Imposte e tasse

Quanti giornalisti conoscono la differenza tra imposte e tasse? quanti politici?

Io imparai la differenza quando ero al liceo. Il professore di greco, un enigmatico signore di altri tempi, che ci leggeva i classici greci sfogliando volumetti lisi e bisunti delle edizioni di Oxford, ogni tanto per alleggerire le lezioni ci chiedeva provocatoriamente se conoscevamo il significato delle parole italiane, ad esempio ci spiegava che noi studenti non potevano ‘scioperare’, come ogni tanto pretendevamo di fare, perché non eravamo prestatori d’opera salariati. Così un giorno ci spiegò anche la differenza tra tasse  e imposte.

Mi è tornato in mente in questi giorni quando ho ricevuto dall’AMA, l’azienda che gestisce lo smaltimento dei rifiuti a Roma, il conguaglio della TARES.

Finalmente ho capito un po’ meglio il guazzabuglio che in questo momento si sta facendo intorno alle imposte/tasse comunali e locali.

La comunicazione al cittadino viene quotidianamente gestita da persone che non conoscono bene la materia e che se intervistano un competente gli tolgono la parola per sintetizzare spesso impropriamente e scorrettamente. Il foglietto dell’AMA richiedeva attenzione e un certo livello di competenza linguistica ma era chiaro ed esuastivo e sicuramnte rassicurante, sì perché la comunicazione giornalistica su questi temi è sistematicamente terroristica oltre che imprecisa. Il gioco delle percentuali è spaventoso e se uno le prendesse sul serio dovrebbe buttarsi dalla finestra. Alla fine vai a vedere che la tanto odiata TASI si riduce per me a 33 euro, una pizza al ristorante in due.

Il guazzabuglio nasce da un lato dall’esigenza della grande stampa e degli influencer, che operano sulla rete, di allarmare il cittadino per provocare reazioni scomposte contro il governante di turno ma sorge anche da una difficoltà di comprensione di coloro che gestiscono l’informazione e di  coloro che la ricevono.

Tre sono i livelli di difficoltà:

  1. il tempo
  2. lo spazio
  3. il fine.

Paghiamo oggi una tassa che è stata decisa un anno o due anni fa, ma contemporaneamente sentiamo che in parlamento o tra i politici se ne continua a parlare per decidere e modificare. Il cittadino non capisce se la colpa è di chi governava tre anni fa o del politico che ha sentito al telegiornale oggi, non sa se sta pagando in ritardo un conguaglio o sta pagando in anticipo, non sa se le scadenze sono quelle di cui si discute o quelle che sono scritte nel foglietto che gli è pervenuto.

Con il maledetto federalismo, o meglio, con l’aborto di federalismo che il leghismo becero e corrotto ci ha regalato in questi 20 anni non sappiamo più chi stiamo pagando: nel foglietto dell’AMA una piccola cifra di conguaglio si paga all’AMA direttamente, l’altra allo Stato, o meglio al Comune tramite un modulo che in genere è usato per pagare le tasse allo Stato. Quanti capiscono queste sottili differenze? quanti sanno interpretare i codici criptici che trascriviamo nell’F24?

Il fine è forse l’aspetto più misterioso. Quando ci hanno spiegato bene quali sono questi servizi indivisibile, perché finora non erano mai emersi? E qui nasce il problema della distinzione tra tasse e imposte! Ora si sta discutendo di un ‘contributo’ unico che dovrebbe assommare tutti i tributi dovuti al comune, la vecchia IMU e le varie tasse comunali come ad esempio quella sullo smaltimento dei rifiuti. Ma è importante tenere distinte le tasse dalle imposte? Certamente sì perché i seminatori di zizzania hanno rimarcato come inaccettabile il fatto che nel pagamento di questo nuovo supercontributo locale che sostituisce ed integra l’IMU siano coinvolti anche gli inquilini. L’IMU è un’imposta, il contributo che il cittadino deve pagare allo Stato o al Comune o alla Regione o alla Provincia perché possiede un patrimonio o percepisce un reddito. La Costituzione sancisce che la contribuzione sia progressiva cioè non solo proporzionale ma con un peso che aumenta con l’aumentare del cespite su cui si calcola l’imposta, un nullatenente privo di reddito non paga imposte. L’inquilino non deve pagare l’IMU sulla casa che occupa ma eventualmente solo sulle altre che possiede in giro per il paese. Le tasse sono contributi che devono essere pagati  da chi richiede uno specifico servizio allo Stato o al Comune. Ad esempio la tassa di registro si paga perché il cittadino chiede che un suo contratto o un suo atto scritto sia tutelato dal vigore della legge, la tassa sui rifiuti si deve pagare perché il cittadino vive nel comune e produce rifiuti che qualcuno deve sotterrare o riciclare, le tasse scolastiche si devono pagare perché si chiede il rilascio di un diploma che avrà valore legale e così via. Normalmente le tasse sono proporzionate al servizio richiesto con eventuali facilitazioni per i cittadini che hanno difficoltà economiche gravi. Gli inquilini devono pagare la tassa sui rifiuti o quella di registro o le tasse della scuola materna comunale se hanno figli che vanno a scuola. Difficile capire come si possa parlare di una imposta/tassa unica comunale senza aver chiare queste distinzioni.

Nel ventennio che si chiude i cittadini sono stati rieducati a diffidare dei servizi pubblici, a pensare che è meglio evadere, che i servizi sono un diritto individuale da  pretendere comunque. Si è rotto un rapporto di fiducia collettivo e come un virus mortale l’invidia sociale si è diffusa al punto che anche i ricchi invidiano i poveri visto che loro non sono tartassati dalle tasse. Alla fine di questo ventennio è stato scoperchiato un pentolone di intrallazzi e ruberie per cui anche i più moderati e i più disciplinati hanno perso la pazienza e non tollerano più che simili temi siano gestiti con pressappochismo e superficialità come in questi giorni abbiamo visto accadere nell’affaire della trattenuta ai docenti. E’ intollerabile che a pochi giorni dalla scadenza del pagamento di un contributo (tassa o imposta) nemmeno i commercialisti abbiano le idee chiare sul da farsi.

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