Il valore di un bene comune

Come ho detto nel precedente post, mi astengo per prudenza dal parlare dello scandalo MPS, è troppo complesso perché un inesperto possa dire qualcosa di sensato. Tuttavia la vicenda sta assumendo caratteri emblematici e ha una forza così dirompente che qualche riflessione, seppur ingenua, va fatta.

Intanto oggi ho trovato un articolo su Liberazione.it che trovo interessante e meritevole di una attenta lettura. E’ un onesto tentativo di collocare i fatti nel contesto in cui si sono sviluppati per trovare lì i significati che possono spiegare comportamenti che altrimenti sembrerebbero demenziali o delinquenziali.

Ci troviamo ora di fronte ad un ribaltamento di ruoli per cui i liberisti di qualche mese fa reclamano la nazionalizzazione di una banca e la sinistra si trova a difenderne l’esistenza e la sopravvivenza, a difendere quel capitalismo che dovrebbe apparire all’origine di tutti i mali. E’ il gioco delle tre carte, è il ribaltamento violento del tavolo da gioco con la negazione dell’evidenza perché come dice Severgnini gli italiani hanno la memoria del pesciolino rosso.

Due punti su cui riflettere, come facevo con i miei studenti quando insegnavo matematica applicata:

  1. una banca è un bene comune,
  2. quanto vale una banca?

Una banca è un bene comune

La vicenda pone la questione della adeguatezza delle fondazioni a rappresentare gli interessi delle comunità, spesso locali, che detenevano e detengono i beni che sono il patrimonio su cui si basa una banca. Questa fu la soluzione trovata circa vent’anni fa quando si trattò di privatizzare le banche che per la maggior parte erano di proprietà dello Stato. Si decise che soprattutto quelle grandi non potevano essere comprate da capitalisti privati ma che la maggioranza azionaria sarebbe sempre stata di istituzioni privatistiche senza scopo di lucro controllate da rappresentanti della comunità che già possedevano parte del patrimonio. Ora quella scelta è rimessa in discussione poiché ci hanno convinto che tutti i politici, tutti gli amministratori pubblici sono incapaci o disonesti. Ci sono apparentemente due sole alternative,

  1. aprire completamente al capitale privato e allora anche la nostra rete di banche verrà fagocitata dalle sorelle maggiori dell’Europa virtuosa o da magnati russi o arabi o cinesi che in questo momento non sanno come impiegare le loro plusvalenze (non è una bella prospettiva dopo che anche l’intera rete distributiva dei supermercati è in mano agli stranieri);
  2. nazionalizzare per salvare questi catorci per poi rimetterli sul mercato appena possibile. Si ripeterebbe la storia dell’Alitalia, in parte.

Cioè, se ci pensiamo bene, la soluzione delle fondazioni, andrà migliorata e meglio controllata, ma continua ad essere la preferibile perché è quella che meglio interpreta il senso del bene comune. Quando facevo il preside ebbi modo di conoscere direttamente questa realtà perché mi arrivò una lettera che preannunciava un finanziamento alle scuole per realizzare laboratori multimediali o informatici. Non feci la richiesta perché avevo una scuola molto piccola e non avevo lo spazio dove realizzare il laboratorio e ne avevo già due nuovi ed efficienti ma tutte le scuole che fecero la richiesta ricevettero una media di 60.000 euro a fondo perduto. Rimasi sorpreso da tanta dovizia e mi spiegarono che erano gli utili della rete delle ex casse di risparmio. Spesso mi capita di vedere autoambulanze dono di qualche fondazione bancaria. Questo è ciò che si intende per bene comune e utilità sociale del capitale. Difendiamolo visto che ora con la scusa di qualche irregolarità del MPS si vuol demolire tutto.

Quanto vale una banca?

La seconda questione su cui alcuni si stanno stracciando le vesti è il valore di una banca. Come si fa a dire che una banca vale tot miliardi? E’ stato equo pagare 6 miliardi l’Antonveneta se pochi mesi prima qualcun altro l’aveva pagata 3 miliardi?

Ci sono vari modi di ragionare, alla fin fine equivalenti. Il valore di un bene è quanto qualcuno è disposto a pagare per possederlo. Se scoprissimo che l’oro è la causa di una malattia rara incurabile, nel giro di pochi giorni perderebbe di valore e chiuderebbero tutte le miniere in Sudafrica. Quindi se i francesi, per ragioni che non conosciamo, erano disposti a pagare 5,9 miliardi l’Antonveneta, pagarne 6 sarebbe stato un affare. E’ il gioco delle aste, i valore è determinato dall’ultima offerta. In questo momento tutta la discussione sulla vicenda MPS viene decontestualizzata, non si fa riferimento a ciò che accadeva allora ma solo a ciò che è accaduto dopo in cui l’affare si è rivelato pessimo. Ovviamente la questione che affronta la magistratura riguarda l’eventualità che ci siano state mazzette o finanziamenti illeciti, non riguarda direttamente l’ammontare dell’affare.

Per le società quotate in borsa, il valore complessivo è determinato dal prodotto tra il valore unitario e il numero delle azioni. Il singolo investitore non sa cosa c’è dietro quel valore, sa che altri sono disposti a comprare o a vendere a quel prezzo sulla base di informazioni, aspettative, certezze che si suppone siano elaborate in modo razionale ed interessato. Quindi quando quelli dell’MPS comprarono a 6 miliardi si spera che qualcuno abbia tenuto conto anche di questo indicatore, il valore della quotazione in borsa. All’epoca non ricordo che ci fosse una campagna di stampa che denunciasse quella scelta come avventata o pazza, certamente qualcuno si sarà lamentato ma dopo il primo sconcerto il titolo MPS sarà rimbalzato e, complice qualche articolo rassicurante, la gente ha continuato a comprare azioni MPS.

Un altro modo per determinare il valore di un bene è vedere quanto rende, nel caso delle azioni è l’ammontare del dividendo. Se ad esempio il mercato consente un reddito medio del 4%, il valore in borsa delle azioni dipenderà dal dividendo e un’azienda che frutta un dividendo 4 tenderà a valere circa 100. E’ ciò che è accaduto in questi giorni alla Saipem. Un comunicato che ha annunciato il dimezzamento del valore dei dividendi, che tutti gli analisti si aspettavano, ha automaticamente tagliato in valore del capitale anche se il capitale reale della società, contratti, macchine, edifici, brevetti, capitale umano … è rimasto esattamente lo stesso. Anche alle banche è successo qualcosa di simile in questi ultimi anni, gli utili distribuibili sono diminuiti, aumentano le sofferenze dei crediti concessi, diminuisce la previsione degli utili quindi diminuisce il valore del capitale sociale.

C’è infine un altro aspetto che va considerato e che è specifico delle banche. Ovviamente esistono anche procedure oggettive di valutazione che si basavano su indicatori verificabili: uno di questi era il numero degli sportelli, il numero degli addetti, il prestigio degli immobili posseduti e occupati dalle sedi. Il criterio ha funzionato finché la raccolta del risparmio doveva essere fatta materialmente con una presenza capillare sul territorio. Con l’introduzione delle nuove tecnologie molte mansioni si sono rivelate inutili e quindi il personale non è stato un indicatore di solidità e di efficienza ma un costo e un fattore di inefficienza, così anche la capillarità delle sedi era meno essenziale con la diffusione dei bancomat come anche degli accessi on line. Allora forse sarà bene riflettere su questa vicenda non solo in modo scandalistico per danneggiare l’avversario e per dimostrare che gli altri sbagliano ma per ripensare al modo in cui i gestori del denaro potranno operare in futuro per generare nuova ricchezza.

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