forza dell’Insegnante interattivo, o “collettivo”, come mi piace chiamarlo). Mauro Laeng nella sua introduzione scriveva: “C’è un aspetto della professionalità docente che non è tenuto nella considerazione dovuta: quello del concreto operare con gli alunni, con i colleghi, quello che noi chiamiamo – forse con un vocabolo un po’ informatico – il terminale della professionalità docente, ciò che dà vita e forma al processo educativo. E questo terminale è fatto di rapporti, di relazioni, di interazioni, insomma di campi di comunicazione verbale e non verbale. E questo è il terreno della comunicazione interpersonale, della comprensione delle dinamiche che sostanziano e attivano i gruppi, della conduzione del gruppo allievi, di tutto quell’insieme di conoscenze e abilità professionali che costituiscono l’animazione. Animazione allora significa gestione della programmazione. Si può ipotizzare una programmazione ottima; ma, se non la si gestisce, se non la si anima, rimane una dichiarazione di buone intenzioni”.
Nel volume riprendevo e citavo autori importanti, da Argyle a Berne, da Bion alla Ballanti, il trio Bloom, Krathwohl, Masia, e poi Moreno, Elton Mayo, fino a Escarpit, a Goffman, a Jakobson, a Lewin, a Watzlawick e alla scuola di Palo Alto… e a tanti altri. Insomma, mi divertii a scoprire quali fossero gli autori che – senza che io lo sapessi – avessero ispirato il mio modo di insegnare, o meglio di stare in aula: meno cattedra, meno registro, meno voti e più interazioni, lavorare insieme, scoprire insieme, scrivere insieme. Il che non ha mai significato il non-rispetto della norma – ho fatto anche l’ispettore per tanti anni – ma ha sempre significato insegnare in modi diversi da quelli che conoscevo e che indirettamente avevo appreso… in modi che poi sperimentai anche nei miei seminari con Raffaele Laporta!
Insomma, “stare in aula” in altri modi non costa denaro, costa professionalità! Costa investire su se stessi, riconsiderare ogni giorno che cosa si fa in aula, con gli alunni e con i colleghi. Costa riflettere su quel che si fa (il professionista riflessivo di Schön), soprattutto se si ha a che fare con persone: come accade per gli insegnanti, i medici, i giudici! E sarebbe anche il caso che al prossimo concorso non si chiedesse alla prova orale di “fare una lezione”, ma di “condurre un’attività laboratoriale”: è sempre una finzione, d’accordo, comunque è una pratica che viene suggerita in tutte le Indicazioni nazionali! Non devo fare una lezione sull’area del rettangolo e poi fare esercitare gli alunni, ma devo sollecitare gli alunni a scoprire il valore concreto di un’area: che cosa dobbiamo chiedere al piastrellista, se dovessimo rifare il pavimento dell’aula? Il concetto/parola di area e quello di rettangolo, e poi quello di misura vengono dopo! Prima ci sono i palmi delle mani, o i passi (ma Antonio ha un piedone così e Laura un piedino piccolo piccolo: e allora?), poi lo spago e alla fine il metro da falegname! Ci sono le mattonelle e sono quadrate, che vuol dire quadrate? E quante sono? Qual è la via più breve per contarle? L’addizione? O la moltiplicazione? Quante concetti vengono inventati e scoperti… e non basta una mattinata! E gli esseri umani quanti secoli avranno impiegato per scoprire come e perché era necessario misurare un’area: forse per non litigare sugli appezzamenti di terreno! Geometria, aritmetica, storia, geografia, quante discipline si intrecciano insieme… E sono “cose” che vanno fatte scoprire ai nostri alunni, non vanno scodellate!
Non bisogna insegnare (segnare sulla testa: i vasai sì che erano insegnanti, perché facevano segni sulle teste, o meglio sui vasi dei latini!), ma sollecitare apprendimenti. E insegnare in modo diverso e produttivo non costa denaro – sia tranquillo Profumo! – costa solo mettersi in discussione, per animare, se si vuole gestire con successo ciò che si è programmato, come ci ricordava Mauro Laeng! A proposito, quanti saranno gli insegnanti di latino che adotteranno il metodo Ørberg? Mah! Eppure, lo suggeriscono le Indicazione nazionali!
Roma 13 settembre 2012
Maurizio Tiriticco

I test e la selezione per la qualità

I tre post sui TFA originano in parte da una discussione avvenuta su Facebook con il prof. Domenico Dante il quale, a commento di quei post, mi scrive:

Ora le dico come la penso: lei ha ragione nello specifico tecnico di come si preparano i quiz. Le questioni alle quali occorre rispondere sono a mio parere almeno 3: 1. Chi decide a chi affidare la preparazione dei quiz; 2. Chi controlla il lavoro degli elaboratori dei test; 3. Chi gestisce la somministrazione dei test. In altre parole, il problema è che a ogni passo della selezione ci siano responsabilità chiare e dichiarate, in modo che si possa sapere chi ha sbagliato e quando e perché e come. Finché non tocchiamo questi punti, restiamo sempre a discutere quiz sì – quiz no, università che sfornano ignoranti – università che non sanno selezionare, ecc. ecc. Con il rischio, a mio parere, di creare una grande confusione dalla quale non si esce. E’ innegabile infatti, che ci piaccia o no, che i quiz sono un tentativo (discutibile quanto si vuole) di cercare la qualità. E allora abbiamo due possibilità: o seguiamo questa strada, o la rifiutiamo e indichiamo CHIARAMENTE qual è la strada giusta, descritta, chiara, attuabile, per selezionale la qualità. Io per esempio sarei per selezioni svolte direttamente dall’Invalsi a tutti i livelli (e, in questo caso, chi dell’Invalsi sbaglia dovrebbe essere valutato e… licenziato…). All’interno delle liste dei docenti selezionati dall’Invalsi, i Dirigenti possono liberamente scegliere i loro docenti con contratti triennali rinnovabili. Sbaglio? Dispostissimo a essere licenziato culturalmente… ma licenziandoci reciprocamente, troviamo insieme una strada che possa eliminare questo evidente degrado. Crediamoci, mettiamoci il cuore.

Queste considerazioni stimolano un ulteriore chiarimento della mia posizione. D’accordissimo sulla chiara definizione delle responsabilità in particolare per riuscire ad ottenere procedure di selezione affidabili, eque ed efficienti (rapide ed economiche). I test, se ben usati, sono uno strumento formidabile ma richiedono una cultura che non si improvvisa: cultura tecnico-scientifica e cultura-mentalità diffusa. Ho lavorato con Aldo Visalberghi e nel 1988 ho dedicato il mio dottorato in pedagogia alla costruzione di un test di matematica per la scuola media con il duplice scopo di

  • mostrare come fosse possibile rilevare oggettivamente lo stato di attuazione di un curricolo (all’epoca era lo stato di attuazione dei programmi della scuola media riformata)
  • costruire uno strumento di valutazione potente che andasse oltre il semplice inventario delle conoscenze acquisite.

Il test, che prese il nome di VAMIO (Verifica abilità Matematiche Istruzione dell’Obbligo), fu diffuso come uno strumento didattico e per qualche anno, oltre a gestire materialmente le spedizioni del test nelle scuole, mi capitò di farne il promotore e illustratore in moltissimi contesti scolastici in tutt’Italia. Ovunque, alla fine di ogni presentazione, emergeva comunque una obiezione radicale che sosteneva che la valutazione scolastica era però un’altra cosa e che non si poteva prescindere dall’interrogazione alla lavagna o dal compito in classe tradizionale. E’ passato un quarto di secolo, la cultura tecnico scientifica concernente questo ambito non è progredita molto, è rimasta limitata a pochi esperti isolati, l’Invalsi è un piccolissimo ente con poche persone ed è strutturalmente inadeguato a far fronte a tutti  ruoli a cui pensa il prof. Dante. Ma non è migliorata nemmeno la cultura- mentalità diffusa: il pregiudizio nei confronti di tali strumenti rimane radicato, in fondo, molti pensano,  servono solo a discriminare chi ne sa di più ma non sono in grado di accertare chi sa fare meglio o chi potrebbe in prospettiva fare meglio. Per questo nella nostra mentalità diffusa copiare a un test non è sanzionato socialmente come avviene invece in ambito anglosassone. Alcuni docenti si sono gloriati di aver sabotato la somministrazione dei test Invalsi, una cosa del genere in altri paesi avrebbe avuto conseguenze molto dure.

Ma la nostra società è diventata in questi anni più cinica: la modernità, l’UE, l’OCSE ci impongono i test, bene,  usiamoli ovunque senza problemi perché i sacri testi ci dicono che sono oggettivi e che quindi non si può sbagliare. E’ questa leggerezza frutto di incompetenza  che genera lo scandalo che denunciavo nei primi due post sui TFA. Ovviamente la prima cosa da capire quando si parla di test oggettivi è che in questo tipo di prove è possibile calcolare l’entità dell’errore casuale della misura e quindi stimare l’ampiezza dell’intervallo in cui si dovrebbe trovare il valore vero con un dato livello di probabilità, il risultato di una misura è sempre un intervallo. Quanto più l’intervallo della stima è piccolo, tanto più la stima è affidabile. Se in un test di 40 domande (già poche per avere una buona affidabilità) vengono annullate 4 domande, perché mal formulate, si riduce l’affidabilità del test ulteriormente e la stima diventa ancora più imprecisa perché l’intervallo di confidenza è più ampio. In pratica, il problema della stima e dell’errore è rilevante per coloro che hanno avuto un punteggio molto vicino al valore soglia: intorno al valore soglia di sufficienza alcuni ammessi potrebbero avere un valore vero inferiore alla soglia mentre altri che non sono ammessi potrebbero avere un valore vero superiore alla soglia. Insomma se la soglia con la quale si effettua la selezione è bassa e molti sono ammessi alle selezioni successive questi errori dovuti all’imprecisione della misura non sono gravi poiché vi saranno ulteriori fasi in cui si continua a selezionare discriminando il gruppo rispetto ad altri aspetti ma se il test è l’unica fase, come accade se gli ammessi dalla prima selezione sono addirittura meno del numero dei posti disponibili, come è accaduto in alcuni TFA, gli errori sulla soglia possono creare gravi ingiustizie che cambiano la vita delle persone. Attenzione, le prove non strutturate, i saggi complessi corretti con valutazioni olistiche hanno problemi ben più gravi rispetto all’errore di misura, l’errore di misura c’è ma difficilmente si riesce a determinarlo.

Questa premessa un po’ tecnica per mostrare come molti momenti che dovrebbero migliorare la qualità di coloro che accedono a livelli più alti di responsabilità e di carriera dovrebbero essere gestiti con maggiore cautela.

In particolare gli sbarramenti operati da test oggettivi negli accessi universitari, sbarramenti che non tengono conto del curricolo precedente ma solo del risultato di un solo test oggettivo hanno il difetto di produrre un certo numero di ingiustizie  ma soprattutto di rendere insignificanti i risultati degli esami di maturità e del curricolo precedente, quindi invece di motivare allo studio spesso giustificano atteggiamenti fatalistici e disimpegnati. Sulla questione spero di ritornare con altre riflessioni specifiche.

Il prof. Dante chiede che si decida per una strategia chiara. Naturalmente non pretendo di averne ma il difetto che io vedo nell’attuale situazione è che si applicano procedure selettive più o meno ferree nella fase iniziale della formazione e molto meno nelle fasi successive della gestione delle carriere. Chi ha superato il test di medicina ha vinto il lotto, deve proprio decidere di rinunciare altrimenti la strada di una professione sicura e redditizia è spalancata; e tutto attraverso un test ‘oggettivo’. Certamente deve lavorare e studiare tanto ma in un sistema abbastanza protetto.

Ma torniamo ai TFA e al problema della selezione degli insegnanti: concorsi celeri appena laureati consentono di scegliere i migliori e i più motivati, una formazione iniziale in servizio consente di investire su soggetti che stanno finalizzando le loro attese alla professione di insegnante. E poi i giovani devono sposarsi, fare figli, contrarre un mutuo, viaggiare, fare gli scapoli d’oro, se vogliono. Ma, concorsi aperti ai laureati consentono di scegliere l’insegnamento anche dopo un’esperienza lavorativa diversa. Al momento, un ingegnere che a 40 anni avesse interesse di insegnare nella scuola secondaria dovrebbe, se non ho capito male, intraprendere il lungo percorso dei TFA e successivamente del concorso.

Sull’idea del prof. Dante di chiamate dirette da parte della scuola di insegnanti abilitati o validati dall’Invalsi ho due fondamentali riserve: la prima è quella della fattibilità quasi nulla in tempi rapidi, la seconda è di merito. Supposto che le scuole o i Dirigenti Scolastici avessere le competenze giuste e gli strumenti per effettuare delle selezioni premianti la qualità e non altri aspetti meno nobili, non si può tenere sotto stress della precarietà una popolazione di almeno 600.000 persone. Non servono eroi né geni ma persone equilibrate con una buona cultura capaci di educare i nostri figli. Pensate ai maestri! Allora il miglioramento della qualità su una popolazione così vasta si ottiene intervenendo sui casi patologici, anche con il licenziamento, e aprendo la possibilità a tutti gli altri di migliorare la propria posizione, anche economica, se si danno da fare. In Francia c’era, forse c’è ancora, l’aggregation che consentiva attraverso un concorso nazionale molto severo di accedere a un ruolo privilegiato con stipendio più alto e minor numero di ore di impegno scolastico, in Italia tanto tempo fa c’era il concorso a merito distinto che stimolava gli insegnati a darsi da fare scrivendo articoli, studiando, partecipando in vario modo alla vita scolastica.

Ciò che rimprovero al recente concorso a DS è stato proprio il test oggettivo perché ha sostituito l’altra forma di selezione preliminare prevista nel concorso che avevo fatto io, ovvero un punteggio sul curricolo. Qual è la differenza? La selezione operata sul curricolo, la griglia poteva essere ovviamente migliorata, consentiva di proporre  un percorso di impegno e di lavoro per tutti i docenti potenzialmente interessati alla dirigenza mobilitandoli per il concorso successivo, un test così difficile ed imprevedibile ha fatto dire a troppi docenti ‘io una cosa del genere non la farò mai’.  Il concorso a DS come anche a Ispettore dovrebbe cioè  stimolare a competere una parte cospicua dei docenti, a investire su quella prospettiva di carriera, a darsi da fare migliorando così la qualità generale del corpo docente. Occorre pensare anche questi momenti selettivi come occasioni per proporre una strada di miglioramento, una emulazione che mobiliti una alta percentuale di docenti. Ciò è tanto più importante per una categoria che rischia spesso di ripiegarsi su se stessa nelle routine senza uno sguardo dinamico sulla propria professionalità. Insomma penso che sui grandi numeri sia più efficace l’emulazione, la serenità, la collaborazione, l’identità condivisa che la selezione meritocratica che, come nel caso della scuola inglese, rischia di elevare solo lo stress e la nevrosi collettiva. Nel nostro caso, attualmente, la nevrosi nasce dalla mancata considerazione sociale e dall’assenza di stimoli esterni.

Caro prof. Dante, le pare possibile che un docente di Storia che scrive e pubblica libri sui Catari o su San Francesco non abbia alcun riconoscimento nella propria  carriera professionale e che tutto si giochi sul filo stressante  di crocette tracciate su elenchi infiniti di alternative capziose o fuorvianti? Se scrivere libri ed articoli non basta per essere un buon Preside e se legittimamente questo prof di Storia non si vede come futuro Preside, non sarebbe bene avere delle forme di riconoscimento che lo valorizzino socialmente? e se quel prof di Storia ora è Preside perché si è sottoposto alla prova stressante delle n crocette non ci dovrebbe essere il modo di valorizzare le competenze culturali che ha precedentemente accumulato?

TFA Prendere sul serio i risultati

Riprendo la mia riflessione sui TFA a partire da quanto Repubblica di ieri riportava on line sull’argomento:

L’odissea dei Tfa. Doveva lanciare l’era dell’insegnamento a numero chiuso, ma si sta trasformando in un vero pasticcio. Nell’occhio del ciclone, ancora una volta, i test di ammissione ai Tirocini formativi attivi, che dovrebbero consentire a laureati non in possesso di abilitazione di conseguirla dopo un anno di esperienza sul campo. La nuova formazione iniziale per gli insegnanti, lanciata dalla Gelmini, prevede un corso universitario quinquennale e un anno di tirocinio attivo che si conclude con un esame abilitante. In questa prima fase di transizione tra il vecchio e il nuovo ordinamento, per coloro che sono già in possesso di una laurea, è possibile partecipare al solo tirocinio, che però è a numero chiuso. A gestire la selezione e i corsi ci pensano gli atenei italiani. Ed ecco i test messi a punto dal ministero dell’Istruzione per individuare i 20 mila fortunati che potranno conseguire l’abilitazione all’insegnamento. I primi esiti pubblicati dal Cineca (il consorzio universitario che gestisce il test) e le prime proteste degli interessati, tuttavia, non sono affatto incoraggianti. Per insegnare francese alla media e al superiore sono riusciti a superare il quizzone soltanto in 96, i posti disponibili erano ben 765. I partecipanti lamentano l’eccessivo nozionismo e l’ambiguità di alcune domande. Una circostanza confermata dallo stesso Cineca, che comunica agli interessati il “bonus” di tre domande, considerate a tutti corrette, a prescindere dalla risposta data. Una ammissione di “colpevolezza” abbastanza esplicita che si ripete per sette delle 11 graduatorie pubblicate. Ma anche quando non vengono riscontrati “errori” ufficiali restano parecchi dubbi che daranno vita a migliaia di ricorsi. Nella classe di concorso A047 – matematica – per il ministero è andato tutto bene, ma l’Umi – l’Unione matematica italiana – non sembra essere d’accordo. E segna con la matita blu errori in ben cinque domande: quelle contrassegnate con in numeri 12, 24, 38, 39 e 47. 

Il testo di Repubblica descrive sinteticamente la situazione, seppure con qualche imprecisione sulla natura di questa operazione, ma conferma quanto stigmatizzavo nel precedente intervento: l’esistenza di quesiti sbagliati, a parte la loro generale validità come strumento di selezione di giovani adatti ad insegnare. Ma l’informazione sugli esiti del francese mi costringe a precisare meglio la questione delle soglie di sufficienza.

Nel caso delle lingue straniere, esiste a livello europeo una formalizzazione dei livelli linguistici  per i quali sono stati prodotti e standardizzati strumenti di accertamento oggettivo condivisi ed utilizzati sistematicamente per la certificazione. Quindi, nel caso del francese, a meno che gli estensori non abbiano intenzionalmente ‘inventato’ con notevole cialtroneria un test inadatto o assunto un livello di padronanza troppo elevato da madrelinguista, dobbiamo temere che l’esito sia da prendere sul serio come un indicatore di una padronanza linguistica troppo bassa. E allora le Università dovrebbero riflettere seriamente su tutti i risultati troppo negativi in questi test; è un loro problema!

Un’altra questione dovrebbe essere oggetto di riflessione da parte delle Università: sembrerebbe che ci siano scarti molto vistosi negli esiti dei test nelle varie sedi universitarie. Tre sono le possibilità, tutte abbastanza gravi:

  • i test sono validi e misurano correttamente, le differenze nelle preparazioni sono vere; allora occorre trovare sistemi per cui il 110 dato dall’Università X sia abbastanza simile ad analogo voto dell’Università Y se la distribuzione dei voti di laurea assegnati non riflette già le differenze evidenziate dai test;
  • le università funzionano bene e valutano in modo comparabile a livello nazionale e i test misurano cose che sono poco correlate con gli esiti dei corsi universitari per cui questi giovani hanno perso tempo a studiare cose che nella fase di accesso all’insegnamento non sono considerate significative;
  • le somministrazioni nelle varie sedi non sono affidabili e da qualche parte si copia e da altre parti si è più severi.

Un bel guazzabuglio che spero qualcuno voglia prendere in seria considerazioni.

segue TFA un vero affare

TFA Un vero scandalo

In questi giorni la cronaca si sta occupando di un nuovo autentico scandalo  riguardante il mondo della scuola, la somministrazione dei test oggettivi per l’ammissione ai TFA ovvero al Tirocinio Formativo Attivo.

Il TFA, da non confondere con il TFR (Trattamento di Fine Rapporto, la liquidazione), sostituisce le scuole di specializzazione che precedentemente servivano a preparare i neo laureati all’insegnamento nella scuola secondaria.

La cronaca presenta tre aspetti inquietanti,

  • l’esistenza di quesiti sbagliati, o capziosi, o inadatti a selezionare un futuro insegnante,
  • il basso numero di ammessi inferiore ai posti disponibili perché i candidati non  hanno raggiunto la soglia di sufficienza,
  • i risultati fortemente disomogenei tra sedi universitarie pur essendo i test identici a livello nazionali, differenziati solo per materia.

Da quando nel 2007 lasciai l’Invalsi per dirigere una scuola mi sono concentrato su di quella ed ora, in pensione, tendo a sfuggire alle questioni aperte in cui si dibatte il mondo della scuola pensando che ormai sia un problema dei più giovani. Quindi sono poco informato, non entro più nei dettagli e nelle normative specifiche, non vedo le cose come un tecnico, quale sono stato in passato, ma come un cittadino sufficientemente informato e soprattutto preoccupato per il futuro del proprio paese. E come cittadino sono scandalizzato.

E’ un vero scandalo che i test siano improvvisati e rabberciati, costruiti velocemente assemblando tanti quesiti probabilmente formulati da esperti che forse non si sono nemmeno parlati. Un problema analogo era emerso nella tornata delle prove selettive per il concorso a dirigente scolastico dello scorso anno. In quel caso, poiché la procedura prevedeva che il pool di quesiti fosse preventivamente pubblicato, fu possibile individuare quelli difettosi e probabilmente nella mattinata in cui al ministero effettuarono i sorteggi per costruire il test, alcuni quesiti furono scartati e quelli proposti erano solo i migliori. Ma è ovvio che non si deve fare così, le banche di item con cui nei paesi civili si costruiscono prove selettive, vengono costruite con metodi scientifici molto sofisticati che implicano necessariamente della fasi preliminari di somministrazione di prova sulla popolazione da selezionare che ne definiscono le caratteristiche metrologiche.

Da quanto ho capito dai giornali, il test è stato preparato dalle università e gestito dal CINECA. Commenti non sono necessari.

Chi ha gestito tutta la cosa è così ignorante da non sapere che, se il test non è preventivamente tarato su una popolazione di riferimento o non è costruito con procedure scientifiche assemblando quesiti tarati, è molto rischioso definire a priori una soglia di sufficienza. Qualcuno, incompetente, ha ovviamente sostenuto che se le domande sono 100 se si risponde correttamente a più di 60 si ottiene la sufficienza. Così infatti accadeva nel test di ammissione al TFA, occorreva rispondere a più dei 2/3 dei quesiti. Una cosa analoga succedeva se non ricordo male per i dirigenti scolastici, solo che in quel caso, siccome si puntava su un livello di buona o eccellente qualità, la soglia era spostata a 80/100. Ma anche un bambino capisce che se metto tutte domande facili tutti supereranno la soglia e se le domande invece sono tutte difficilissime nessuno supera la soglia prefissata. Due sono le conseguenze di questa impostazione:

  • non tutti i posti disponibili sono stati coperti, come è successo per alcune materie,
  • si va in giro dicendo che i candidati sono una massa di ignoranti perché non hanno raggiunto la sufficienza nel test.

Ma i candidati non sono stati laureati dalle università? Ora ci si accorgerebbe che sono improponibili come futuri docenti perché non hanno superato una quarantina di domande capziose e mal poste su argomenti di nicchia? Ovviamente la casta del pennivendoli (giornalisti) titolano a caratteri cubitali perché non sembra vero che si possa parlar male della scuola e di quei giovani fannulloni che vorrebbero andare a fare gli insegnanti.

Per oggi basta, ma prossimamente spero di aggiungere altre lamentazioni.

 TFA prendere sul serio i risultati

 TFA un vero affare