Il valore di un bene comune

Come ho detto nel precedente post, mi astengo per prudenza dal parlare dello scandalo MPS, è troppo complesso perché un inesperto possa dire qualcosa di sensato. Tuttavia la vicenda sta assumendo caratteri emblematici e ha una forza così dirompente che qualche riflessione, seppur ingenua, va fatta.

Intanto oggi ho trovato un articolo su Liberazione.it che trovo interessante e meritevole di una attenta lettura. E’ un onesto tentativo di collocare i fatti nel contesto in cui si sono sviluppati per trovare lì i significati che possono spiegare comportamenti che altrimenti sembrerebbero demenziali o delinquenziali.

Ci troviamo ora di fronte ad un ribaltamento di ruoli per cui i liberisti di qualche mese fa reclamano la nazionalizzazione di una banca e la sinistra si trova a difenderne l’esistenza e la sopravvivenza, a difendere quel capitalismo che dovrebbe apparire all’origine di tutti i mali. E’ il gioco delle tre carte, è il ribaltamento violento del tavolo da gioco con la negazione dell’evidenza perché come dice Severgnini gli italiani hanno la memoria del pesciolino rosso.

Due punti su cui riflettere, come facevo con i miei studenti quando insegnavo matematica applicata:

  1. una banca è un bene comune,
  2. quanto vale una banca?

Una banca è un bene comune

La vicenda pone la questione della adeguatezza delle fondazioni a rappresentare gli interessi delle comunità, spesso locali, che detenevano e detengono i beni che sono il patrimonio su cui si basa una banca. Questa fu la soluzione trovata circa vent’anni fa quando si trattò di privatizzare le banche che per la maggior parte erano di proprietà dello Stato. Si decise che soprattutto quelle grandi non potevano essere comprate da capitalisti privati ma che la maggioranza azionaria sarebbe sempre stata di istituzioni privatistiche senza scopo di lucro controllate da rappresentanti della comunità che già possedevano parte del patrimonio. Ora quella scelta è rimessa in discussione poiché ci hanno convinto che tutti i politici, tutti gli amministratori pubblici sono incapaci o disonesti. Ci sono apparentemente due sole alternative,

  1. aprire completamente al capitale privato e allora anche la nostra rete di banche verrà fagocitata dalle sorelle maggiori dell’Europa virtuosa o da magnati russi o arabi o cinesi che in questo momento non sanno come impiegare le loro plusvalenze (non è una bella prospettiva dopo che anche l’intera rete distributiva dei supermercati è in mano agli stranieri);
  2. nazionalizzare per salvare questi catorci per poi rimetterli sul mercato appena possibile. Si ripeterebbe la storia dell’Alitalia, in parte.

Cioè, se ci pensiamo bene, la soluzione delle fondazioni, andrà migliorata e meglio controllata, ma continua ad essere la preferibile perché è quella che meglio interpreta il senso del bene comune. Quando facevo il preside ebbi modo di conoscere direttamente questa realtà perché mi arrivò una lettera che preannunciava un finanziamento alle scuole per realizzare laboratori multimediali o informatici. Non feci la richiesta perché avevo una scuola molto piccola e non avevo lo spazio dove realizzare il laboratorio e ne avevo già due nuovi ed efficienti ma tutte le scuole che fecero la richiesta ricevettero una media di 60.000 euro a fondo perduto. Rimasi sorpreso da tanta dovizia e mi spiegarono che erano gli utili della rete delle ex casse di risparmio. Spesso mi capita di vedere autoambulanze dono di qualche fondazione bancaria. Questo è ciò che si intende per bene comune e utilità sociale del capitale. Difendiamolo visto che ora con la scusa di qualche irregolarità del MPS si vuol demolire tutto.

Quanto vale una banca?

La seconda questione su cui alcuni si stanno stracciando le vesti è il valore di una banca. Come si fa a dire che una banca vale tot miliardi? E’ stato equo pagare 6 miliardi l’Antonveneta se pochi mesi prima qualcun altro l’aveva pagata 3 miliardi?

Ci sono vari modi di ragionare, alla fin fine equivalenti. Il valore di un bene è quanto qualcuno è disposto a pagare per possederlo. Se scoprissimo che l’oro è la causa di una malattia rara incurabile, nel giro di pochi giorni perderebbe di valore e chiuderebbero tutte le miniere in Sudafrica. Quindi se i francesi, per ragioni che non conosciamo, erano disposti a pagare 5,9 miliardi l’Antonveneta, pagarne 6 sarebbe stato un affare. E’ il gioco delle aste, i valore è determinato dall’ultima offerta. In questo momento tutta la discussione sulla vicenda MPS viene decontestualizzata, non si fa riferimento a ciò che accadeva allora ma solo a ciò che è accaduto dopo in cui l’affare si è rivelato pessimo. Ovviamente la questione che affronta la magistratura riguarda l’eventualità che ci siano state mazzette o finanziamenti illeciti, non riguarda direttamente l’ammontare dell’affare.

Per le società quotate in borsa, il valore complessivo è determinato dal prodotto tra il valore unitario e il numero delle azioni. Il singolo investitore non sa cosa c’è dietro quel valore, sa che altri sono disposti a comprare o a vendere a quel prezzo sulla base di informazioni, aspettative, certezze che si suppone siano elaborate in modo razionale ed interessato. Quindi quando quelli dell’MPS comprarono a 6 miliardi si spera che qualcuno abbia tenuto conto anche di questo indicatore, il valore della quotazione in borsa. All’epoca non ricordo che ci fosse una campagna di stampa che denunciasse quella scelta come avventata o pazza, certamente qualcuno si sarà lamentato ma dopo il primo sconcerto il titolo MPS sarà rimbalzato e, complice qualche articolo rassicurante, la gente ha continuato a comprare azioni MPS.

Un altro modo per determinare il valore di un bene è vedere quanto rende, nel caso delle azioni è l’ammontare del dividendo. Se ad esempio il mercato consente un reddito medio del 4%, il valore in borsa delle azioni dipenderà dal dividendo e un’azienda che frutta un dividendo 4 tenderà a valere circa 100. E’ ciò che è accaduto in questi giorni alla Saipem. Un comunicato che ha annunciato il dimezzamento del valore dei dividendi, che tutti gli analisti si aspettavano, ha automaticamente tagliato in valore del capitale anche se il capitale reale della società, contratti, macchine, edifici, brevetti, capitale umano … è rimasto esattamente lo stesso. Anche alle banche è successo qualcosa di simile in questi ultimi anni, gli utili distribuibili sono diminuiti, aumentano le sofferenze dei crediti concessi, diminuisce la previsione degli utili quindi diminuisce il valore del capitale sociale.

C’è infine un altro aspetto che va considerato e che è specifico delle banche. Ovviamente esistono anche procedure oggettive di valutazione che si basavano su indicatori verificabili: uno di questi era il numero degli sportelli, il numero degli addetti, il prestigio degli immobili posseduti e occupati dalle sedi. Il criterio ha funzionato finché la raccolta del risparmio doveva essere fatta materialmente con una presenza capillare sul territorio. Con l’introduzione delle nuove tecnologie molte mansioni si sono rivelate inutili e quindi il personale non è stato un indicatore di solidità e di efficienza ma un costo e un fattore di inefficienza, così anche la capillarità delle sedi era meno essenziale con la diffusione dei bancomat come anche degli accessi on line. Allora forse sarà bene riflettere su questa vicenda non solo in modo scandalistico per danneggiare l’avversario e per dimostrare che gli altri sbagliano ma per ripensare al modo in cui i gestori del denaro potranno operare in futuro per generare nuova ricchezza.

Un circo intorno a MPS

Non c’è nulla da fare, di questi tempi siamo incollati davanti ai dibattiti televisivi, anche se sappiamo che sarà una esperienza frustrante che non ci aiuterà a capire.

Così, ieri sera ho seguito con attenzione e partecipazione Servizio Pubblico di Santoro incuriosito dagli ospiti: Tremonti, Fassina, Di Pietro. Il convitato di pietra, aleggiante con le riprese televisive delle sua invettive di fuoco sapientemente introdotte da Santoro era Grillo. Travaglio ha letto con diligenza il suo compitino settimanale ma ormai non riesce più a sorprendere, tutti sono più bravi di lui a pensare e dir male di tutto e di tutti. Il tema era lo scandalo dell’MPS, Monte dei Paschi di Siena.

Non mi permetto di scrivere su questa vicenda se non marginalmente, è troppo delicata. Mi interessa riflettere sul ruolo dei personaggi.

Il protagonista, il migliore è stato certamente Tremonti. Sicuro di sé, si è comportato come se fosse stato una docente di una università americana che guarda gli eventi con distacco e ragionevolezza, facendo solo blande allusioni come sapesse molto più di quello che dice. Certo, se avessimo avuto lui come ministro del tesoro questi problemi ora non sarebbero scoppiati, ma quegli incapaci dei tecnici ci hanno messo in questo pantano. Lo script della sua esposizione è preciso, anche le battute sono già state dette e sono già sulle agenzie di stampa ma le ridice con aria divertita sapendo benissimo che gli italiani hanno la memoria corta, come gli anziani, sanno tutto su quei tempi felici del ventennio mussoliniano ma hanno dimenticato cosa hanno mangiato a pranzo, hanno dimenticato chi era il ministro del tesoro all’epoca dei fatti, quali fatti? non è accaduto tutto quest’anno con questi pasticcioni dei tecnici? Ma sì, lui parla bene, è elegante e rassicurante, leggermente dandy, ma che bello sarebbe averlo presidente del consiglio invece di quello, come si chiama? il panzone con la parrucca, accidenti non ricordo il nome, certo sarebbe meglio di quello che parla di mucche in corridoio e di polli sul tetto, quello lì, come si chiama? Bersasconi? Bersini? Bersonti? va beh non è importante, certo questo Tremonti ha proprio le idee chiare, se prendesse anche l’interim del tesoro gliela faremmo vedere noi a quei tedeschi che si ostinano a fare le macchine che ci piacciono e che funzionano.

Scusate la parentesi, torno ad essere serio, a parlare di un affare molto serio. Fassina, che fino a ieri stimavo poco, mi è sembrato un gigante, o meglio, una vittima sacrificale che ha saputo far fronte con notevole autocontrollo ad un attacco concentrico come se lui fosse il responsabile della faccenda. Cosa puoi dire se i tuoi interlocutori giocano pesante, se gettano là in disordine considerazioni tecniche, analisi politiche, pettegolezzi e allusioni che non hai il tempo di smontare analiticamente né hai un uditorio interessato a capire ma solo ad indignarsi.

Poi Di Pietro, non si è smentito, sempre se stesso, aggressivo, più violento ed estremista dello stesso Grillo, senza alcuna remora ad attaccare la Banca d’Italia, il Quirinale e tutti coloro che cercano di rimettere la questione nel contesto in cui è nata e si dovrà sviluppare, cioè al di fuori delle speculazioni elettoralistiche di una campagna all’ultimo sangue. Più volte ricorda a questi smemorati di italiani che lui è lo stesso procuratore che aveva scoperto mani pulite,  questi mariuoli di adesso sono peggiori, più raffinati. Sì, gli italiani hanno la memoria corta, ricordano benissimo mani pulite, sanno tutto di Craxi di quei nani e ballerine di vent’anni fa ma stanno dimenticando certe vicende recenti poco chiare sul numero di case che taluni onorevoli  si sono  intestati con un uso disinvolto dei finanziamenti pubblici. Onore al merito delle facce di bronzo che non arrossiscono e che continuano a vivere di rendita sfoggiando  il moralismo di chi si indigna e si incazza ad effetto scenico.

Infine Grillo, ripreso mentre tiene un comizio e successivamente mentre è tra i suoi discpoli o nella sede della MPS all’assemblea degli azionisti. Bravo, decisamente bravo. Nel suo caso si vede bene cosa sia il mestiere. Chiunque abbia avuto il privilegio di seguire un comico o un teatrante in uno spettacolo dal vivo, chi ha visto il Mistero buffo di Dario Fo o A me gli occhi please di Proietti o qualche spettacolo dal vivo di Benigni sa cosa vuol dire recitare a soggetto e avere un canovaccio. Sembra sempre che stiano improvvisando, ci sono sempre quelle piccole variazioni che ti sorprendono che ti fanno sorridere anche se la battuta è vecchia e già ascoltata. Sì Grillo in questo momento è il teatrante di punta di questo estrema farsa che a volta puzza di tragedia e spesso profuma di commedia o di spettacolo clawnesco. Monti si sforza di emularlo ma è troppo serio e noioso e ha capito che nelle piazze non può andare. Grillo invece può reggere qualsiasi palcoscenico e alla fine si concederà anche al pubblico televisivo che lo aspetta sempre più bramoso di un distillato di buon senso, di soluzioni facili e rapide, di rigore morale, di quel po’ di violenza verbale che ci consola se siamo proprio incazzati, di quel tanto di sogno ispirato da una persona disinteressata che si immola e sacrifica il suo tempo per il bene comune.

Infine, una parola sul gran regista dello spettacolo, Santoro. Si vede che è il dominus, si vede che decide, che ha in mano gli attori, anche quelli eminenti e potenti, perché ora sono tutti con il cappello in mano alla ricerca disperata di un voto in più e sono disposti a qualsiasi performance possa chiedere il regista impresario, anche a denudarsi. Solo in un momento o due, visto che è persona intelligente e navigata, si rende conto che il gioco potrebbe farsi pericoloso anche per lui perché stanno trattando, come se fosse una chiacchiera da bar, una questione in cui migliaia, forse milioni di individui potrebbero avere un danno e che la legge è lenta ma non perdona, anche dopo molto tempo. Allora con una voce diversa dal solito, meno impostata, fa piccole correzioni rispetto alle iperboli incontrollate di Di Pietro, venendo incontro al povero Fassina che si ostina a difendere inutilmente le istituzioni. A proposito, Fassina è un bocconiano, ha lavorato per il Fondo Monetario Internazionale, non è deputato, primo tra gli eletti nelle primarie del PD nel Lazio. Ha un’aria sempliciotta ma penso che abbia stoffa da vendere, spero.

Non diventano rossi

Sono molto preoccupato, questa campagna elettorale sta prendendo una brutta piega e il gioco si fa molto pesante. Le mezze verità condite ad arte e ripetute con impudenza stanno stravolgendo in modo caotico ed incontrollabile la situazione.

Nel pomeriggio un’amica di famiglia molto anziana in una lunga telefonata, raccontando i tanti fatti tristi di cui è segnata la sua vita, mi dice: hai visto ai Paschi si sono mangiati tutto e ora gli hanno dato anche i soldi dell’IMU, perché l’abbiamo pagata a fare? Non ho potuto far altro che dire: non ci pensare, il mondo è così, pensiamo alle nostre disgrazie. Non ho provato nemmeno a smontare la mezza verità diventata una certezza assoluta ed inossidabile.

Come pure appare certo a molti che nella stanza dei bottoni dell’MPS ci fosse direttamente Bersani o sue segretarie, come è sicuro che i senesi vivevano a scrocco sulle spalle dei risparmiatori dell’MPS, come è sicuro che la Banca d’Italia è incapace e collusa, come è sicuro che Mussolini ha fatto tante cose buone a parte quella sciocchezza delle leggi razziali ….

Leggo questa mattina che Tremonti alza la voce sul caso MPS e chiede di sapere cosa faceva Draghi e poi Visco, forse dimentica che in quegli anni in cui si sono verificati i fatti lui era ministro potentissimo del Tesoro.

A sentire certi telegiornali, ma anche a leggere certe pagine di Repubblica, sembra che in definitiva sia tutto colpa del PD, perché non ha controllato, perché non ha alzato la voce, perché ha preso i soldi, perché ha aumentato le tasse, perché ha appoggiato Monti ….

Non mi preoccupa che il PD perda voti, mi preoccupa che si possa stravolgere sistematicamente la realtà, che prevalgano i sentimenti peggiori,  che sia possibile rivoltare impunemente le frittate, che i nostri occhi siano foderati dal prosciutto dell’opulenza e che la paura della povertà, che avanza come una nuova peste, ci renda incapaci di ragionare e di valutare sensatamente le responsabilità di ciascuno.

In tutto ciò, onore al merito a chi ha la faccia di bronzo e sa presentarsi al pubblico senza arrossire. Le manovre delle facce di bronzo sono facili perché la casta dei giornalisti, tranne rare eccezioni, non sa o non vuole esercitare la propria funzione diventando di fatto amplificatrice delle mezze verità condite ad arte per alzare polveroni e solleticare i peggiori sentimenti.

A proposito di facce di bronzo chiudo questo post con il racconto di un episodio che ricordo, lontanissimo nel tempo, avevo non più di 6 o 7  anni. Il prete del paese si dava da fare per cercare attivisti e possibili candidati per i comitati civici di Gedda (questo particolare l’ho ricostruito successivamente) e cercava di convincere mio padre. Mio padre era un giovane di 36 o 37 anni che aveva fatto la guerra in Albania, con la quinta elementare ma molto intelligente e di bella presenza.  Rispose che doveva pensare ai suoi figli e al loro futuro e che non era adatto a fare il politico perché diventava rosso. Il prete rispose che non c’era problema, bastava usare gli occhiali scuri come faceva lui perché così gli altri non potevano guardare dritto  negli occhi. Con il suo lavoro mio padre costruì un bel futuro per i suoi figli, …  ma diventava rosso.

Le cause della crisi

Cerco di star lontano dalla televisione ma sono diventato un facebookdipendente. Combinando i lanci degli articoli dei principali giornali con i link che i miei numerosi amici mettono sulle loro bacheche, ne nasce un notiziario che in ogni momento è in grado di attirare la mia attenzione.

Questa mattina una amica che stimo ha messo il link a un servizio televisivo sulle cause della crisi economica attuale. La tesi del servizio è che tutto dipende dalla politica della BCE e dalla mancata possibilità di stampare moneta nazionale. Questa tesi, ben presentata ed illustrata in modo piano ed asettico nel servizio televisivo, in realtà qui nel nostro paese è targata politicamente: leghismo, in parte PDL, a giorni alterni, in parte M5S e a volte l’estrema sinistra e forse qualche frangia sindacale.

E’ una mezza verità in grado di nascondere altre cause, in particolare, serve a  spegnere i riflettori sul principale accusato e cioè su chi 5 anni fa aveva una forte maggioranza in parlamento e che ha governato così male da disgregare le forze che aveva aggregato per vincere e lasciare il paese in condizioni estreme delle quali la cura Monti ha messo a nudo la gravità.

Provo ad elencare le cause che secondo me sono all’origine di questa crisi fermo restando che di ciascuna è opportuno individuare la responsabilità:

  • la terra è uno spazio limitato e non tollera la crescita senza misura di una specie che consuma tutto e distrugge gli altri esseri, qualcuno ci aveva avvertito, ma l’uomo continua a raccontarsi che lo sviluppo può essere illimitato; (si pensi solo alla crescita dei prezzi del petrolio e dei cereali per effetto del miglioramento del tenore di vita dei cinesi)
  • all’inizio degli anni 80, finita la ripresa carica di speranze e di voglia di redenzione dal disastro della seconda guerra mondiale, Reagan e Thatcher lanciarono la rivincita del liberismo individualista più sfrenato per ridimensionare ogni forma di oppressione dei regimi comunisti totalitari ma anche dei sistemi socialdemocratici europei che pretendevano di dare a tutti i cittadini servizi uguali di buona qualità; (Reagan vinse la sfida con la Russia attraverso lo scudo spaziale, la Thatcher per fortuna fu salvata dai giacimenti di petrolio del mare del Nord altrimenti avrebbe annientato il suo paese)
  • il crollo dell’Unione sovietica aprì la diga che teneva vincolati i capitali nei paesi capitalisti e diede il via alla liberalizzazione del mercato, alla migrazione dei popoli, al commercio senza dogane (Andreotti fu facile profeta dimostrandosi scettico rispetto ai festeggiamenti per l’abbattimento del muro di Berlino),
  • un immenso mercato di mano d’opera a basso costo e uno stato autoritario ed efficiente parafascista attiravano capitali di investimento crescenti restituendo merci sempre più economiche e belle,
  • le liberalizzazione thatchriane e gli effetti della  liberalizzazione del commercio hanno portato alla dissoluzione delle industrie di stato, di quelle parastatali che in molti paesi erano stati lo strumento per contrastare la crisi del ’29 (IRI creato nel ventennio fascista secondo una logica dirigista),
  • la finanziarizzazione dei paesi ricchi, la diffusione dei derivati anche tra i piccoli risparmiatori e l’impero dei manager rispetto ai padroni che si godevano le rendite in paradisi ben protetti, hanno portato a fallimenti inaspettati e incontrollabili a partire dalla Enron fino alla crisi dei subprime americani che provocò fallimenti a catena della banche che avevano giocato su valori fittizi dei titoli, (di oggi le notizie su MPS)
  • la paura delle crisi che si ripetevano nella seconda metà del novecento ha portato gli europei a coalizzarsi condividendo una moneta unica che dava l’enorme vantaggio di pagare interessi molto più ridotti sui debiti pubblici,  in quegli anni comunque cresciuti secondo una logica pseudokeynesiana che puntava sulla svalutazione dell’unità di conto per sopravvivere, ma l’accordo di Mastrict tollerava una svalutazione fisiologica del 3% pari ai deficit annuali consentiti nei bilanci nazionali
  • l’emergenza del 2008 (crisi americana dei subprime) fece saltare Mastricht consentendo deficit più alti e la necessità di salvare le banche ha fatto il resto.

Interrompo qui l’elenco, potrebbe essere più lungo e meglio approfondito, mi interessava seppur sommariamente far vedere che la tempesta in cui ci siamo trovati e in cui ci troviamo è infinitamente più complessa di quanto alcuni tendono a dire. Le cause che ho elencato sono tutte ancora attive, non sono superate e occorre tenerle presenti se vogliamo sopravvivere nella tempesta senza naufragare.

Nel servizio televisivo da cui sono partito in questo post si sosteneva che stampando moneta nazionale il problema si risolve. Magari fosse! Il nostro paese come riuscirebbe a governare una iperinflazione dovuta all’impresentabilità di una moneta emessa da una paese semifallito? quanto ci costerebbero il petrolio, il gas naturale, i telefonini, le macchine tedesche, i calcolatori, gli aerei, le armi? pensiamo forse di fissare a piacimento i prezzi delle nostre soppressate, dei nostri pomodori, della nostra pasta, del nostro vino, delle nostre stanze d’albergo, delle nostre borse, delle nostre giacche, dei nostri occhiali dei nostri semilavorati, dei nostri mobili ….

Chi diffonde l’idea che ormai si possa fare a meno dell’euro è un criminale. Altra cosa è incominciare ad attrezzarsi per affrontare il problema se altri, stufi delle marionette italiane, decidessero di uscire, loro sì, da questa società di cui noi ora abbiamo solo vantaggi, che non sempre sappiamo cogliere.

E se questo è lo scenario, è credibile Grillo quando sostiene che gli basta avere in parlamento la competenza di una madre di famiglia per controllare un sistema sociale ed economico così complesso e interdipendente?

Debito pubblico e ruolo delle banche

Due settimane fa  nella trasmissione della Annunziata è stato intervistato Profumo attuale AD di MPS e defenetrato AD di Unicredit.

Due questioni sono state sollevate tra le altre:

  1. che fine hanno fatto i danari prestati dalla BCE alle banche e perché non sono finiti alle imprese per lo sviluppo
  2. è preoccupante il fatto che gli investitori stranieri hanno ridotto gli acquisti di Buoni del tesoro italiani?

Sul primo punto Profumo è stato molto chiaro: se si fa 100 il totale della raccolta, cioè quanto le famiglie hanno versato nei loro conti correnti, 130 è l’esposizione verso le imprese e le istituzioni che chiedono mutui e prestiti. La differenza 30 viene coperta da prestiti e titoli che le banche stesse hanno emesso per raccogliere su varie piazze finanziarie il denaro necessario. Poiché dopo la crisi finanziaria del 2007 sono state adottate regole più severe circa la copertura dei rischi delle banche, in particolare poiché i titoli di debito sovrano (degli stati) sono ora considerati a rischio, la provvista di euro che le banche hanno ricevuto dalla BCE serve a garantire le coperture necessarie alle banche per offrire al mercato più di quello che i risparmiatori stanno mettendo a disposizione per loro tramite.

La risposta al punto 2 è stata meno chiara e più prudente anche se lo sguardo tradiva la voglia di dire ciò che un banchiere ora non può dire. Se i fondi pensione americani o gli stati ricchi di valuta non comprano i titoli pubblici italiani o europei e  se si vogliono tener bassi i rendimenti occorre che qualcun altro compri. Ed in effetti qualcun altro ha comprato visto che un buon 20% del debito italiano detenuto all’estero è rientrato. Forse gli italiani hanno seguito la proposta di quel signore pistoiese che dimostrò che questa era la cosa più intelligente da fare per un risparmiatore italiano? Profumo non lo ha detto perché la coperta per coprire il debito pubblico e finanziare le imprese è stretta e troppi italiani (anche le imprese) portano i loro risparmi in svizzera o in altre piazze finanziarie. Se, per ipotesi, gli italiani ricomprassero tutto il loro debito pubblico l’Italia potrebbe diventare come il Giappone in cui il debito pubblico è circa 2 volte il PIL, molto peggio dell’Italia , ma i tassi stanno all’1% perché i giapponesi, più intelligenti di noi, detengono il proprio debito pubblico e non speculano contro se stessi.