I test e la selezione per la qualità

I tre post sui TFA originano in parte da una discussione avvenuta su Facebook con il prof. Domenico Dante il quale, a commento di quei post, mi scrive:

Ora le dico come la penso: lei ha ragione nello specifico tecnico di come si preparano i quiz. Le questioni alle quali occorre rispondere sono a mio parere almeno 3: 1. Chi decide a chi affidare la preparazione dei quiz; 2. Chi controlla il lavoro degli elaboratori dei test; 3. Chi gestisce la somministrazione dei test. In altre parole, il problema è che a ogni passo della selezione ci siano responsabilità chiare e dichiarate, in modo che si possa sapere chi ha sbagliato e quando e perché e come. Finché non tocchiamo questi punti, restiamo sempre a discutere quiz sì – quiz no, università che sfornano ignoranti – università che non sanno selezionare, ecc. ecc. Con il rischio, a mio parere, di creare una grande confusione dalla quale non si esce. E’ innegabile infatti, che ci piaccia o no, che i quiz sono un tentativo (discutibile quanto si vuole) di cercare la qualità. E allora abbiamo due possibilità: o seguiamo questa strada, o la rifiutiamo e indichiamo CHIARAMENTE qual è la strada giusta, descritta, chiara, attuabile, per selezionale la qualità. Io per esempio sarei per selezioni svolte direttamente dall’Invalsi a tutti i livelli (e, in questo caso, chi dell’Invalsi sbaglia dovrebbe essere valutato e… licenziato…). All’interno delle liste dei docenti selezionati dall’Invalsi, i Dirigenti possono liberamente scegliere i loro docenti con contratti triennali rinnovabili. Sbaglio? Dispostissimo a essere licenziato culturalmente… ma licenziandoci reciprocamente, troviamo insieme una strada che possa eliminare questo evidente degrado. Crediamoci, mettiamoci il cuore.

Queste considerazioni stimolano un ulteriore chiarimento della mia posizione. D’accordissimo sulla chiara definizione delle responsabilità in particolare per riuscire ad ottenere procedure di selezione affidabili, eque ed efficienti (rapide ed economiche). I test, se ben usati, sono uno strumento formidabile ma richiedono una cultura che non si improvvisa: cultura tecnico-scientifica e cultura-mentalità diffusa. Ho lavorato con Aldo Visalberghi e nel 1988 ho dedicato il mio dottorato in pedagogia alla costruzione di un test di matematica per la scuola media con il duplice scopo di

  • mostrare come fosse possibile rilevare oggettivamente lo stato di attuazione di un curricolo (all’epoca era lo stato di attuazione dei programmi della scuola media riformata)
  • costruire uno strumento di valutazione potente che andasse oltre il semplice inventario delle conoscenze acquisite.

Il test, che prese il nome di VAMIO (Verifica abilità Matematiche Istruzione dell’Obbligo), fu diffuso come uno strumento didattico e per qualche anno, oltre a gestire materialmente le spedizioni del test nelle scuole, mi capitò di farne il promotore e illustratore in moltissimi contesti scolastici in tutt’Italia. Ovunque, alla fine di ogni presentazione, emergeva comunque una obiezione radicale che sosteneva che la valutazione scolastica era però un’altra cosa e che non si poteva prescindere dall’interrogazione alla lavagna o dal compito in classe tradizionale. E’ passato un quarto di secolo, la cultura tecnico scientifica concernente questo ambito non è progredita molto, è rimasta limitata a pochi esperti isolati, l’Invalsi è un piccolissimo ente con poche persone ed è strutturalmente inadeguato a far fronte a tutti  ruoli a cui pensa il prof. Dante. Ma non è migliorata nemmeno la cultura- mentalità diffusa: il pregiudizio nei confronti di tali strumenti rimane radicato, in fondo, molti pensano,  servono solo a discriminare chi ne sa di più ma non sono in grado di accertare chi sa fare meglio o chi potrebbe in prospettiva fare meglio. Per questo nella nostra mentalità diffusa copiare a un test non è sanzionato socialmente come avviene invece in ambito anglosassone. Alcuni docenti si sono gloriati di aver sabotato la somministrazione dei test Invalsi, una cosa del genere in altri paesi avrebbe avuto conseguenze molto dure.

Ma la nostra società è diventata in questi anni più cinica: la modernità, l’UE, l’OCSE ci impongono i test, bene,  usiamoli ovunque senza problemi perché i sacri testi ci dicono che sono oggettivi e che quindi non si può sbagliare. E’ questa leggerezza frutto di incompetenza  che genera lo scandalo che denunciavo nei primi due post sui TFA. Ovviamente la prima cosa da capire quando si parla di test oggettivi è che in questo tipo di prove è possibile calcolare l’entità dell’errore casuale della misura e quindi stimare l’ampiezza dell’intervallo in cui si dovrebbe trovare il valore vero con un dato livello di probabilità, il risultato di una misura è sempre un intervallo. Quanto più l’intervallo della stima è piccolo, tanto più la stima è affidabile. Se in un test di 40 domande (già poche per avere una buona affidabilità) vengono annullate 4 domande, perché mal formulate, si riduce l’affidabilità del test ulteriormente e la stima diventa ancora più imprecisa perché l’intervallo di confidenza è più ampio. In pratica, il problema della stima e dell’errore è rilevante per coloro che hanno avuto un punteggio molto vicino al valore soglia: intorno al valore soglia di sufficienza alcuni ammessi potrebbero avere un valore vero inferiore alla soglia mentre altri che non sono ammessi potrebbero avere un valore vero superiore alla soglia. Insomma se la soglia con la quale si effettua la selezione è bassa e molti sono ammessi alle selezioni successive questi errori dovuti all’imprecisione della misura non sono gravi poiché vi saranno ulteriori fasi in cui si continua a selezionare discriminando il gruppo rispetto ad altri aspetti ma se il test è l’unica fase, come accade se gli ammessi dalla prima selezione sono addirittura meno del numero dei posti disponibili, come è accaduto in alcuni TFA, gli errori sulla soglia possono creare gravi ingiustizie che cambiano la vita delle persone. Attenzione, le prove non strutturate, i saggi complessi corretti con valutazioni olistiche hanno problemi ben più gravi rispetto all’errore di misura, l’errore di misura c’è ma difficilmente si riesce a determinarlo.

Questa premessa un po’ tecnica per mostrare come molti momenti che dovrebbero migliorare la qualità di coloro che accedono a livelli più alti di responsabilità e di carriera dovrebbero essere gestiti con maggiore cautela.

In particolare gli sbarramenti operati da test oggettivi negli accessi universitari, sbarramenti che non tengono conto del curricolo precedente ma solo del risultato di un solo test oggettivo hanno il difetto di produrre un certo numero di ingiustizie  ma soprattutto di rendere insignificanti i risultati degli esami di maturità e del curricolo precedente, quindi invece di motivare allo studio spesso giustificano atteggiamenti fatalistici e disimpegnati. Sulla questione spero di ritornare con altre riflessioni specifiche.

Il prof. Dante chiede che si decida per una strategia chiara. Naturalmente non pretendo di averne ma il difetto che io vedo nell’attuale situazione è che si applicano procedure selettive più o meno ferree nella fase iniziale della formazione e molto meno nelle fasi successive della gestione delle carriere. Chi ha superato il test di medicina ha vinto il lotto, deve proprio decidere di rinunciare altrimenti la strada di una professione sicura e redditizia è spalancata; e tutto attraverso un test ‘oggettivo’. Certamente deve lavorare e studiare tanto ma in un sistema abbastanza protetto.

Ma torniamo ai TFA e al problema della selezione degli insegnanti: concorsi celeri appena laureati consentono di scegliere i migliori e i più motivati, una formazione iniziale in servizio consente di investire su soggetti che stanno finalizzando le loro attese alla professione di insegnante. E poi i giovani devono sposarsi, fare figli, contrarre un mutuo, viaggiare, fare gli scapoli d’oro, se vogliono. Ma, concorsi aperti ai laureati consentono di scegliere l’insegnamento anche dopo un’esperienza lavorativa diversa. Al momento, un ingegnere che a 40 anni avesse interesse di insegnare nella scuola secondaria dovrebbe, se non ho capito male, intraprendere il lungo percorso dei TFA e successivamente del concorso.

Sull’idea del prof. Dante di chiamate dirette da parte della scuola di insegnanti abilitati o validati dall’Invalsi ho due fondamentali riserve: la prima è quella della fattibilità quasi nulla in tempi rapidi, la seconda è di merito. Supposto che le scuole o i Dirigenti Scolastici avessere le competenze giuste e gli strumenti per effettuare delle selezioni premianti la qualità e non altri aspetti meno nobili, non si può tenere sotto stress della precarietà una popolazione di almeno 600.000 persone. Non servono eroi né geni ma persone equilibrate con una buona cultura capaci di educare i nostri figli. Pensate ai maestri! Allora il miglioramento della qualità su una popolazione così vasta si ottiene intervenendo sui casi patologici, anche con il licenziamento, e aprendo la possibilità a tutti gli altri di migliorare la propria posizione, anche economica, se si danno da fare. In Francia c’era, forse c’è ancora, l’aggregation che consentiva attraverso un concorso nazionale molto severo di accedere a un ruolo privilegiato con stipendio più alto e minor numero di ore di impegno scolastico, in Italia tanto tempo fa c’era il concorso a merito distinto che stimolava gli insegnati a darsi da fare scrivendo articoli, studiando, partecipando in vario modo alla vita scolastica.

Ciò che rimprovero al recente concorso a DS è stato proprio il test oggettivo perché ha sostituito l’altra forma di selezione preliminare prevista nel concorso che avevo fatto io, ovvero un punteggio sul curricolo. Qual è la differenza? La selezione operata sul curricolo, la griglia poteva essere ovviamente migliorata, consentiva di proporre  un percorso di impegno e di lavoro per tutti i docenti potenzialmente interessati alla dirigenza mobilitandoli per il concorso successivo, un test così difficile ed imprevedibile ha fatto dire a troppi docenti ‘io una cosa del genere non la farò mai’.  Il concorso a DS come anche a Ispettore dovrebbe cioè  stimolare a competere una parte cospicua dei docenti, a investire su quella prospettiva di carriera, a darsi da fare migliorando così la qualità generale del corpo docente. Occorre pensare anche questi momenti selettivi come occasioni per proporre una strada di miglioramento, una emulazione che mobiliti una alta percentuale di docenti. Ciò è tanto più importante per una categoria che rischia spesso di ripiegarsi su se stessa nelle routine senza uno sguardo dinamico sulla propria professionalità. Insomma penso che sui grandi numeri sia più efficace l’emulazione, la serenità, la collaborazione, l’identità condivisa che la selezione meritocratica che, come nel caso della scuola inglese, rischia di elevare solo lo stress e la nevrosi collettiva. Nel nostro caso, attualmente, la nevrosi nasce dalla mancata considerazione sociale e dall’assenza di stimoli esterni.

Caro prof. Dante, le pare possibile che un docente di Storia che scrive e pubblica libri sui Catari o su San Francesco non abbia alcun riconoscimento nella propria  carriera professionale e che tutto si giochi sul filo stressante  di crocette tracciate su elenchi infiniti di alternative capziose o fuorvianti? Se scrivere libri ed articoli non basta per essere un buon Preside e se legittimamente questo prof di Storia non si vede come futuro Preside, non sarebbe bene avere delle forme di riconoscimento che lo valorizzino socialmente? e se quel prof di Storia ora è Preside perché si è sottoposto alla prova stressante delle n crocette non ci dovrebbe essere il modo di valorizzare le competenze culturali che ha precedentemente accumulato?

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4 thoughts on “I test e la selezione per la qualità

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