Il disordine

Ho finito di leggere un libro sulla storia recente che vorrei segnalare.

Questo è l’incipit.

L’età del disordine è un tempo dominato dalla paura, che è figlia dell’ignoranza. Ci sembra di vivere in balia del caos. La globalizzazione è divenuta per molti un incubo: robot che sostituiscono operai, stabilimenti che si trasferiscono in Serbia o in Cina, crisi finanziarie a ripetizione, ondate di immigrati che affluiscono alle frontiere, attentati terroristici. Questo libro è un tentativo di trovare un ordine in tutto ciò, a partire dai cinque anni che aprono questa nuova era: 1968-1973.

E questa è un’altra citazione che mette in dubbio la vulgata attuale sul debito pubblico.

La crisi del 1973 venne affrontata dai governi a guida democristiana con un’espansione della spesa pubblica, che compensava l’assenza di riforme. Tra il 1975 e il 1980 quella per pensioni, assegni familiari e indennità della «Cassa integrazione» per lavoratori sospesi dal lavoro crebbe di quasi tre volte. Ne conseguì l’inizio di un’espansione del debito pubblico con l’emissione di Buoni ordinari del tesoro (Bot) a rendimenti molto convenienti, che fece salire la spesa per interessi dal 5% al 14% delle uscite statali. Ciò nonostante dal 1975 al 1985 il tasso di disoccupazione salì dal 6% al 10%.

Materia di riflessione per noi superstiti del ’68 e per i nostri figli.

Attivismo renzista

Tra le caratteristiche del renzismo c’è certamente l’attivismo, la velocità, il movimento. Ormai Renzi sembra Fregoli ed ora che si è lanciato con l’Inglese e ha superato ogni residua timidezza lo vedremo spesso sulla piazza di Londra o sulle reti televisive internazionali a pronunciare discorsi che hanno la solennità di annunci quasi storici. Ogni giorni c’è un tema nuovo e non si fa a tempo a capire bene una proposta di legge che subito c’è un’altra riforma che avanza.

Questa mattina ho letto un bel commento di Boeri e Bordignon sulla monovrina del governo presentata in questi giorni e che dovrà essere approvata a Bruxelles. Consiglio di leggerla con attenzione.

C’è una cosa che mi ha fatto pensare e su cui vorrei riflettere ora.

Se ho capito bene le tabelle, verrebbe fuori che a legislazione invariata, cioè se non si fa niente, il debito pubblico, lo stock che ogni anno aumenta per effetto dei deficit annuali del bilancio dello Stato sarebbe inferiore a quello che si avrà se fosse effettuata la manovra proposta.

In effetti il governo sta cercando di rianimare l’economia e quindi indirettamente aumentare l’occupazione aumentando la spesa pubblica arrivando così al 2018 con un debito più alto. Ovviamente la manovra assume l’ipotesi che la maggiore spesa possa aumentare il PIL e quindi il rapporto debito/PIL ne trarrebbe vantaggio seppur di pochissimo.

E’ quello che sta facendo la Francia impostando un bilancio con un deficit del 4% cercando anche lei di rivitalizzare la propria economia stagnante con una iniezione di investimenti o di spese pubbliche. Renzi si è immediatamente accodato alla posizione francese annunciandolo a Londra con un chiaro accento aggressivo nei confronti della Germania che continua a predicare il rigore di bilancio.

Tutti in Italia sono ormai diventati Keynesiani e il rigore europeo e i vincoli imposti da una moneta forte qual è l’Euro sono visti come l’orticaria. Facile per Renzi cavalcare questo sentimento molto diffuso. Salda è in lui la fede nel valore delle immagini e degli slogan, la certezza che l’economia sia una sovrastruttura culturale, una finzione collettiva determinata dal sentimento e dell’entusiasmo. Dimostrato ampiamente il ruolo della paura per attivare nei gonzi comportamenti irrazionali che li portano a svendere ciò che hanno di più prezioso. Renzi è convinto che riaccendere una scintilla possa riattizzare il fuoco ma non vede che la legna o è umida o somiglia alla paglia. Forse quando faceva il boy scout non gli è capitato di accendere il fuoco intorno a cui cantare la sera, forse lo lasciava fare ai suoi compagni meno svegli e meno chiacchieroni.

E’ vero, può capitare che ci sia un innesco capace di riaccendere il fuoco, potrebbe essere l’abolizione dell’art. 18, potrebbe essere il TFR anticipato, possono essere gli sgravi fiscali, potrebbe essere la restituzione dei debiti della PA , ma …. questo iper attivismo spasmodico e frettolosamente superficiale per cui si discute e ci si accapiglia su testi generici di poche righe e non su corpose disamine dei pro e dei contro di testi legislativi chiaramente definiti, questo attivismo renzista (da non confondere con quello renziano) assomiglia alla frequente situazione di un fuoco che non parte in cui quattro o cinque persone, che si piccano di sapere come fare, intervengono, chi con la carta di giornale, chi con l’alcol, chi con della paglia, chi sventolando, chi aggiungendo legna, chi togliendo quella che c’è … con il risultato che non ci si riscalda né si cuociono le salcicce.

L’articolo di Boeri mi ha suggerito un’idea un po’ bislacca: ma allora conviene non far niente! niente manovra, niente nuove leggi per 1000 giorni e vediamo cosa succede!

Le aziende telefonerebbero ai consulenti del lavoro per dire di sbrigarsi ad assumere quei tre che servono perché tanto nei prossimi 6 mesi non ci sarà quel nuovo fatidico contratto più favorevole all’azienda di cui si discute, chi deve ristrutturare una casa saprà che il beneficio del 50% finisce il 31 dicembre e bisogna sbrigarsi. Il giovanotto di belle speranze smette di sognare strani sussidi di disoccupazione, quelli in cassa integrazione speciale sanno che alla scadenza non ci saranno rinnovi, tutti smetteremmo di coltivare strane attese sollecitati da miracolose promesse ma … saremmo rassicurati che non ci sono nuove sorprese fiscali, non ci sarebbero ansie e timori di strani espropri proletari sulle pensioni.

L’annuncio di un riforma può avere un effetto positivo se si traduce realmente in una azione visibile e verificabile se la persona che effettua l’annuncio ci appare affidabile onesto e realista, l’annuncio diventa fonte di frustrazione  e di aggressività se viene sostituito il giorno dopo da promesse ancora più mirabolanti in un rilancio continuo contrabbandato come iper attivismo.

Caro Renzi lasciaci tranquilli per un po’, amministra bene la cosa pubblica, spendi celermente i soldi che hai, fai due o tre leggi serie sul falso in bilancio e sulla economia illegale e in nero, combatti l’evasione fiscale, fai una nuova legge elettorale decente e ridai voce ai cittadini nelle urne. E riposati!

Il mistero del debito

Sono almeno due anni che siamo perseguitati dal debito  delle pubbliche amministrazioni verso le imprese. Da molti anni si parla del debito pubblico che incombe, dal trattato di Maastricht ci ossessiona il deficit annuale che non deve per trattato europeo superare il 3%, ora sembra che l’economia non riesca a ridecollare perché mancano all’appello una settantina di miliardi che le imprese private non riescono ad incassare dalla pubblica amministrazione. In un periodo difficile anche pochi soldi da incassare per lavori già fatti o merce già consegnata possono determinare il fallimento di una ditta.

tasse

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Ritornello dei ricchi che temono di diventare poveri

In questi giorni ci stiamo giocando i prossimi venti anni. Più che mai occorre essere attenti a capire i fatti e la realtà per evitare di essere turlupinati.

I leghisti stanno basando la loro campagna elettorale su una mezza verità in grado di scardinare non solo gli equilibri politici ma anche il senso della nostra convivenza. Affermano che della tasse pagate dal nord solo il 35 % ritorna, vogliono trattenersi almeno il 75%.

Sulla questione avevo scritto un post a settembre dal titolo ‘dati quantitativi e mezze verità’. Poi ho sempre fatto attenzione a come veniva risposto alla questione  da parte degli  altri politici. L’unico chiaro e convincente è stato il nuovo Presidente della Sicilia Crocetta il quale accettando la sfida serenamente chiedeva però che l’IVA non risultasse pagata dalla regione sede legale della società ma fosse imputata alla regione in cui il valore aggiunto era stato creato.   Sarà bene che ogni elettore si faccia una chiara idea della questione e giudichi anche i candidati rispetto alla loro capacità e competenza nel trattare una questione così delicata per evitare di mandare in parlamento gente che non sa nemmeno l’ordine di grandezza del debito pubblico.

Come non cadere nel cliff

Terzo post della giornata. Scusate sono stato zitto per qualche giorno ed ora devo recuperare. Ancora una volta una reazione a caldo sui nostri massmedia e sull’operazione di disinformazione che sta partendo alla grande per orientare le nostre scelte.

Ormai tutti sappiamo grosso modo cosa è il fiscal cliff, grosso modo perché tutti i commentatori ne parlano come se tutti conoscessero bene la questione e sono interessati solo ad alimentare la suspense che si è creata intorno alla fatidica data del 31 dicembre 2012. Quale meccanismo infernale si sarebbe scatenato in modo irrecuperabile se non fosse stato rispettata la scadenza formale? Più tasse e meno occupazione nel pubblico avrebbe provocato gli stessi effetti della cura Monti in Italia, recessione e peggioramento del rapporto debito PIL. Sì, perché anche gli americani hanno il problema del debito pubblico, ben più grave e gigantesco del nostro perché si somma a quello degli stati federali, dei comuni e delle famiglie. Gli americani hanno amplificato i problemi europei per distrarre l’attenzione degli investitori dal loro problema. Non faccio previsioni su ciò che accadrà, ma voglio ricordare alcuni fatti del passato che dobbiamo tener presente nel prossimo futuro.

L’America, che pure ha una banca federale che può stampare moneta come prestatore di ultima istanza, non risolve il suo problema senza produrre di più o senza consumare di meno e soprattutto senza metter mano al portafoglio di coloro che in questi anni hanno accumulato capitali che non sanno dove piazzare. Quindi chi promette di risolvere il problema italiano tornando alla lira da stampare a piacimento mente sapendo di mentire.

La situazione americana è la prova lampante del fallimento della politica di Bush J. che promise sviluppo attraverso lo sconto fiscale. Ora scadono quegli sconti sostanziosi che hanno consentito di vivacchiare con l’illusione che una parte di cittadini poteva arricchirsi e consumare per far lavorare gli altri. Quella politica, meno tasse e più consumi e più PIL ha prodotto la bolla immobiliare finanziata da mutui non garantiti e nel tempo ha ingigantito il debito pubblico ai vari livelli con crisi finanziarie di città o di comprensori o di stati di cui non si parla ma che hanno avuto effetti sociali paragonabili alle vicende degli stati periferici dell’Europa.

Anche per gli americani la festa è finita, bisogna pagare le tasse in ragione della propria capacità contributiva, compresa la classe media. Su questo Obama sbaglia, come anche Hollande, insistendo sul valore simbolico delle tassazioni ai super ricchi quando per l’entità delle cifre di cui stiamo parlando occorre coinvolgere tutti, anche la classe media alla quale Obama guarda in modo troppo elettoralistico.

Perché ne parlo oggi? Perché questa mattina su una rubrica del TG1 un giornalista del sole24ore ha fatto una affermazione vera a metà chiaramente buttata là e ripresa dal conduttore per provocare la reazione emotiva del telespettatore. Chiede il conduttore: a quanto ammonta l’aliquota di cui si parla? Gli americani pagano il 15% di tasse con lo sconto di Bush, ora che scade torneranno al 30%. Il conduttore mima meraviglia e sorpresa, sembra pensare, ammazza come sono fortunati questi americani.

Notizia falsa e tendenziosa per alimentare la reazione populista antitasse,  anti monti e antisinistra. Il piccolo particolare che il giornalista ha trascurato è che si stava parlando delle tasse federali, ma gli americani pagano direttamente le tasse allo stato e le tasse alla propria municipalità. La somma di tutte le imposte non è certamente il 15% del reddito e deve essere comunque più bassa perché nel loro sistema non è compresa una assistenza sanitaria pubblica paragonabile alla nostra né un sistema pensionistico. Quindi il loro netto in  busta paga è certamente più corposo del nostro ma poi passa l’assicuratore a tosarlo ben bene.

Notizie poco chiare

Alcuni post di questo blog sono stati dedicati alla questione degli effetti della variazione dello spread sul bilancio dello Stato.

  1. Ma che dice Scalfari?
  2. Spread e interessi
  3. Spread, rendimenti futuri e i ‘conti della serva’
  4. Ancora conti della serva

Ho cercato, con semplici ragionamenti di buon senso e con calcoli matematici elementari, di ridimensionare l’esagerazione terroristica per cui una variazione 100 dello spread equivalesse a 14 miliardi di maggiori o minori spese in interessi. La mia stima era che l’aggravio in interessi fosse di circa 2 miliardi e non di 16.

Oggi su Repubblica compare in prima pagina un articolo dal titolo  ‘La stangata dello spread è costata 4 miliardi per famiglie ed imprese’. La prima pagina rimanda a pagina 11 in cui  il titolo cambia in ‘Un buco da 4 miliardi …’ ed è affiancato alla pagina 10 in cui si parla dei tafferugli alla Bocconi contro Monti. Ogni associazione mentale è puramente casuale. L’articolo  riferisce di una simulazione di un istituto di ricerca Crif che con metodi piuttosto sofisticati stima il costo dell’aumento dello spread per imprese e famiglie. L’aumento degli interessi sul debito pubblico comporta un trascinamento di tutti i tassi di interesse che imprese e famiglie devono pagare su prestiti e mutui. Complessivamente il ‘danno’ in un anno ammonterebbe a 4 miliardi di maggiori costi sostenuti da chi ha chiesto prestiti o mutui. Confesso di non aver capito benissimo se i 4 miliardi siano solo i maggiori costi degli interessi o se siano anche  i mancati guadagni a causa della recessione causata dai maggiori costi degli interessi.

Ma ho dovuto rileggere due volte le conclusioni per capire bene il senso politico della notizia. In pratica ad una prima lettura sembrava evidente che anche questa perdita fosse dovuta alla politica del governo Monti e che, se le cose fossero andate diversamente, tutto lo scenario sarebbe stato molto più favorevole.

Rileggo con attenzione ‘Se il regime dei tassi di interesse si fosse mantenuto sui valori di inizio 2011  … nel 2012 sarebbero stati rose e fiori …’ che tradotto in messaggio subliminale ‘se ci fossimo tenuti Berlusconi invece di avere la scure di Monti ora non ci troverebbe con le pezze …’. Piccolo particolare che l’articolo non ricorda. Il patatrak c’è stato durante il 2011 e il governo Berlusconi durato fino al novembre 2011 ha sciupato quella situazione favorevole di inizio 2011 arrivando sul ciglio del baratro per schivare il quale Monti ha dovuto dare una frenata energica al convoglio che era così malconcio da tempo da  non riuscire a recuperare e ripartire. Ma Repubblica da che parte sta?

Per approfondire, l’articolo è anche sulla versione online del giornale Repubblica.

Per considerazioni più incisive e nette sulla situazione generale e sul pantano di questi giorni si veda il post Povera Italia.

La patrimoniale 2

La patrimoniale una scelta obbligata

Come ho cercato di mostrare nel precedente post, poiché la pressione sui redditi, già particolarmente onerosa, non è sufficiente ad affrontare l’abbattimento del debito pubblico a livelli che non mettano in pericolo gli equilibri basilari della nostra convivenza e della nostra ricchezza, occorre pensare ad un prelievo che riguardi i patrimoni mobiliari ed immobiliari.

Questa scelta non solo è l’unica praticabile ma è anche giusta perché risponde ad alcuni principi base quali la progressività della contribuzione fiscale, la compensazione delle storture di un arricchimento che ha privilegiato in passato chi ha potuto evadere, la riduzione delle differenze tra i molto ricchi e i troppo poveri.

La patrimoniale più semplice da attuare non è altro che l’imposta di successione.

Interessante notare che tale imposta è stata una delle prime eliminate dal governo Berlusconi. (Non è ancora chiaro perché mai lo abbia fatto). Per motivare tale scelta a quel tempo si disse che si preservava in questo modo l’integrità del capitale d’impresa che passava all’interno delle famiglie, e questo per il bene dell’economia generale. Come se non esistessero le società per azioni. Naturalmente se si voleva essere coerenti si sarebbe dovuto reintrodurre la regola medioevale per cui era il primogenito maschio ad ereditare tutto, così non succedeva quel che è successo alla proprietà della Fiat frazionatasi in mille rivoli tra i numerosi eredi. Avremmo avuto molti giovani cavalieri in giro a difendere l’onore di gentili donzelle e molte più monache di Monza a soffrire in isolati conventi. Ma ironia a parte, anche questo va ricordato tutte le volte che il centro destra dice che la colpa del debito è della sinistra.

Il gettito dell’imposta di successione

L’imposta, abolita nel 2001 da Berlusconi viene reintrodotta dal governo Prodi nel 2006 ma con una franchigia di 1.000.000 di euro per successioni tra genitori e figli con un’aliquota del 4%. Di fatto il gettito rimane molto basso, quasi nullo, rispetto a quello realizzato in altri paesi come risulta anche dal seguente grafico tratto da un post della Voce

L’asse delle y rappresenta la percentuale di gettito fiscale dell’imposta di successione su gettito complessivo.
 

Interessante notare che i paesi con la più alta incidenza della imposta di successione sono gli Stati Uniti e la Francia. Negli Stati Uniti ciò è il frutto della convinzione calvinista-protestante per cui la ricchezza non dipende solo della tua bravura nel produrla ma è anche un dono di Dio che ti impegna a renderla utile anche per gli altri. Chiunque abbia visitato una università americana sarà stato colpito dalla quantità di steli, statue e targhe marmoree che ricordano che quell’edificio, quell’istituto, quella clinica sono la donazione del signor Smith, del signor Braun o del signor Rossi. Bill Gates, ancora piuttosto giovane, con figli poco più che adolescenti ha pubblicamente disposto che il suo stratosferico patrimonio personale è destinato ai figli solo in piccolissima parte, per il resto sarà allocato in una fondazione che avrà finalità filantropiche. Tutto ciò perché l’imposta di successione americana, piuttosto salata, consente comunque di essere elusa con questi tipi di donazione. E’ un’altra mentalità rispetto alla nostra. Per la Francia  probabilmente la diversa situazione è il retaggio dei governi di sinistra che negli anni hanno introdotto forme di tassazione  patrimoniale. Poi ci chiediamo perché qualche paese ha la tripla A ed altri no.

Varie ipotesi di patrimoniale

L’imposta di successione costituisce una soluzione alternativa ad altre patrimoniali di cui si discute e presenta meno controindicazioni. Sostanzialmente ci sono almeno quattro ipotesi:

  1. Amato nel ’94 prelevò direttamente nei depositi una tantum una quantità di danaro sufficiente a eliminare il pericolo imminente, ora mi sembra che sostenga l’opportunità di prelievi forti ma temporanei. Il difetto di questa strategia, in piccola parte già attuata dal governo Monti, è quello di impaurire gli investitori e creare quel panico che si vuol combattere. Inoltre un prelievo fiscale eccessivo deprime i consumi e quindi aumenta il famoso D/PIL che è il fattore più destabilizzante nell’attuale congiuntura.
  2. Monti spalma il prelievo sul capitale con piccole quote quasi impercettibili credendo nelle cure omeopatiche. Ma come abbiamo visto il fiscal compact probabilmente richiede un prelievo costante per 20 anni di 8 volte quando è già previsto ora. La strategia omeopatica però si rivela controproducente se i ricchi non vogliono farsi tosare, i poveri pretendono soluzioni rapide e vistose e gli organi di stampa amplificano le notizie per creare risentimento, invidie e paura pur di far notizia. Mi riferisco ad esempio ad alcuni calcoli terroristici diffusi dai giornali circa l’entità dell’IMU per cui quando siamo andati a calcolarla ci siamo detti ‘tutto qui? temevo peggio, certo che comunque non è poco’.
  3. La sinistra sindacal radical extra parlamentare vorrebbe una patrimoniale alla francese, una aliquota vistosa e pesante però solo per i super ricchi e forse per i politici, cioè una tassa forte ma non per la media ed alta borghesia. In Francia una aliquota specifica per i grandi patrimoni delle grandi famiglie ha prodotto nel tempo la delocalizzazione progressiva di molte grandi ed influenti famiglie in Svizzera o in isole dove il problema non si pone.
  4. Coloro che non vogliono sentir parlare di patrimoniale in realtà propongono di rovesciare il tavolo, tornare alla lira, stampare moneta e rilanciare la produzione. Ipotesi Berlusconi e mi sembra di capire anche di Grillo. La strada inflazionistica è un modo di ridurre il valore del debito, è la strada sempre usata alla fine di guerre disastrose in cui i ricchi si trovano in mano non solo le loro case distrutte ma anche i loro buoni del tesoro pari a carta straccia. In pratica per non pagare allo stato una imposta sul patrimonio si accetta che il prelievo lo faccia il mercato che riduce il valore reale del patrimonio mobiliare. La crisi dei subprime americani dimostra che se perdono valore i beni mobiliari (azioni, obbligazioni, buoni del tesoro) può perdere valore, ed anche tragicamente, il mattone, e tutti quei beni immobili (case terreni, gioielli, oro) che, se non utilizzati, sono un peso e non una risorsa.

Effetti immediati di un pagamento futuro

Rispetto a queste soluzione l’imposta di successione ha il vantaggio di non pesare immediatamente, quasi fosse un pagherò che avrebbe però effetti immediati in grado di influire sullo stesso  spread, quindi sui costi per interessi. In sostanza un investitore che acquista un BTP ventennale si chiede giustamente: e quando non ci sarà più Monti? ma come fanno questi a restituire questi soldi tra vent’anni? ma questo fiscal compact è veramente una cosa seria? L’incertezza si paga anche profumatamente. Avere invece un cespite sicuro  su una prospettiva lunga può cambiare il sentimento dell’investitore verso il problema della restituzione. Perché, se è incerto l’assetto produttivo dell’azienda Italia nei prossimi decenni, è sicuro che nei prossimi vent’anni circa un quarto della popolazione sarà morta e che almeno la metà del patrimonio sarà passata di mano in successione. (come al solito faccio calcoli molto sommari a spanne). Questo significa che con una aliquota del 10% come imposta di successione si potrebbe ridurre sensibilmente il debito, senza arrivare al famoso 60% del PIL fissato dal fiscal compact ma invertendo radicalmente  la tendenza negativa attuale (più tasse, meno consumi, più deficit, meno Pil, più debito, peggioramento del D/PIL).

Possibili effetti depressivi

Certamente se penso al mio patrimonio e se calcolo quanto dovrebbero pagare i miei eredi applicando una aliquota del 10% mi sembra che sto proprio esagerando, ma se penso a quanto si può perdere in borsa (in un solo giorno il 2 o 3 %), se penso a quanto costa avere figli che non trovano lavoro, se rifletto su quali sono i rischi di una degenerazione del nostro sistema produttivo ed assistenziale, quel 10% se avrà quegli effetti virtuosi che immagino sarebbe proprio un buon investimento. Sì perché penso che questa nuova imposta di cui sto parlando dovrebbe interessare anche la media borghesia, quella che ha almeno una casa di proprietà con un valore superiore ai 500.000 euro. Cioè rispetto alla legge vigente abbasserei la franchigia a 500.000 euro ed eleverei al 10% l’aliquota alla parte restante per tutti anche per i parenti di primo grado.

Mio padre negli ultimi anni di vita, quando doveva sistemare le cose, come diceva lui, mi chiedeva che se c’erano i soldi liquidi per il funerale e per il notaio per la successione, il resto era l’eredità. Si tratterebbe di entrare in questa logica, se il mio patrimonio ora è 100 vuol dire che passo ai miei eredi 90, sempre meglio che passare 40 o 50 dopo un patatrac economico. E i miei eredi si abituano a pensare che il patrimonio di cui disporranno è 90 e non una valore incerto sottoposto al caos dell’incertezza.

La patrimoniale non deve finanziare la spesa corrente.

Tutto questo ragionamento può stare in piedi se nemmeno un soldo proveniente dalla patrimoniale va a finanziare la spesa corrente o a ridurre la pressione fiscale sui redditi, dovrebbero essere due mondi  quasi separati. Non dovrebbe accadere come accadde con il tesoretto di Prodi, l’extragettito che fu oggetto di un attacco alla diligenza da parte di tutte le categorie o come succede attualmente con l’IMU che finanzia la spesa corrente.  Per evitare ciò l’imposta dovrebbe essere pagata solo con il conferimento di BTP che saranno contabilizzati al valore nominale. Alla zecca dovrebbe esserci un laboratorio o un ufficio incaricato di distruggere materialmente i BTP così restituiti o eliminare le serie nel data base.

Pagare restituendo titoli da distruggere

Questa modalità di pagamento avrebbe un ulteriore effetto positivo considerato che attualmente la gran parte della ricchezza finanziaria è detenuto dagli anziani. Se oggi l’imposta entrasse in vigore andrei dal mio notaio a far calcolare la nuova imposta, come se dovessi morire domani, e comprerei subito dei BTP ad un prezzo basso (in realtà come sapete li ho già), se ne trovano ancora in borsa a 85 o 90 euro, e li terrei lì per la vecchiaia, corta o lunga nessuno lo sa. Direi ai miei figli che oltre alla tenuta nel Chianti, ai dieci appartamenti ai Parioli e alla villa nelle Puglie ci sarebbe un gruzzolo liquido che però dovranno restituire allo stato come tassa di successione quando diventerò un caro estinto. E i miei figli non dovrebbero proprio lamentarsi perché il 90% della ricchezza attuale la ereditano.  In questo modo, poiché il debito pubblico ammonta a circa il 22% del patrimonio della famiglie, quasi il 50% dei titoli del tesoro sarebbero di fatto congelati dalle famiglie e non sarebbero oggetto di speculazioni finanziarie. Nel frattempo il gruzzolo accantonato per la successione sarebbe comunque disponibile per tutte le necessità e le opportunità correnti della gestione di una famiglia. Vedo solo effetti positivo, il lettore è pregato di smontare l’ipotesi.

Più soldi ai giovani senza aspettare di morire.

Ovviamente un congelamento troppo prudente e conservativo del capitale personale può frenare lo sviluppo. (A parte che credo che lo sviluppo vada frenato e questa ipotesi funziona anche se l’economia non fosse più dinamica come in passato ma ci fosse un ridimensionamento). Si può prevedere che un passaggio in vita del patrimonio a favore di  parenti o affini goda una aliquota molto più favorevole, supponiamo pari alla sola tassa di registro (sulla tassa di registro tornerò in una prossimo post). Questo renderebbe i patrimoni più dinamici perché non avrebbero una gestione prevalentemente difensiva e conservativa ma più dinamica e giovane.

Al funerale compare l’economia in nero

Questo tipo di tassazione che ha come target  un momento di passaggio in cui la ricchezza è formalizzata e certificata da interessi contrapposti (più eredi contemporaneamente), è più affidabile di quella che si ostina ad inseguire minutamente le singole transazioni dell’economia di ogni giorno (metodo Monti). La tracciabilità delle operazioni bancarie, la richiesta di fatture, gli scontrini fiscali, i numerosissimi adempimenti certosini, (ad esempio i condomini prelevano e versano il 4% della fatture con un dispendio di tempo e di attenzione spoporzionato al vantaggio) hanno il difetto di essere nel contempo esasperanti ed inefficaci. Basta pensare a quanta economia in nero vive e vegeta in Italia. Ridurre il dettaglio dell’accertamento ed attendere al varco (sicuro) i contribuenti: o il nero se lo sono mangiato e consumato e allora hanno pagato le imposte sui consumi oppure hanno accumulato per sé e per la propria famiglia e la cosa lascia tracce assai visibili.

Le società anonime

Ripeto non sono un tecnico dell’argomento solo un cittadino. Se qualcuno mi dice che attraverso le società anonime è possibile nascondere i patrimoni, creare dei forzieri che formalmente hanno un valore molto più piccolo di quello reale del contenuto, allora sarà sufficiente applicare a queste il metodo Monti che tassa minutamente e costantemente i patrimoni anonimi di questi contenitori. Interessante notare che gli industriali si sono dichiarati favorevoli ad una patrimoniale, intendendo colpire i patrimoni immobiliari delle famiglie e sapendo che le loro società si sono ormai da tempo liberate dei patrimoni immobiliari che contenevano.

Tosare il debito per non tosare i cittadini

Ultima riflessione sull’argomento. Se tutto il debito fosse detenuto dalle famiglie italiane, nel patrimonio complessivo sarebbe computabile tutto il debito pubblico sotto forma di ricchezza finanziaria.  L’instabilità finanziaria nasce comunque perché una parte degli investitori teme che tale ricchezza finanziaria possa perdere di valore o non essere restituita per cui se ne libera non volendo rimanere con il cerino acceso in mano. Una imposta sulla successione quale è quella proposta pianifica tale perdita di valore e la ridistribuisce su tutti impedendo che ci siano furbi che si liberano del cerino acceso. Il prestito di fatto diventa in parte  irredimibile, in parte congelato e darà interessi finché la persona che lo possiede è in vita. Una soluzione più che accettabile per pensionati che hanno dei risparmi da cui vorrebbero trarre una rendita spendibile e che potrebbero non preoccuparsi troppo dei loro eredi.

La patrimoniale in una logica rigorosamente capitalista

Termino questa presentazione della mia proposta tornando su un aspetto accennato all’inizio. Senza nessuna progressività punitiva, una simile imposta avrebbe comunque un significato riequilibratore rispetto alla eccessiva concentrazione di ricchezza che in Occidente si è avuta in questi ultimi 30 anni, dal reaganeconomics in poi. Il dibattito politico che ha occupato la campagna presidenziale americana, lo stesso dibattito riservatissimo nel partito comunista cinese ripropongono un aspetto che il nostro egoismo ottuso ci ha fatto dimenticare: se il capitale si concentra troppo muore perché i troppo ricchi perdono la voglia di rischiare e di investire e preferiscono fuggire nei ghetti dorati e ben difesi che stanno sorgendo in giro per il mondo. E i loro figli sono meno capaci dei loro genitori che hanno costruito quelle fortune familiari (è una banale legge statistica che va sotto il nome di regressione). Un ridistribuzione della ricchezza, in questo caso sotto forma di assegnazione di cerini accesi (titoli di debito che non vengono restituiti perche devono essere versati come imposta per poter passare il proprio patrimonio ai figli), una simile redistribuzione è la sola in grado di ridare slancio e vigore al capitale, prima che altre forma di regolazione della società e della sua ricchezza siano inventate.

Per approfondire

Segnalo sull’argomento patrimoniale alcuni articoli autorevoli presenti in una pagina di repubblica on line

Cercando informazioni sulla rete ho trovato questa notizia che considero curiosa ma molto interessante per capire quanto i ragionamenti che stiamo facendo e le vicende finanziarie, che pensiamo abbiano un vita corta, siano profondamente radicate nella nostra storia delle nostre famiglie.

Nel 1935 furono emessi Titoli del debito pubblico denominati Rendita italiana  per 42 miliardi, allo scopo di finanziare lo sforzo bellico in Etiopia. Il prestito era irredimibile: acquistabile a 95 lire per ogni 100 di valore nominale, con un interesse annuo pari al 5% corrisposto semestralmente il 1° gennaio e il 1° luglio non prevedeva un termine né un rimborso. La irredimibilità della Rendita italiana è stata in parte annullata dalla L. 30-3-1981 che ha previsto il rimborso alla pari dei titoli con taglio inferiore alle 100.000 lire. A partire dal 1° gennaio 1998 sono rimborsabili alla pari e cessano di fruttare interessi.

Cioè nel 1998 abbiamo finito di pagare i debiti di una guerra fatta nel ’35. Ma pochi spicci perché il grosso se lo era mangiato l’inflazione della II guerra mondiale.