Presunzione e indolenza

Non mi intendo di calcio, non ho mai messo piede in uno stadio, ma sono tra coloro che per un falso sentimento pratriottardo si tengono informati sui mondiali.

Balotelli

Ascoltando i commenti sulla recente esclusione dai mondiali del Brasile, ascoltando le battute alla posta o al mercato, assistendo ai talk show finalizzati ad alimentare sentimenti accesi e infiammati mi sono chiesto: ma chi siamo noi per pretendere una posto d’onore nella classifica mondiale? Con quale presunzione pensiamo che gli ascolti televisivi delle sgambate delle squadre più blasonate del nostro campionato piene zeppe di stranieri ultrapagati siano un indice di qualità del calcio nostrano, del calcio giocato dai figli della nostra terra?

Ci stiamo dimenticando che il mondo del calcio è uno dei bubboni più purulenti della nostra società in cui bande di sbandati violenti e inconcludenti occupano come una droga pomeriggi, serate, mattinate, conciliaboli, frizzi e lazzi sul luogo di lavoro. Abbiamo dimenticato le violenze verbali e fisiche, i morti e feriti, le espressioni razziste, le minacce, le scommesse clandestine, gli affari milionari nelle televisioni, le vite milionarie di bamboccioni viziati a cui si prostrano vergini vogliose e manager in cerca di affari?

La colpa è tutta del bamboccione nero, che abbiamo blandito osannato, viziato, esaltato al punto di renderlo fragile e inconcludente, colto forse da ansia da prestazione? La colpa è tutta di Brandelli che non sa fare il suo mestiere, la colpa è dei giovani che non hanno corso abbastanza? La colpa non è mai nostra che in tanti anni abbiamo coltivato e tollerato questo bubbone rendendolo quasi una celebrazione rituale del potere.

Ho detto che non ho mai messo piede in uno stadio … non è vero. Mi è capitato di entrare nella zona VIP dello stadio olimpico di Roma. Ero preside di un alberghiero e fummo chiamati a collaborare al servizio di accoglienza della zona VIP e dei giornalisti di una finale della Champions League. Fu un’esperienza incredibile sia per noi adulti sia per i ragazzi: ci confrontammo con un’organizzazione internazionale, mi pare fosse olandese, con le sue regole e i suoi ritmi. Alla fine di quella nottata i ragazzi avevano le ossa rotte, avevano saggiato la durezza del lavoro in un contesto competitivo. Ma erano felici.

Io come preside ebbi un passi che mi permise di entrare nella zona VIP, nel bar e nelle cucine, così provai l’ebrezza di vedere scattare davanti a me i vari addetti alla sorveglianza che alla vista del codice ben visibile sulla mia tessera appesa al collo mi trattavano, appunto, da VIP. Lì vidi l’arrivo del re di Spagna, riconobbi tanti volti famosi, ammirai tante signorine da capogiro, notai tante divise potenti e infine mi trovai a pochi passi dal presidente Berlusconi che con sicurezza e leggera noia solcò con il suo corteo di guardie del corpo gli eleganti locali della zona VIP e si affacciò direttamente sullo stadio gremito e vociante. Al suo ingresso la plebe nella cavea trattenne il respiro come se fosse entrato l’imperatore al Colosseo. Non vidi la partita, feci un giro per parlare con i miei studenti, confabulai con i miei docenti, assaggiai qualcosa e me ne tornai a casa frastornato da quel rito che celebrava l’incontro della plebe con il potere, i suoi simboli all’insegna della scontro intorno a una palla di cuoio.

Tornando ai nostri giorni quanto accaduto ha molto a che fare con la nostra realtà politica e sociale. Forse un eccesso di presunzione circa le nostre possibilità, una certa indolenza nel contrastare la sorte e gli avversari sono alla base dello stallo in cui ci troviamo, dell’incapacità di ripartire e di riaccendere i motori?

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