TFA un vero affare

Le mie lamentazione sui TFA non sono finite.

Sui test e sul loro uso ci sarebbe ancora molto da dire ma ci sono altri aspetti che meritano attenzione.

I Tirocini Formativi Assistiti sostituiscono le Scuole di Specializzazione (SS) delle quali condividono però lo stesso peccato di origine. Il numero chiuso degli accessi (gestito nel modo strambo di cui abbiamo parlato), che teoricamente dovrebbe essere calcolato sulla base della capacità di assorbimento del mondo della scuola, avrebbe dovuto garantire la sparizione del precariato ma siccome non si possono gasare (sterminare) i meno giovani che negli anni si sono messi in fila nelle graduatorie e che nel frattempo hanno comunque lavoricchiato accumulando punteggi, questa selezione preventiva non garantisce nulla a chi intraprende questa strada.

O meglio, promette indebitamente un posto come se fosse un vero concorso. Ma dopo il tirocinio come dopo la SS occorre comunque superare un concorso pubblico, con un minor numero di candidati, ma senza alcuna certezza che l’investimento abbia prodotto un risultato.

Centro di collocamento

Primo peccato d’origine: l’Università diventa il vero gestore degli accessi nella scuola, un vero centro di collocamento dei suoi laureati, gestisce la selezione sostituendosi alla responsabilità di chi assumerà questo personale. Per capire quale sia la perversione di questa cosa basti pensare alle scuole private: perché un gestore privato non potrebbe decidere di assumere laureati di bella presenza e particolarmente simpatici? La definizione dei requisiti per essere assunti dovrebbe essere operata da chi assume, per lo Stato dal Ministero, o dalle Direzioni regionali, o dalle Regioni se gli organici saranno regionalizzati. Le università siano responsabili di quale e quanta matematica conoscere per ottenere una laurea specialistica in matematica, mentre chi assume i docenti dovrebbe decidere il vero profilo professionale richiesto a un docente di matematica.

In realtà nessuna impresa, nessuna istituzione privata assume profili compiuti, cerca tra i neo laureati i più promettenti e, poi, investe su di loro, se necessario attraverso una formazione continua che per i livelli professionali più alti non ha praticamente mai termine.

Tempi lunghi

Lo scandalo dei test non sarebbe tale se al concorso per posti veri si potesse accedere con la semplice laurea (un concorso esigente quanto si vuole, con test cognitivi, attitudinali, prove complesse e colloqui, tanto i posti sono quelli e non più); allora il percorso formativo aggiuntivo, quello delle SS o quello delle TFA, sarebbe riservato, dopo l’assunzione, solo a chi ha già vinto il concorso. Sento già le obiezioni, quelle stesse che hanno portato a questo sconcio del TFA.

Sì è uno sconcio che per poter insegnare occorra un tempo di formazione e di attesa e di selezione non inferiore a 7 o 8 anni e che in media tale attesa possa dispiegarsi, anche per giovani brillanti e volonterosi, su 10 o 15 anni.

Una delle esperienze più tristi come dirigente scolastico è stata quella di accogliere i nuovi supplenti o i nuovi docenti o gestire l’anno di straordinariato: quasi sempre belle persone con grandi potenzialità ma già ingobbite da una trafila lunga e insensata che li ha intristiti.

Questione di soldi

Sì, è uno sconcio che le SS ed ora i TFA siano un affare economico per le università: è uno sconcio che questi giovani disperati debbano pagare per questo pezzo di formazione specifica, un pezzo di carta che si può utilizzare solo nella scuola. L’ammontare, se non erro, è di 2500 euro. Nelle aziende la formazione che serve alla produzione viene pagata dal datore di lavoro.

Burocrati e sindacati

Il mio modello, prima il concorso e poi la formazione professionale specifica nelle forme più opportune (e sul merito di quello che è previsto nei TFA ci sarebbe ancora molto da dire), trova due obiezioni fondamentali, una dai burocrati e un’altra dai sindacati.

I burocrati temono la complessità e i rischi formali dei concorsi, imprese ciclopiche con migliaia di concorrenti, ricorsi, spese. Purtroppo non ci sono alternative, o il ministero o le sue strutture periferiche impareranno a gestire la selezione del personale oppure tutto il resto (aggiornamento, valutazione, meritocrazia … bla … bla) sono chiacchiere al vento. Proprio i test oggettivi, se fatti bene, possono essere una risorsa importante da usare per gestire rapidamente un concorso, per ridurre la quantità di temi da correggere e di colloqui da realizzare. Basterebbe ad esempio decidere che i concorsi si tengono ogni due anni inderogabilmente, che il punteggio acquisito, per i non vincitori, farà media con il punteggio nel concorso successivo per ottenere che un concorrente, che si rende conto di non essere in grado di superare positivamente una prova scritta, rinunci da solo ad essere valutato riducendo il numero di temi da correggere.

I sindacati difendono il cosiddetto doppio canale che consente a chi non supera il concorso di poter entrare di ruolo attendendo in una graduatoria a scorrimento che si basa sui titoli e sui servizi sulla metà dei posti disponibili. Tale modalità è perfettamente compatibile con l’idea di fare il TFA dopo l’entrata in ruolo. Non si creerebbe quella misera guerra tra poveri che ha visto contrapporsi coloro che aveva frequentato le Scuole di specializzazione a coloro che non avevano questo titolo ma che erano già da tempo in graduatoria.

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