Riaccendere i motori 3

Chi segue questo blog e si è un po’ dilungato a percorrerne i rimandi tra i vari post apparentemente eterogenei avrà capito che il filo rosso delle mie preoccupazioni è la comprensione della crisi economica e sociale in cui siamo immersi.  Parlo di scuola lo stretto necessario perché ne sono tuttora profondamente coinvolto ma mi vado convincendo che molte spiegazioni delle nostre difficoltà siano legate a quel mondo.

Nel libro di Rocca di cui ho parlato si trova un chiaro riferimento alla centralità della scuola come innesco indispensabile per far ripartire il motore.

Cito l’intero capitolo dedicato alla scuola, peraltro spesso citata,  sperando di non violare alcun diritto di autore, ma il testo nella sua integrità è troppo importante per chi opera nella scuola.

Anche a scuola, Nord contro Sud. L’istruzione, il mondo della scuola, è tra i settori a più alta intensità di capitale umano. La scuola è fatta di persone che «producono» persone: forniscono loro competenze, ma ne influenzano in profondità anche la formazione del carattere, il quadro di quelli che saranno i loro valori di riferimento per tutta la vita. I giovani italiani trascorrono a scuola più di metà delle loro giornate. E forse banale sottolinearlo, ma gli insegnanti non rappresentano soltanto dei serbatoi di conoscenze; sono degli esempi, dei modelli di comportamento, come il maestro Perboni e la maestrina dalla penna rossa di Cuore.

Sotto questo profilo, il semplice sospetto di comportamenti non corretti è doppiamente grave nella scuola, rispetto a quanto non lo sia in altre realtà. A esserne inficiata, infatti, non è soltanto la produttività di una certa impresa (di un certo istituto) che opera nel settore dell’educazione, ma anche un orizzonte di valori che sono quelli trasmessi all’alunno, in un contesto di particolare rilevanza e ammantato di un aura di autorità paragonabile soltanto a quella della famiglia. Nei casi di famiglie con difficoltà, poi, la scuola è spesso l’unica ancora di normalità per i ragazzi: chi vive situazioni difficili in casa ha il diritto di trovare nella scuola un punto di riferimento positivo.

Per questo motivo, i dati sull’assenteismo dei docenti nella scuola sono particolarmente significativi e preoccupanti. Essi rivelano diverse problematiche:

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* Dati riferiti all’anno scolastico 2009/2010. Media semplice del numero di giorni di assenze prò capite dei docenti nei quattro livelli di istruzione scolastica statale (primaria, elementare, media inferiore e superiore).
Fonte: Secondo Rapporto Tuttoscuola, Roma, L’Editoriale Tuttoscuola, 2011.
 
  • la percezione che gli stessi docenti hanno della loro attività;
  • il rigore e la produttività dell’insegnamento;
  • la rappresentazione del mondo che la scuola trasmette agli allievi.

Quanto ai tassi di assenza per malattia, la scuola italiana registra, nei quattro livelli di istruzione statale (primaria, elementare, media inferiore e media superiore), una certa differenza, fra docenti del Sud e del Nord. In Piemonte e Lombardia un docente si assenta dal lavoro in media meno di sei giorni l’anno. In Calabria dodici. La Calabria a sua volta appare significativamente distante dalle altre Regioni meridionali: in Sicilia, ad esempio, i giorni di assenza dal lavoro sono sette l’anno.

Nella Tradizione civica nelle regioni italiane(Milano, Mondadori, 1993), un testo che fece epoca, appartenente a quel particolare genere letterario che sono le «letture» dell’Italia provenienti dall’estero, il sociologo Robert Putnam sostenne che nel nostro Paese non servivano solo politiche pubbliche volte a costruire «il capitale fisico», ma anche «il capitale sociale, cioè un tessuto e delle regole di impegno civile».

Il capitale sociale è composto da dotazioni di fiducia, da norme regolanti la convivenza civile e da reti di associazionismo civico. Si tratta di aspetti che spesso e volentieri sfuggono ali analisi e che è difficile «ingabbiare» in un quadro di riferimento preciso. Il capitale sociale è un concetto malleabile, che troppo spesso viene piegato da una parte e dall’altra.

Nondimeno, se in Calabria i giorni di assenza pro capite per insegnante sono tre volte quelli del Piemonte, nonostante il clima sia verosimilmente più salubre e meno rigido, il problema riguarda il «capitale sociale». Il sistema è retto da norme che sono essenzialmente le stesse. La struttura istituzionale (l’articolazione della burocrazia educativa sul territorio) è perfettamente sovrapponibile. Cambiano le norme di comportamento, cambia ciò che viene considerato «accettabile» sul piano sociale; cambia insomma la cultura.

Queste parole non vanno prese come una lettura «moralista», da parte di una persona del Nord, di quanto avviene nelle scuole del Sud. Come attestano diversi lavori di ricerca (la rilevazione nazionale dell’INVALSIma anche alcuni studi della Banca d’Italia), vi sono significativi divari tra le regioni italiane. Per le materie tipicamente oggetto di valutazione (comprensione del testo, matematica e scienze), i giovani meridionali ottengono nei ranking posizioni nettamente inferiori a quelle degli studenti del Nord. Secondo la Banca d’Italia, in tutti gli ambiti d’indagine dei test PISA(condotti dall’OCSE sugli studenti delle scuole superiori) “i quindicenni del Mezzogiorno riportano un punteggio medio inferiore del 20% rispetto a quelli di pari età del Nord, dove invece i risultati si avvicinano a quelli dei Paesi migliori”.

Non c’è una corrispondenza perfetta tra performance degli studenti, in quanto percettori di conoscenze, e dati sull’assenteismo. Nei test PISA, per esempio, gli studenti dell’Italia centrale hanno una performance leggermente inferiore alla media italiana, mentre è l’assenteismo dei docenti, in quelle regioni, a essere inferiore alla media.

Nondimeno, le assenze per malattia degli insegnanti sono maggiori in regioni nelle quali la qualità dei servizi offerti dalle scuole dell’obbligo è inferiore. Questo, in parte, è correlato alle assenze in sé: un numero superiore di giorni di assenza significa meno continuità formativa, quindi maggiori difficoltà nel completare i programmi e una peggiore trasmissione delle conoscenze ai ragazzi. Ma l’alto livello di assenteismo, in una scuola come in una fabbrica, è preoccupante soprattutto per quanto mette in evidenza: lo scarso interesse dei docenti per il lavoro che svolgono, la percezione che esso non abbia grande valore. Analisi, libri e film sulla scuola italiana nel Meridione ci hanno dato più volte l’impressione di una scommessa persa. Questo per ragioni di carattere culturale: per la svalutazione di una funzione, quella della scuola dell’obbligo, e di un mestiere, quello delTinsegnante.

Il tasso di assenteismo non è certamente l’unico indicatore significativo, ma quanto emerge da questo grafico è importante e preoccupante. Tanto più che, proprio perché siamo di fronte a una questione culturale, la terapia è necessariamente complessa. Probabilmente non basta agire sul sistema di incentivi (aumentando, per esempio, le remunerazioni degli insegnanti) e persino un sistema di valutazione più stringente difficilmente può rivelarsi una bacchetta magica.

Le divisioni, profonde, del nostro Paese raccontano problemi culturali complessi e allo stesso modo non presentano soluzioni semplici. Non è possibile immaginare una politica per l’industria italiana senza tenerne conto. Sono fattori endogeni in grado di determinare il successo o l’insuccesso di tale politica.

Gianfelice Rocca Riaccendere i motori. Innovazione, merito ordinario, rinascita italiana. Venezia, Marsilio.  2014

Questo testo lo trovo particolarmente intonato con le riflessioni che facevo sui mondiali e su Renzi: quanto conta il sistema valoriale, le abitudini, la cultura della popolazione che decide di intraprendere, di lavorare, di produrre, di collaborare, di competere?

La scuola è decisiva per la costituzione di un contesto dinamico capace di competere: la BCE può inondare di euro le banche europee ma se chi è in grado di restituire i prestiti non li chiede e si fa avanti solo chi è incapace, il motore non parte. Non parte nemmeno se sono inondati di euro i consumatori, aumenterebbero solo le importazioni.

 

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