La grande illusione

In queste ore Mattia il gradasso sta organizzando il botto, la cura da cavallo, lo shock positivo che dovrebbe risvegliare il corpaccione tramortito della società italiana, scusate la confusione, della cittadella assediata. Mattia aveva stravinto su tutti i fronti, la popolazione si era convinta che lui ormai era l’ultima spiaggia, che sarebbe riuscito ad imporre un nuovo entusiasmo al suo esercito e avrebbe  liberato la città dal giogo opprimente dei creditori che dalle colline sovrastanti la città ogni tanto facevano capolino e mandavano segnali di fumo.

Nelle prime settimane di comando non era stato un minuto fermo. Era andato anche a Bruxellia alla corte dell’imperatore e pure lì non si era smentito: aveva proclamato che sapeva come fare e che la cittadella con i propri soldi avrebbe fatto quel che voleva. Un principe finnico della corte di Bruxellia  lo aveva ammonito ricordando che ai conti e alla matematica non si scappa, che prima o poi, con le buone o con le cattive i debiti vanno onorati altrimenti si può finire male come la lontana città di Kiev proprio in quei giorni dimostrava.

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“L’illusionista” di Sylvain Chomet un capolavoro disegnato sul personaggio di Jacques Tati

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Gioco pesante

Non è caciara, non sono giochetti, è un gioco pesante quello che i mezzi di comunicazione stanno facendo veicolando le immagini e le parole delle gazzarre grilline in Parlamento. Per gli amanti della democrazia, per gli antifascisti, per chi conosce un minimo di storia del nostro paese la cronache di queste ore non possono che essere un grave campanello di allarme.

La cosa più grave è che le buone notizie, o almeno le notizie che ci potrebbero far sperare vengono censurate o date in modo frettoloso per far posto al catastrofismo dei disperati della pseudo sinistra che va dietro a Travaglio o al casino della pseudo resistenza dei puri illuminati protestatari.

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Imposte e tasse

Quanti giornalisti conoscono la differenza tra imposte e tasse? quanti politici?

Io imparai la differenza quando ero al liceo. Il professore di greco, un enigmatico signore di altri tempi, che ci leggeva i classici greci sfogliando volumetti lisi e bisunti delle edizioni di Oxford, ogni tanto per alleggerire le lezioni ci chiedeva provocatoriamente se conoscevamo il significato delle parole italiane, ad esempio ci spiegava che noi studenti non potevano ‘scioperare’, come ogni tanto pretendevamo di fare, perché non eravamo prestatori d’opera salariati. Così un giorno ci spiegò anche la differenza tra tasse  e imposte.

Mi è tornato in mente in questi giorni quando ho ricevuto dall’AMA, l’azienda che gestisce lo smaltimento dei rifiuti a Roma, il conguaglio della TARES.

Finalmente ho capito un po’ meglio il guazzabuglio che in questo momento si sta facendo intorno alle imposte/tasse comunali e locali.

La comunicazione al cittadino viene quotidianamente gestita da persone che non conoscono bene la materia e che se intervistano un competente gli tolgono la parola per sintetizzare spesso impropriamente e scorrettamente. Il foglietto dell’AMA richiedeva attenzione e un certo livello di competenza linguistica ma era chiaro ed esuastivo e sicuramnte rassicurante, sì perché la comunicazione giornalistica su questi temi è sistematicamente terroristica oltre che imprecisa. Il gioco delle percentuali è spaventoso e se uno le prendesse sul serio dovrebbe buttarsi dalla finestra. Alla fine vai a vedere che la tanto odiata TASI si riduce per me a 33 euro, una pizza al ristorante in due.

Il guazzabuglio nasce da un lato dall’esigenza della grande stampa e degli influencer, che operano sulla rete, di allarmare il cittadino per provocare reazioni scomposte contro il governante di turno ma sorge anche da una difficoltà di comprensione di coloro che gestiscono l’informazione e di  coloro che la ricevono.

Tre sono i livelli di difficoltà:

  1. il tempo
  2. lo spazio
  3. il fine.

Paghiamo oggi una tassa che è stata decisa un anno o due anni fa, ma contemporaneamente sentiamo che in parlamento o tra i politici se ne continua a parlare per decidere e modificare. Il cittadino non capisce se la colpa è di chi governava tre anni fa o del politico che ha sentito al telegiornale oggi, non sa se sta pagando in ritardo un conguaglio o sta pagando in anticipo, non sa se le scadenze sono quelle di cui si discute o quelle che sono scritte nel foglietto che gli è pervenuto.

Con il maledetto federalismo, o meglio, con l’aborto di federalismo che il leghismo becero e corrotto ci ha regalato in questi 20 anni non sappiamo più chi stiamo pagando: nel foglietto dell’AMA una piccola cifra di conguaglio si paga all’AMA direttamente, l’altra allo Stato, o meglio al Comune tramite un modulo che in genere è usato per pagare le tasse allo Stato. Quanti capiscono queste sottili differenze? quanti sanno interpretare i codici criptici che trascriviamo nell’F24?

Il fine è forse l’aspetto più misterioso. Quando ci hanno spiegato bene quali sono questi servizi indivisibile, perché finora non erano mai emersi? E qui nasce il problema della distinzione tra tasse e imposte! Ora si sta discutendo di un ‘contributo’ unico che dovrebbe assommare tutti i tributi dovuti al comune, la vecchia IMU e le varie tasse comunali come ad esempio quella sullo smaltimento dei rifiuti. Ma è importante tenere distinte le tasse dalle imposte? Certamente sì perché i seminatori di zizzania hanno rimarcato come inaccettabile il fatto che nel pagamento di questo nuovo supercontributo locale che sostituisce ed integra l’IMU siano coinvolti anche gli inquilini. L’IMU è un’imposta, il contributo che il cittadino deve pagare allo Stato o al Comune o alla Regione o alla Provincia perché possiede un patrimonio o percepisce un reddito. La Costituzione sancisce che la contribuzione sia progressiva cioè non solo proporzionale ma con un peso che aumenta con l’aumentare del cespite su cui si calcola l’imposta, un nullatenente privo di reddito non paga imposte. L’inquilino non deve pagare l’IMU sulla casa che occupa ma eventualmente solo sulle altre che possiede in giro per il paese. Le tasse sono contributi che devono essere pagati  da chi richiede uno specifico servizio allo Stato o al Comune. Ad esempio la tassa di registro si paga perché il cittadino chiede che un suo contratto o un suo atto scritto sia tutelato dal vigore della legge, la tassa sui rifiuti si deve pagare perché il cittadino vive nel comune e produce rifiuti che qualcuno deve sotterrare o riciclare, le tasse scolastiche si devono pagare perché si chiede il rilascio di un diploma che avrà valore legale e così via. Normalmente le tasse sono proporzionate al servizio richiesto con eventuali facilitazioni per i cittadini che hanno difficoltà economiche gravi. Gli inquilini devono pagare la tassa sui rifiuti o quella di registro o le tasse della scuola materna comunale se hanno figli che vanno a scuola. Difficile capire come si possa parlare di una imposta/tassa unica comunale senza aver chiare queste distinzioni.

Nel ventennio che si chiude i cittadini sono stati rieducati a diffidare dei servizi pubblici, a pensare che è meglio evadere, che i servizi sono un diritto individuale da  pretendere comunque. Si è rotto un rapporto di fiducia collettivo e come un virus mortale l’invidia sociale si è diffusa al punto che anche i ricchi invidiano i poveri visto che loro non sono tartassati dalle tasse. Alla fine di questo ventennio è stato scoperchiato un pentolone di intrallazzi e ruberie per cui anche i più moderati e i più disciplinati hanno perso la pazienza e non tollerano più che simili temi siano gestiti con pressappochismo e superficialità come in questi giorni abbiamo visto accadere nell’affaire della trattenuta ai docenti. E’ intollerabile che a pochi giorni dalla scadenza del pagamento di un contributo (tassa o imposta) nemmeno i commercialisti abbiano le idee chiare sul da farsi.

La morsa delle tasse

I disordini e le violenze di questi giorni  hanno tante motivazioni, ciascuna muove una parte della popolazione contro un nemico comune lo Stato e i politici. Tutti si sentono tartassati anche quelli che non sono tenuti a pagare le tasse poiché non hanno un reddito. Non si fa che parlare di meno tasse, di nuove tasse, di tasse con i nomi più fantasiosi. Soprattutto si ha l’impressione che si stia chiudendo una morsa a tenaglia fatta scattare dalle misure adottate dai governi in questi ultimissimi anni su indicazione dell’Europa.

La principale innovazione è stata l’abolizione di fatto del segreto bancario, anzi, la responsabilizzazione delle banche nella denuncia di movimenti di capitali sospetti, per ostacolare il riciclaggio. Il denaro liquido sta diventando sempre più una merce di difficile scambio. La delinquenza organizzata variamente insediata sul territorio ha grossi problemi, lavare il denaro sporco inserendolo nell’economia legale è sempre più difficile. Fosse per questo che il potere occulto della mafia, ndrangheta, camorra, sacra corona & C potrebbe finanziare la ribellione contro lo stato gabelliere?  Certamente esistono metodi per evadere  che nemmeno immagino e i grossi sanno come resistere, magari spostando le loro somme da un paradiso fiscale ad un altro con sovrafatturazioni o transazioni fittizie.

Ma la morsa dei controlli riguarda a questo punto tutti i cittadini anche quelli che fanno attività benemerite ma che evadono il fisco. Così il medico che non fattura e incassa in nero non può accumulare troppo perché poi non saprebbe come spendere i denaro liquido che la segretaria diligentemente gli consegna nella busta alla fine della giornata. Quel denaro liquido deve essere speso direttamente per comprare beni e servizi minuti che non lascino tracce. Non può diventare un introito sistematico sul conto corrente perché il cervellone del fisco se ne accorgerebbe. La stessa cosa vale per il docente di matematica che fa le lezioni private, per il garagista che ripara le macchine in nero, per tutte le persone che arrotondano lo stipendio con altre attività secondarie. Questo clima di incertezza e di insicurezze nel momento del guadagno e della spesa accende gli animi e il risentimento, non se ne può più, dice la gente esasperata. Sia chiaro, io penso che questo sia un passo decisivo verso la modernità e verso la salvezza economica del paese: tutti paghino il giusto e nessuno si arricchisca facendo il furbo e tutti investiamo in uno Stato che garantisca la certezza del diritto e la regolarità dei mercati.

Ieri  un giovane che fa il consulente finanziario mi ha raccontato questa storia. Parlavamo della situazione e ci scambiavamo pareri sulle prospettive future. Mi spiace che ci sia quest’odio per le banche, dice lui. Non è vero che non ci sono i soldi nessuno viene a chiederli, o meglio vengono ma non hanno i requisiti. Ad esempio è venuto da me un giovane cuoco di un ristorante importante, guadagna 4.500 euro al mese ma in busta paga ne risultano 1.500. Io posso concedere un mutuo calcolato rispetto al reddito certificato, cioè niente rispetto alla sua capacità di spesa e alla casa che si potrebbe permettere.

Come può succedere  che il giovane cuoco possa incassare 3000 euro nette al mese in nero evadendo fisco e INPS? Banale, il proprietario del ristorante incassa a sua volta senza fatturare o sottofatturando  perché c’è il famoso medico in compagnia dell’amico garagista e della professoressa di matematica del figlio che devono spendere soldi liquidi che non possono versare sul loro conto bancario. Insomma una economia parallela che gira ma che si sente ogni giorno più assediata. Insomma non si può più mangiare tranquilli nemmeno al ristorante, tocca andare a vivere all’estero. Evitare i paesi europei ricchi, lì senza carta di credito non si va da nessuna parte!

Poveri questi ricchi! devono scendere in piazza con i poveri e rompere un po’ di vetrine di queste banche in mano agli ebrei!

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Potare o tassare?

Grillo continua in questi giorni a stressare la situazione facendo dichiarazioni soprattutto sulla stampa estera, gettando discredito sul paese e operando per destabilizzare la Borsa, forse a vantaggio di qualche speculatore nostrano, certamente a vantaggio del capitalismo internazionale che rivede nell’Europa a pezzi un boccone succulento per consolidare una delle due superpotenze, la Cina o gli USA.

In tutto questo casino c’è una cosa che ho capito bene anche se l’ha detta a mezza bocca nel suo stile comunicativo: il reddito di cittadinanza di 1000 euro al mese sarà finanziato tagliando la spesa pubblica (ovvero i servizi) e potando le pensioni troppo alte, quelle superiori a 2500 o 3000 euro al mese (la soglia non si é capita bene). I giornalisti assecondano la cosa sottolineando che Tizio ha 5000 euro di pensione, Caio 8000 e via cantando, quasi sempre politici o supertecnici o manager. Chi guadagna faticosamente 800 euro al mese é giustamente arrabbiato e volentieri pensa a un esproprio di queste ricchezze, fa molto sinistra! Anche Fo deve aver apprezzato questa idea egualitaria.

Bene, se siamo all’esproprio proletario allora caro Grillo, attento! che potrebbe toccare anche a te e alle tue ville! Certo, perché se vogliamo ridiscutere a posteriori il compenso di un manager, di un dirigente pubblico o privato,  perché ricordiamolo a chi non lo sapesse che la pensione é un compenso differito nel tempo, allora rivediamo a posteriori anche il compenso di tanti giullari che per qualche cavolata divertente gradita al potere democristiano avevano alla Rai compensi stratosferici, allora andiamo a potare anche quei patrimoni che saranno ora diventati beni o redditi finanziari, se non pensioni.

Naturalmente resto favorevole alla tassazione progressiva e alla patrimoniale che sono però tutt’altra cosa rispetto alla proposta grillina perché colpiscono tutti in ragione del loro reddito e del loro patrimonio, dipendenti, commercianti, industriali, belli e brutti.

Sono anche favorevole alla proposta Fornero la quale non riuscì ad attuare questa idea, il reddito di cittadinanza, per la freddezza ostile di sindacati e padroni (a proposito che fine ha fatto la Camusso?) e per la mancanza di copertura finanziaria compatibile con il rispetto degli equilibri finanziari. Lo stravolgimento delle regole fondamentali su cui si basa l’economia moderna penalizza ovviamente i più deboli. Mi ha colpito l’intervista di una coppia di siciliani che stava assistendo a un comizio di Grillo: lei lavora presso un centro di igiene mentale (struttura pubblica) lui disoccupato senza prospettive. Questa per noi è l’ultima speranza, diceva lei. Sì, ma se per dare 1000 euro al marito si chiude il centro di igiene mentale e si licenzia la moglie non vedo quale sarà il vantaggio. Una società complessa non si governa a colpi di spot e di promesse illusorie.

Ritornello dei ricchi che temono di diventare poveri

In questi giorni ci stiamo giocando i prossimi venti anni. Più che mai occorre essere attenti a capire i fatti e la realtà per evitare di essere turlupinati.

I leghisti stanno basando la loro campagna elettorale su una mezza verità in grado di scardinare non solo gli equilibri politici ma anche il senso della nostra convivenza. Affermano che della tasse pagate dal nord solo il 35 % ritorna, vogliono trattenersi almeno il 75%.

Sulla questione avevo scritto un post a settembre dal titolo ‘dati quantitativi e mezze verità’. Poi ho sempre fatto attenzione a come veniva risposto alla questione  da parte degli  altri politici. L’unico chiaro e convincente è stato il nuovo Presidente della Sicilia Crocetta il quale accettando la sfida serenamente chiedeva però che l’IVA non risultasse pagata dalla regione sede legale della società ma fosse imputata alla regione in cui il valore aggiunto era stato creato.   Sarà bene che ogni elettore si faccia una chiara idea della questione e giudichi anche i candidati rispetto alla loro capacità e competenza nel trattare una questione così delicata per evitare di mandare in parlamento gente che non sa nemmeno l’ordine di grandezza del debito pubblico.

Come non cadere nel cliff

Terzo post della giornata. Scusate sono stato zitto per qualche giorno ed ora devo recuperare. Ancora una volta una reazione a caldo sui nostri massmedia e sull’operazione di disinformazione che sta partendo alla grande per orientare le nostre scelte.

Ormai tutti sappiamo grosso modo cosa è il fiscal cliff, grosso modo perché tutti i commentatori ne parlano come se tutti conoscessero bene la questione e sono interessati solo ad alimentare la suspense che si è creata intorno alla fatidica data del 31 dicembre 2012. Quale meccanismo infernale si sarebbe scatenato in modo irrecuperabile se non fosse stato rispettata la scadenza formale? Più tasse e meno occupazione nel pubblico avrebbe provocato gli stessi effetti della cura Monti in Italia, recessione e peggioramento del rapporto debito PIL. Sì, perché anche gli americani hanno il problema del debito pubblico, ben più grave e gigantesco del nostro perché si somma a quello degli stati federali, dei comuni e delle famiglie. Gli americani hanno amplificato i problemi europei per distrarre l’attenzione degli investitori dal loro problema. Non faccio previsioni su ciò che accadrà, ma voglio ricordare alcuni fatti del passato che dobbiamo tener presente nel prossimo futuro.

L’America, che pure ha una banca federale che può stampare moneta come prestatore di ultima istanza, non risolve il suo problema senza produrre di più o senza consumare di meno e soprattutto senza metter mano al portafoglio di coloro che in questi anni hanno accumulato capitali che non sanno dove piazzare. Quindi chi promette di risolvere il problema italiano tornando alla lira da stampare a piacimento mente sapendo di mentire.

La situazione americana è la prova lampante del fallimento della politica di Bush J. che promise sviluppo attraverso lo sconto fiscale. Ora scadono quegli sconti sostanziosi che hanno consentito di vivacchiare con l’illusione che una parte di cittadini poteva arricchirsi e consumare per far lavorare gli altri. Quella politica, meno tasse e più consumi e più PIL ha prodotto la bolla immobiliare finanziata da mutui non garantiti e nel tempo ha ingigantito il debito pubblico ai vari livelli con crisi finanziarie di città o di comprensori o di stati di cui non si parla ma che hanno avuto effetti sociali paragonabili alle vicende degli stati periferici dell’Europa.

Anche per gli americani la festa è finita, bisogna pagare le tasse in ragione della propria capacità contributiva, compresa la classe media. Su questo Obama sbaglia, come anche Hollande, insistendo sul valore simbolico delle tassazioni ai super ricchi quando per l’entità delle cifre di cui stiamo parlando occorre coinvolgere tutti, anche la classe media alla quale Obama guarda in modo troppo elettoralistico.

Perché ne parlo oggi? Perché questa mattina su una rubrica del TG1 un giornalista del sole24ore ha fatto una affermazione vera a metà chiaramente buttata là e ripresa dal conduttore per provocare la reazione emotiva del telespettatore. Chiede il conduttore: a quanto ammonta l’aliquota di cui si parla? Gli americani pagano il 15% di tasse con lo sconto di Bush, ora che scade torneranno al 30%. Il conduttore mima meraviglia e sorpresa, sembra pensare, ammazza come sono fortunati questi americani.

Notizia falsa e tendenziosa per alimentare la reazione populista antitasse,  anti monti e antisinistra. Il piccolo particolare che il giornalista ha trascurato è che si stava parlando delle tasse federali, ma gli americani pagano direttamente le tasse allo stato e le tasse alla propria municipalità. La somma di tutte le imposte non è certamente il 15% del reddito e deve essere comunque più bassa perché nel loro sistema non è compresa una assistenza sanitaria pubblica paragonabile alla nostra né un sistema pensionistico. Quindi il loro netto in  busta paga è certamente più corposo del nostro ma poi passa l’assicuratore a tosarlo ben bene.