Un padre che alza la voce, ma, se può, ti accontenta

Ieri Napolitano è stato riintronato (con due i) davanti ad una assemblea di rintronati.

Facile e volgare battuta per ricordare un giorno commosso e commovente quello della disfatta della politica che abdica ai suoi doveri di elaborazione e mediazione e si affida ad un santo protettore, ad un padre nobile ma eccessivamente generoso che non ha saputo dire No. Ho pensato, guardandolo durante la cerimonia di insediamento, osservando la sua stanca fragilità, vedendo la fatica a salire sull’altare della patria costruito per i maschi e gagliardi polpacci di giovani in divisa, osservando il volto apparentemente impassibile ma teso di donna Clio, ho pensato a quei padri che hanno la sfortuna di avere figli drogati che vengono consumati nei loro averi da richieste sempre nuove e mai sufficienti per aver il danaro per una nuova dose.

Certi applausi gli saranno apparsi come una irrisione, applausi agli schiaffi che stava fendendo dallo scranno più alto a tutta la classe politica. Gli unici che potevano applaudire, i grillini, non si sono voluti confondere con gli altri e hanno mantenuto un atteggiamento che forse era l’unico coerente con la gravità del momento e delle cose che stava dicendo il capo della Stato.

Berlusconi, che sa cosa vuol dire l’immagine, mostrava un volto concentrato e grave, prendeva appunti, o almeno dava a vedere che prendava appunti e non applaudiva troppo. L’altro, il mio Bersani, ascoltava senza tradire qualche emozione, a volte appoggiando la testa alla mano come se fosse troppo stanco. Non l’ho visto fare ciò che ha fatto Berlusconi più intelligentemente, andare ad omaggiare personalmente, fuori protocollo, il capo dello Stato che stava lasciando l’emiciclo. E’ scappato di fronte alle telecamere che chiedevano una dichiarazione conclusiva da parte dei leader politici, come Berlusconi ha sapientemente fatto. La catena degli errori non si arresta.

Il resto della cerimonia è stata gelida e grigia, nulla che potesse alimentare la speranza, muovere a festa un popolo disperso. Pochissima gente per strada, pochissimi applausi, strade in bianco e nero bagnate dalla pioggia con questo corteo quasi funebre ripreso dall’alto, scortato da quattro motociclisti, che portava nascosta una persona anziana ormai prigioniera del ruolo che gli è stato imposto.

Giornataccia, conclusasi con il tenero virgulto intervistato dalla Gruber. Lei è brava ma mi sembra che stia giocando pesante. Renzi è sempre lo stesso, un repertorio di soluzioni di buon senso per qualsiasi problema, la superficialità elevata a sistema, una saponetta profumata per fare cosmesi in un corpo in via di estinzione, già in parte putrefatto. Il documento di Barca non l’ha letto, 55 pagine sono troppe, sono scritte in corpo piccolo e poi ci sono pure note, bibliografia e rimandi, se lo farà raccontare direttamente perché prima o poi lo incontrerà personalmente. La Gruber è troppo educata per dire: non le sembra una grave omissione per uno che ambisce a diventare il nuovo leader di un partito non leggere i documenti che anche semplici cittadini si sono premurati di leggere?

Alla fine la Bindi da Vespa, anche lei così rintronata da non aver sentito nessuna parola gridata da Napolitano in Parlamento. Solito repertorio di frasi fatte, di battute ad effetto, di distinguo capziosi. C’è voluto Belpietro e Massimo Franco e ovviamente Vespa per ridire in parole povere quello che aveva detto Napolitano. O tirate fuori una maggioranza parlamentare o si va ad elezioni. Delle beghe interne del PD il paese ha piene le tasche al punto che i leghisti ci appaiono come degli statisti anglosassoni.

Lucilla mi ha ricordato che dobbiamo guardare meno televisione.

Raccogliendo cocci

Continuo a raccogliere appunti ed impressioni su giornate convulse nelle quali attraverso l’immediatezza del mezzo televisivo, di internet, del telefono sembra di vivere in prima persona vicende che hanno il sapore della storia. Mille fantasmi affollano la nostra memoria, accendono la fantasia e corrodono il nostro fegato.

E’ fatta. Impietosamente sono riusciti ad imporre ad una persona per bene, che pensava di aver assolto fino in fondo ai suoi doveri, di restare al pezzo fino alla fine, di morire sulla scena. Esattamente un mese fa avevo dedicato un post sugli effetti perversi di un eccesso di senso di responsabilità. Napolitano ha fatto malissimo a cedere sacrificandosi, non lo meritavamo, non lo meritavano quei guitti e quegli incapaci che erano lì a pietire. Perché i figli diventino adulti occorre che i padri sappiano dire dei no e sappiano tirarsi indietro o sparire dalla scena della vita. Detto ciò, sono immensamente grato a questo uomo eccezionale che spero possa vivere a lungo in salute.

L’altro personaggio che pecca in eccesso di senso di responsabilità e voglia di espiazione è  PierLuigi Bersani. Come ho scritto su questo blog io avrei seguito altre strategie valutando meglio la pericolosità degli avversari interni ed esterni al mio partito. Anche se fossi stato nei panni del presidente avrei agito in modo diverso. Ma tutti siamo bravi con il senno del poi.

Nel  caso di Bersani il senso di responsabilità gli ha tarpato le ali del coraggio. Avrebbe dovuto osare di più. Perché solo tre nomi nella rosa? Doveva mettere subito anche Rodotà, Zagrebelski, Prodi, Mattarella, Cassese e altri lasciando alla destra  di scegliere e se i suoi non avessero votato compattamente doveva arrivare con quello schema di gioco, le larghe intese, fino alla votazione con il quorum ridotto al 50%. Avrebbe verificato la reale tenuta dei suoi alleati, avrebbe trovato forse un presidente. Poteva passare allo scontro solo dopo aver verificato che gli alleati, grillini o pidiellini è la stessa cosa, non erano in grado di garantire un nome con lo schema allargato. Solo allora doveva verificare il nome che univa il partito e andare allo scontro dopo aver contrattato con Monti. Così, dopo l’esaurimento della fase delle larghe intese, poteva passare Prodi. Se in questa procedura avesse verificato che il partito era spaccato e indisciplinato avrebbe dovuto proclamare il ‘tana libera tutti’ attenendosi alla lettera della Costituzione: ciascuno è libero e non ha vincolo di mandato. Smessa la casacca del segretario di un partito inesistente andava a prendere un caffè alla buvette e sarebbe tornato a votare quando arrivava il suo turno lasciando che nella cavea del parlamento i parlamentari parlamentassero liberamente come fanno i cardinali nel conclave e che lo spirito potesse aleggiare sui mille. Unica regola: il partito puntava su un nome alla volta per una sola volta seguendo l’ordine di preferenza. Quale preferenza? E’ ovvio che Bersani avrebbe dovuto formalizzare all’inizio di tutta questa storia una consultazione formale e segreta in cui ciascun grande elettore poteva scrivere tre nomi. I primi dieci erano oggetto di contrattazione con gli altri partiti e se necessario oggetto di votazioni con maggioranza semplice. Questa procedura avrebbe quanto meno evitato la sceneggiata grillina del Rodotà assurto a gran liberatore della plebe oppressa da quel despota di Napolitano.

Anche Vendola si è bruciato:  prima ha rinunciato al ruolo di partner non rivendicando la possibilità di fare un proprio nome da aggiungere nella lista quando si andava a parlare con Berlusconi, poi ha urlato e pestato i piedi in modo isterico per far votare Rodotà. A quel punto  era ovvio, semplicemente facendo qualche semplice calcolo aritmetico, che la candidatura Rodotà non poteva passare dopo che il PD si era spaccato su Prodi e che quindi non poteva passare nessuno senza il voto determinante di Berlusconi.

Anche Barca ha perso l’occasione di starsene zippo facendo quella inutile comparsata telematica a favore di Rodotà: tattiche in vista di nuovi schieramenti e nuove alleanze? Che pena!

Una parola sui mass media. Ho passato ore a seguire Mentana e gli innumerevoli altri salotti in cui questa tragica farsa si rappresentava. Come in tutte le tragedie che si rispettano c’era un coro, anzi un duplice coro: quello dei giornalisti che facevano a gara a dare le spiegazioni più brillanti, più ciniche, più malevole, più ansiogene che era possibile immaginare e fuori dal palazzo un coro dolente di beoti (tutti provenienti dalla lontana provincia della Beozia) che ritmavano un nome senza avere la più pallida idea di chi fosse e senza sapere bene quale fosse la reale posta in gioco. Un pretone, un certo don Crimi  esibiva un cartello sopra un ipad alla folla come un novello mosè o come il diacono che va all’ambone con il Vangelo esposto alla venerazione dei fedeli, incitava la folla osannante incoraggiandola a restare lì a lungo in attesa che le telecamere facessero compiutamente il loro mestiere. Un corto circuito mediatico nevrotizzante che faceva apparire come una catastrofe irreparabile una procedura che nella storia della Repubblica si era già realizzata senza che succedesse nulla di irreparabile. Questo non ha facilitato il compito dei grandi elettori,  gente stressata di suo, gente insicura, gente che non ha idee chiare sulla direzione di marcia.

Alla fine dello psicodramma, dopo aver osservato sullo schermo in primo piano un padre anziano, emozionato, invecchiato di tre anni in pochi giorni, nella sua fragilità che commuove anche un politico di lungo corso come Casini, si torna all’epilogo, che ha lo stesso sapore della chiusura del Don Giovanni di Mozart.

Don Ottavio dice:

Or che tutti, o mio tesoro,
vendicati siam dal cielo,
porgi, porgi a me un ristoro:
non mi far languire ancor.

Finita la tragedia, finiti i toni gravi, la musica riprende lieve e giocosa.

Riprendono le interviste dei protagonisti della giornata in cui tutti sono felici e contenti perché si è trovata la soluzione migliore possibile. Ora tutti a cena.

Tra il successo travolgente di Francesco e l’elezione del capo dello Stato l’economia di Roma può avere un po’ di ossigeno e forse ripartire senza bisogno di un governo o di un nuovo sindaco?

 

Cernobyl

Sembra che il disastro di Cernobyl sia dovuto ad una catena di piccoli errori umani. Il nostro disastro è il risultato di una sequenza di errori di personaggi che non sono all’altezza della situazione. In questi momenti l’estremo tentativo di coinvolgere l’ultima icona disponibile, Giorgio Napoletano. Speriamo che in questo psicodramma autodistruttivo della sinistra non si voglia bruciare anche lui. Temo che la catena degli errori continui.

Nell’attesa di sapere cosa farà vorrei appuntarmi questa riflessione che forse risulterà superflua tra qualche ora.

Ma questi gaglioffi sanno contare? Il PD che rappresenta il 30% dei cittadini ha per effetto del porcellum quasi il 50% dei rappresentanti ma si è spaccato in più fette come una zucca, la sua forza contrattuale torna ad essere quella reale, cioè un 30%, poco più. Può garantire al massimo 200 o 300 voti. Questo significa che Rodotà, votabilissimo se le strategie di Bersani e di Vendola (che ora non può alzare la voce) fossero state diverse, non può raggiungere la maggioranza perché il PD non riesce ad assicurare i voti per arrivare al 50%. Il boccino allora è in mano al PDL che è la forza che ora è  coesa e che è disponibile a far convergere i propri voti verso un uomo del PD. Il PD faccia due nomi accettabili e li presenti al PDL, avremo un presidente. Mattarella, ex politico e giudice della corte costituzionale, Cassese grande esperto delle nostre istituzioni, perché no?

Spero che il grande padre Giorgio non si faccia inciuciare da questi poveracci, non lo merita.

Al nostro presidente

Mi sono svegliato alle 4 senza riuscire a riprendere sonno. Mi sono immedesimato in Napolitano e ho cominciato a pensare al rebus che sta cercando di sciogliere.

Ci sono momenti in cui la decisione del singolo, la decisione di una persona costituisce un bivio storico per tutti noi. Lo abbiamo sperimentato in questi ultimi tempi: i tentennamenti di Berlusconi, le scelte di Monti, la rinuncia di Benedetto XVI, le scelte di Bersani, gli editti di Grillo, e questa notte le scelte di Napolitano.

Nel bene o nel male questi personaggi, le loro scelte, la loro immagine, la loro storia ci appartengono intimamente, sono l’oggetto dei nostri sentimenti di affetto o di odio, di gratitudine o di risentimento. Anche se faccio di tutto per tenere spento il televisore, comunque sono volti che invadono la nostra casa, i nostri discorsi a tavola, le nostre telefonate. Napolitano, ora che invecchia, assomiglia sempre di più a mio padre che non c’è più e questo rinforza il sentimento di gratitudine filiale che provo per lui. Se potessi lo vorrei abbracciare forte.

Ma, seguendo i miei pensieri, mi sono chiesto, che farà? Seguirà il mio consiglio? Penso di no, spero di no. Non è uno che recede di fronte alla difficoltà. Cosa fare?

Politicamente la cosa è chiara: il PD approverà qualsiasi governo del presidente, il PDL potrebbe essere recalcitrante ma alla fine non potrà negare la disponibilità espressa in tutte le salse in questi ultimi giorni, Monti non potrà rifugiarsi sull’Aventino, la pattuglia dei grillini avrà delle lacerazioni interne. Insomma la maggioranza per la fiducia ci sarà certamente.

Il problema è il nome. Come in tutti i rebus ci sarebbe una soluzione semplice, semplicissima. Chiamare la Boldrini a presiedere il governo. E’ una donna, è stata eletta nel partito di Vendola, ha lavorato in organizzazioni internazionali, si sa muovere in sistemi complessi, è bella. Potrebbe rilevare parte del governo attuale, confermando quei ministri che hanno operato con competenza e senso dello Stato. Alcune poltrone dovrebbero essere rinnovate ma c’è l’imbarazzo della scelta. Un governo per un anno per fare pochissime cose.

La presidenza della camera potrebbe andare ad un esponente di Scelta Civica riequilibrando lo schema della ripartizione delle alte cariche istituzionali.

Mi auguro che questa sera entro le 21 il nuovo governo giuri nelle mani del capo dello stato e che la Pasqua sia di Resurrezione dell’Italia e di Liberazione da questo ricatto odioso in cui Grillo ci ha costretto in questo mese.

Mi sono così alzato dal letto pensando a Grillo. Che meschina figura di generale che briga nelle retrovie, (consiglio di leggere il libro che sto leggendo: Un anno sull’Altipiano) che continua a provocare con il suo linguaggio da postribolo, che di fronte alle responsabilità di scelte per cui i suoi sono ben pagati è stato preso da un attacco di cagotto, da una pavidità che è tipica dei megalomani isterici.

Ora anche i suoi supporter, i borghesi benpensanti impauriti dalle difficoltà del presente che pensavano di esorcizzare la propria paura votando un movimento che faceva della paura, della rabbia, dell’invidia le sue bandiere cominciano a capire meglio, a capire che l’unico modo per uscire dalla disperazione è di mettersi a lavorare, in tutti i campi, di darsi da fare un passetto dietro l’altro per scalare questa montagna che ci si para davanti.

Auguri Presidente, ci auguriamo tutti e ti auguriamo una Pasqua felice e leggera.

 

 

 

Con le unghie!

Ho seguito come tanti la diretta dell’incontro tra Bersani e i rappresentanti di Grillo. E’ stata una sofferenza vedere quanto si dovesse contenere Bersani per non sbottare, per non mandare affanculo quelle facce di impuniti. Avete visto alla fine la faccia soddisfatta e gaudente della Lombardi che assume sempre più le espressioni della strega di Biancaneve?

Sbollita la rabbia e la delusione, ho cercato di riflettere sulla situazione durante la mia passeggiata da pensionato.

Dunque, Bersani non può fare il governo a cui aveva pensato, non vuole allearsi con Berlusconi per non dimostrare plasticamente il teorema di Grillo, deve fare qualcosa.

Primo. La smetta di fare la persona per bene, tiri fuori le unghie perché ora è in trincea a dovrà scavare con le unghie. (per inciso sto rileggendo tanto per tirarmi su Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu).

Secondo, analizziamo i rapporti di forza. Ci sono tre forze tra loro incompatibili, nessuna può governare da sola e si deve tornare alle elezioni. Se si torna alle elezioni è ovvio che il PD perde il misero vantaggio attuale a favore di uno degli altri due. Intanto mettere a frutto il vantaggio attuale con la presidenza della repubblica. Mancano solo 3 voti al PD e al centrosinistra, occorre avere il coraggio di un nome non di apparato ma affidabile e competente. Io vedo due nomi, ma non sono un esperto: Rodotà che farebbe l’occhiolino alla sinistra non rappresentata in parlamento e potrebbe attirare un residuo di coerenza in qualche grillino, oppure Zagrebeski, liberale, competente, colto che è sceso in piazza contro Berlusconi. Nessuna mediazione o accordo. Fermezza contro la sfacciataggine di chi ha il coraggio di candidarsi alla massima magistratura dello Stato con le pendenze penali che ha tuttora in corso.

Bersani deve chiedere a Napolitano di anticipare le sue dimissioni, se veramente vuol salvare il salvabile.

Bersani deve rovesciare il tavolo, o meglio, ruotare il tavolo scambiando i ruoli.

Finora il vantaggio dei voti e la maggioranza netta in una camera è stata vista come una responsabilità, un mandato che ti mette sulla graticola mentre gli altri si divertono a soffiare sul fuoco con il potere di interdizione.

Dopo questo primo giro fallimentare, Bersani deve interpretare il suo vantaggio come un vero potere di interdizione. Accettare che le altre due forze siano incaricate di fare il governo, attendere che nuovi presidenti incaricati, nell’ordine del PDL e se non riesce il M5S, presentino uomini e programmi e dire sì se vale la pena o dire no in modo motivato. Ad esempio i leghisti non vogliono la legge sulla cittadinanza, il PD avrà facile gioco a precisare quali aspetti del programma PDL non sono accettabili e quali programmi sono gravemente mancanti. Facile prevedere che Berlusconi non accetterà un governo monocolore con appoggio esterno.

La mano passerà a M5S, vedremo uomini e programmi e il PD deciderà se dare fiducia oppure no, in modo motivato. A quel punto il PD dovrà però dare quella fiducia che ora chiede al M5S selezionando priorità e contenuti che forse saranno uguali ai famosi 8 punti.

Follia? Sto impazzendo? forse, anzi, cari amici se pensate che questo sta diventando un chiodo fisso, anticamera della depressione avvertitemi in tempo che mi curo!

Il mio ragionamento si fonda sulla battuta di Bersani: date ‘sta fiducia, una fiducia come si dà così si toglie, ma così cominciamo. Vale il ragionamento simmetrico: Bersani dacci ‘sta fiducia, una fiducia come si dà così si toglie, ma così cominciamo.

Nulla di nuovo rispetto a quanto scrivevo immediatamente dopo il voto.

Eccesso di responsabilità

Questa mattina ripensando ai fatti di ieri, all’incarico a Bersani, ho capito, di questa vicenda, un aspetto che mi era sfuggito.

Perché Bersani si ostina a percorrere una strada senza uscita insistendo in una soluzione di governo che in questi 20 giorni si é già rivelata impercorribile? Dispone di qualche informazione che non possediamo, spera che qualcuno all’ultimo momento cambi atteggiamento? Ha delle subordinate che non ha ancora messo sul tavolo della trattativa? Lo fa per ostinazione, per megalomania? E’ scemo?

Lo fa per senso del dovere e per senso di responsabilità, una forma di espiazione, un amaro calice che va ingollato tutto per pagare il conto di una campagna elettorale che non ha dato i risultati attesi, lo fa perché pensa davvero di poter far qualcosa di utile per un paese che rischia grosso e che ama veramente. La strada come ha detto é molto stretta ma, pur essendo remoto il successo, deve comunque tentare pagando di persona. Ha ripetuto che lo fa per spirito di sacrificio. Terribile pensare che tutto ciò si celebri durante la settimana della Passione.

Questa riflessione mi ha immediatamente illuminato un’altra figura che ha occupato la scena politica e che ha deluso molti di noi. Monti ha sin dal primo giorno marcato il senso di un impegno e di una responsabilità che anteponeva ai propri interessi personali. Ha azzerato il suo compenso da primo ministro, ha lavorato sino allo sfinimento giorno e notte si é buttato in politica facendo cose che fino a due anni fa pensava impossibili per sé. Tutti abbiamo pensato che fosse impazzito, che fosse nel pieno di un delirio di onnipotenza, che potesse avere degli interessi inconfessabili. Oggi tendo a pensare che anche lui sia caduto nella trappola di un eccesso di senso di responsabilità.

Infine ho pensato a Napolitano, che amo quasi come un padre. Anche lui ieri mi é apparso schiavo di un eccesso di senso di responsabilità. Il testo che ha voluto leggere personalmente era perfetto, immagino che gli sarà costato fatica e una notte insonne, ma da tempo le sue notti e le sue giornate non devono essere una passeggiata. Mentre leggeva con fatica ed emozione ho pensato che la mia soluzione delle dimissioni anticipate non gli passa nemmeno per l’anticamere del cervello, si consumerà fino all’ultimo giorno del mandato alla ricerca di una soluzione di governo.

Mi sono chiesto: questo eccesso di senso di responsabilità é politicamente giusto è storicamente  opportuno, noi italiani meritiamo questa etica del sacrificio da parte dei nostri governanti? Quale é il confine tra impegno personale, valore del singolo e utilità dell’istituzione, nell’esercizio di una funzione di responsabilità pubblica fino a che punto si deve personalizzare l’impegno? Per capire questo dilemma basta pensare ai magistrati che hanno la funzione più alta in uno Stato, quella di decidere della libertà di altri cittadini, in passato addirittura della vita, e che per definizione devono essere ‘irresponsabili’.

Mi auguro che Bersani riesca nell’impresa ma vivamente mi auguro anche che non cada nella sindrome di Monti, tutti siamo utili, nessuno é indispensabile. Mi auguro che l’amato presidente ricordi che il Quirinale, l’istituzione che lui ora impersona, saprà gestire questo difficile momento anche con un altro inquilino tra poche settimane come la legge prevede.

In un paese in cui giullari, comici, guitti, premi nobel, cantanti, speculatori, neolaureati, urlatori, maleducati, imbonitori, incazzati stanno riscuotendo il consenso di una maggioranza silenziosa ma sofferente, in un paese in cui tutto ciò che é pubblico é oggetto di dileggio e critica, un eccesso di senso di responsabilità in politica può essere controproducente. Benedetto di fronte all’impossibilità di far fronte con le proprie forze alle difficoltà del momento ha aperto la strada a una realtà nuova del tutto inaspettata che ci dà nuova speranza.

Sia chiaro, non sono renziano, sono un cinico conservatore che crede molto alle regole e alla forza delle istituzioni.

Sventurata la terra che ha bisogno di eroi. Bertold Brecht.

Se io fossi Presidente

Sono finalmente cominciate le consultazioni del Presidente della Repubblica e molti di noi aspettano un miracolo, un tocco magico che sappia farci uscire da questa atmosfera sempre più cupa in cui un personaggio, che da giorni non si mostra più al volgo, emette editti di scomunica, intimidazioni, ordini, minacce, assoluzioni e scappellotti  come fosse il nuovo padre padrone della nazione. L’altro padre padrone minaccia la violenza di piazza se non si elegge un moderato al Quirinale, che poi forse sarebbe proprio lui. Zio Bersani che tesse pazientemente una tela in cui tanti anche dei suoi sperano rimanga avviluppato e soffocato. C’è poco da stare allegri.

Mi sono chiesto, cosa farei io se fossi nei panni di Napolitano? Domani sera darei l’incarico a chi sarà stato proposto dal PD dandogli 24 ore per sciogliere la riserva. Bersani ha avuto 20 giorni per tentare tutte le possibili strade. Se verifica che ha una maggioranza giura ed abbiamo il nuovo governo. Se fallisce la palla passa al secondo qualificato, il PDL, altre 24 ore, se fallisce la parola tocca a M5S. Tutti, nella ricerca della maggioranza, dovrebbero esplicitare la compagine di governo e il programma valido per un anno. Se nessuno riesce, sabato sera alla fine del giro il presidente della Repubblica si dimette e nella settimana successiva il Parlamento vota il nuovo il quale sarà nel pieno dei poteri costituzionali per sciogliere le camere e valuterà se avviare un governo super partes del presidente con un programma di emergenza, perché nel frattempo la situazione generale non sarà migliorata, oppure andare dritti dritti alle elezioni.

Se fossi Napolitano renderei pubblica questa strategia in modo che ciascuno valuti fino in fondo le conseguenze delle proprie scelte. Ora tutti pensano che si possa prendere tempo in attesa del nuovo presidente della Repubblica. Gli otto punti di Bersani li conosciamo, gli altri partiti per un motivo o per l’altro li hanno rifiutati in toto o in parte. Quali sono i punti del PDL? vediamoli e allora il PD dovrà chiarire che non c’è una pregiudiziale sulla persona di Berlusconi, che come politico è perfettamente legittimato dai voti che ha preso. Potrà nel merito dire le cose che rendono inaccettabile quel programma e il governo PDL (se sono accettabili il PD voti la fiducia e il PDL  faccia il governo), così dovrà fare il M5S. Vediamo i punti prioritari del M5S, vediamo il governo che propone, se il livello è quello dei neoeletti sarà facile rispondere picche, altrimenti sarà bene votarlo e verificare la cosa alla prova dei fatti. Parti invertite, senza paura delle conseguenze che sarebbero meno peggio dell’ingovernabilità totale. Se M5S proporrà soluzioni provocatorie ed inaccettabili si torna alle urne e se gli italiani non capiranno, ebbene occorre rassegnarsi, questo è il paese ed è giusto che la selezione naturale proceda nel suo corso.

Ma con questo scenario forse Grillo farebbe meno il guascone perché la vittoria di Berlusconi in elezioni immediate sarebbe certa. A meno che, come sospetto, anche Grillo non remasse alla fin fine nella stessa direzione della destra più massimalista.