Come non cadere nel cliff

Terzo post della giornata. Scusate sono stato zitto per qualche giorno ed ora devo recuperare. Ancora una volta una reazione a caldo sui nostri massmedia e sull’operazione di disinformazione che sta partendo alla grande per orientare le nostre scelte.

Ormai tutti sappiamo grosso modo cosa è il fiscal cliff, grosso modo perché tutti i commentatori ne parlano come se tutti conoscessero bene la questione e sono interessati solo ad alimentare la suspense che si è creata intorno alla fatidica data del 31 dicembre 2012. Quale meccanismo infernale si sarebbe scatenato in modo irrecuperabile se non fosse stato rispettata la scadenza formale? Più tasse e meno occupazione nel pubblico avrebbe provocato gli stessi effetti della cura Monti in Italia, recessione e peggioramento del rapporto debito PIL. Sì, perché anche gli americani hanno il problema del debito pubblico, ben più grave e gigantesco del nostro perché si somma a quello degli stati federali, dei comuni e delle famiglie. Gli americani hanno amplificato i problemi europei per distrarre l’attenzione degli investitori dal loro problema. Non faccio previsioni su ciò che accadrà, ma voglio ricordare alcuni fatti del passato che dobbiamo tener presente nel prossimo futuro.

L’America, che pure ha una banca federale che può stampare moneta come prestatore di ultima istanza, non risolve il suo problema senza produrre di più o senza consumare di meno e soprattutto senza metter mano al portafoglio di coloro che in questi anni hanno accumulato capitali che non sanno dove piazzare. Quindi chi promette di risolvere il problema italiano tornando alla lira da stampare a piacimento mente sapendo di mentire.

La situazione americana è la prova lampante del fallimento della politica di Bush J. che promise sviluppo attraverso lo sconto fiscale. Ora scadono quegli sconti sostanziosi che hanno consentito di vivacchiare con l’illusione che una parte di cittadini poteva arricchirsi e consumare per far lavorare gli altri. Quella politica, meno tasse e più consumi e più PIL ha prodotto la bolla immobiliare finanziata da mutui non garantiti e nel tempo ha ingigantito il debito pubblico ai vari livelli con crisi finanziarie di città o di comprensori o di stati di cui non si parla ma che hanno avuto effetti sociali paragonabili alle vicende degli stati periferici dell’Europa.

Anche per gli americani la festa è finita, bisogna pagare le tasse in ragione della propria capacità contributiva, compresa la classe media. Su questo Obama sbaglia, come anche Hollande, insistendo sul valore simbolico delle tassazioni ai super ricchi quando per l’entità delle cifre di cui stiamo parlando occorre coinvolgere tutti, anche la classe media alla quale Obama guarda in modo troppo elettoralistico.

Perché ne parlo oggi? Perché questa mattina su una rubrica del TG1 un giornalista del sole24ore ha fatto una affermazione vera a metà chiaramente buttata là e ripresa dal conduttore per provocare la reazione emotiva del telespettatore. Chiede il conduttore: a quanto ammonta l’aliquota di cui si parla? Gli americani pagano il 15% di tasse con lo sconto di Bush, ora che scade torneranno al 30%. Il conduttore mima meraviglia e sorpresa, sembra pensare, ammazza come sono fortunati questi americani.

Notizia falsa e tendenziosa per alimentare la reazione populista antitasse,  anti monti e antisinistra. Il piccolo particolare che il giornalista ha trascurato è che si stava parlando delle tasse federali, ma gli americani pagano direttamente le tasse allo stato e le tasse alla propria municipalità. La somma di tutte le imposte non è certamente il 15% del reddito e deve essere comunque più bassa perché nel loro sistema non è compresa una assistenza sanitaria pubblica paragonabile alla nostra né un sistema pensionistico. Quindi il loro netto in  busta paga è certamente più corposo del nostro ma poi passa l’assicuratore a tosarlo ben bene.

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