Segni positivi

Il concorso continua

Ieri mi ha scritto da Berlino la mia splendida nipote  della quale ho parlato lo scorso anno a proposito del concorso a cattedre. Mi diceva che è stata ammessa all’orale ma che è un po’ preoccupata di non farcela perché sta lavorando, appunto a Berlino, per finire la tesi di dottorato e fare contemporaneamente la madre di un figlietto piccolo e la brava moglie e la concorrente a un concorso molto selettivo le sembrava una impresa forse superiore alle sue forze. Le ho consigliato di lavorare serenamente e con grinta e di essere se stessa agli orali perché se almeno un commissario avesse avuto il mio stesso criterio di giudizio per selezionare un giovane per l’insegnamento avrebbe certamente vinto. Come sapete per me il requisito fondamentale per diventare un buon insegnante  sono gli occhi sorridenti. Tranquilli, non mi hanno messo in nessuna commissione di concorso!

Parlo di lei perché in questa periodo così confuso, così squallido, così popolato di delusi urlanti e lamentosi, una gioventù determinata, che fa figli, che lavora e studia, per la quale il proprio mondo è l’Europa o il Mondo, riempie il cuore di speranza e di gioia. E in questa estate difficile vado insistentemente in cerca di segnali positivo dalla realtà che mi circonda.

Roberto Benigni e Dante Alighieri

E sempre per parlare di giovani e di cultura lunedì sera siamo scesi a Firenze per assistere alla lettura della Divina Commedia da parte di Benigni. Preoccupati di trovare un caldo eccessivo, abbiamo trovato invece una serata calda ma asciutta con una leggera brezza dall’Arno. Le stradine intorno a Santa Croce erano animate da moltissimi gruppi di persone che si dirigevano verso lo spettacolo e che approfittavano per mangiare, appoggiati a un muro o seduti su uno scalino, un panino o un pezzo di pizza al taglio o del gelato. Una animazione festosa nei vicoletti ormai quasi bui con un cielo che ancora aveva quella calda luminosità che per qualche ora persiste dopo un tramonto molto terso.

Anche noi ci siamo accontentati di un ottimo panino fatto lì per lì in un negozietto dimesso che conviveva con locali eleganti e costosi.

Siamo entrati nella piazza superando filtri e controlli. Organizzazione efficiente e cortese, numerose ragazze aiutavano ciascuno a trovare il proprio posto numerato. La cavea realizzata nella piazza è imponente e tutto fa pensare a una impostazione ingegneristica di ogni particolare. Pian piano il mio umore volge al meglio, orgoglio e fierezza di appartenere a una comunità che non produce solo schifezze e ma che ancora sa difendere e valorizzare l’arte e sa fare bene le cose.

Come un orologio svizzero Benigni entra in scena con la sua marcetta festosa producendosi in un balletto da giullare. Incomincia lo spettacolo senza fiato, già sudato e subito ti chiedi se ce la farà, se stramazzerà al suolo per il caldo, per lo sforzo per l’emozione. Rapidamente la sua voce torna normale e sicura e incominciano i frizzi e i lazzi sull’attualità politica. Tutti eravamo in attesa del commento sulla sentenza e ovviamente siamo stati accontentati con uno scoppiettante monologo in cui con eleganza e giri di frase che conducono alla battuta inattesa tratteggia una umana commedia di cui abbiamo sentito parlare nella cronaca recente e nella storia di questi ultimi anni. Gli scroscianti applausi iniziali, le risate liberatorie di più di 15.000 persone pian piano si sono diradate perché il monologo faceva pensare e riflettere, alcuni visi delle persone che mi stavano intorno assumevano un sorriso a volte amaro e preoccupato perché della nostra vita collettiva stava parlando. Il finale del monologo introduttivo è una canzone di cui alcune strofe erano già circolate sulla rete ma che questa volta si completavano con il riferimento alla sentenza di qualche giorno fa: nella canzone Benigni impersona Berlusconi che vuol comprare tutto e tutti pur di conservare il potere, in un crescendo paradossale e inquietante. Così si arriva alla lettura di Dante, tocca al canto del Conte Ugolino. Benigni sottolinea il cambiamento di registro nella parte riservata alla lettura dantesca ma è evidente che c’è una continuità sostanziale sopratutto con il canto che si andava leggendo: anche Dante parla da par suo dei suoi contemporanei, dei potenti di allora addirittura di viventi la cui anima però era già dannata, inveisce con vigore e senza paura contro i suoi contemporanei, contro intere città e comunità. E che tutto ciò avvenga davanti a Santa Croce dove riposano dei personaggi eminenti della nostra storia recente rende tutta la rappresentazione un unicum irripetibile ed emozionante in cui commedia umana antica e recente e commedia divina si intrecciano indissolubilmente.

Mentre pensavo a ciò vedo che accanto a me due ragazze avevano sottomano un testo scolastico e che prendevano appunti a matita chiosando i singoli versi. Erano due sorelle che avevano acquistato l’abbonamento e che avevano seguito tutti gli spettacoli. Mi guardo meglio intorno e noto con piacere che il pubblico non è tutto di pensionati ricchi e nullafacenti ma anche di giovani, di ragazzi e ragazze, di quarantenni che parlavano di lavoro. Tutto lo staff era costituito da giovani.

Ultima riflessione sulla serata. Lo spettacolo è come se avesse scavato lentamente nella mia memoria: ciò che  mi smembrava irrimediabilmente dimenticato dei miei studi liceali è gradualmente riemerso nel ricordo di qualche frammento di verso, nella ricostruzione di qualche particolare della storia. Fosse che la cultura è ciò che rimane quando si è dimenticato tutto?

Questa mattina leggo che secondo Saccomanni  ci sono segni che si sta uscendo dalla recessione.

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