Coincidenze

In un blog di racconti e riflessioni non può mancare il racconto di quanto mi è capitato ieri.

A volte, ma sempre più spesso se tengo la mia attenzione vigile e il mio cuore aperto, mi sembra che la vita sia governata da una intelligenza che va oltre il caso, che le coincidenze parlino con una loro forza. Chissà, forse siamo proprio noi a dare significato e senso ai piccoli fatti della vita.

Ieri mattina ero al Gemelli per ritirare un referto di un esame istologico. Dovendola ricevere direttamente dal chirurgo che mi aveva operato, ho dovuto attendere insieme ad un centinaio di altri pazienti in un grande spazio attrezzato con sedili disposti come nei box d’attesa per l’imbarco in aeroporto, un luogo dove tutti hanno in mano un pezzetto di carta con il proprio numero e ad ogni ding dong guardano il cartello luminoso con l’indicazione della sala operatoria dove andare.

Per fortuna riconosco nella folla che aspetta in piedi un volto amico, un pensionato della scuola come me, un ispettore di quelli che hanno smosso le acque, che hanno innovato e aiutato le scuole a crescere. Così l’attesa è stata piacevole e ricca di idee, ricordi, battute. Anche lui alle prese con il decadimento della vecchiaia che comincia con la pelle, non solo le rughe ma anche quelle macchie e quei bozzetti che potrebbero essere fatali.

Ma non parliamo di questo, parliamo di scuola, di riforma, di giovani. Una specie di amarcord centrato sulla lingua, sull’impoverimento progressivo dell’italiano usato dai giornalisti, dai massmedia, sulle mutazioni radicali indotte dalla diffusione capillare di queste scatolette verso cui tutti stiamo reclinati sia quando stiamo seduti in una sala d’aspetto sia quando attraversiamo la strada sia quando stiamo a tavola in famiglia.

Ti ricordi quando leggevamo le riviste di pedagogia, ti ricordi quando c’era Rinascita o Riforma della Scuola, ti ricordi Scuola e Città? e il Regno dei dehoniani di Bologna o i Quaderni Piacentini … Mentre, presi dalla nostalgia e dallo sconforto per vedere che tanti sogni giovanili non hanno funzionato, mentre eravamo arrivati a discettare sulla relazione tra povertà linguistica, povertà culturale e la nascita e il consolidamento dei pregiudizi, mi arriva un sms della mia amica Anna che mi segnala un articolo dal titolo ‘Così educata, non sembra proprio zingara’ – Corriere delle Migrazioni – http://www.corrieredellemigrazioni.it/2013/12/16/cosi-educata-non-sembra-proprio-zingara/. Leggilo, è istruttivo e ben scritto, mi scrive Anna. Potenza della tecnica mi collego e leggo insieme al mio amico l’articolo, quasi un caso di telepatia, la storia che vi si raccontava centrava la questione su cui stavamo chiacchierando. Nel racconto l’autore mostra come i pregiudizi si fondino su l’aspetto esteriore, il look ma che alla fine è la parola è la lingua che marcano più profondamente le differenze e le appartenenze.

Sai io scrivo sul mio blog anche per tener in esercizio il cervello perché vedo che le parole stanno evaporando e come diceva la Montalcini il cervello è l’unico organo che non si deteriora se è usato. Non me ne parlare caro Raimondo, che rabbia quando ci sono parole, nomi che sto dimenticando.

Torniamo a parlar di scuola, della riforma renziana e condividiamo lo stesso scetticismo e la stessa voglia di immaginare una scuola radicalmente diversa da quella attuale così inquadrata in plotoni, squadre, orari, in spazi angusti e segreganti, che accende poco la fantasia e la voglia di crescere dei giovani. Ma ormai siamo fuori, time out.

Ding dong, arriva il mio turno e due giovani specializzandi mi danno il referto per fortuna negativo, cioè positivo. Mi spiega che la cosa che mi hanno tolto non è maligna … quindi è benigna … il giovane dottore capisce che benigno non è l’aggettivo più appropriato ma non ne trova uno migliore … ci ridiamo su  ma forse il medico dominava meglio l’inglese che l’italiano … avrebbe dovuto dire forse innocua?

Esco più leggero e rapidamente vado e prendere l’autobus. Si fa avanti un signore distinto, ben vestito e con in mano delle monetine mi chiede se avevo una moneta da un euro, volentieri, aspetti che cerco in tasca, pensando che volesse cambiare le monetine in una moneta che andasse bene per qualche macchinetta. Trovo l’euro e glielo do, lo afferra e si gira come se avesse fretta, scusi, ma io voglio le monetine, mi ha chiesto di cambiare! no, le ho chiesto un euro perché sono in difficoltà … va bene va bene, come non detto, se lo tenga, sono proprio uno stupido, ho pensato. Due passi più in là una giovanetta con le gonne lunghe e la pelle olivastra chiedeva l’elemosina seduta sugli scalini … la vita mi aveva messo subito alla prova, pregiudizi, messaggi verbali ambigui e contesto, si era riprodotta la storia raccontata nell’articolo segnalato da Anna.

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