Opportunità da cogliere

In questi giorni, sette anni fa, avevo appuntamento con la preside alla quale succedevo e cominciava la mia avventura da DS dopo che quella nell’Invalsi aveva avuto termine in modo deludente. Ripenso con nostalgia a quel momento carico di progetti e di speranze e alla bella esperienza di lavoro che è così iniziata. Leggo su FB con quale trepidazione e preoccupazione altri colleghi ora si accingono a prendersi in carico l’ufficio di dirigente di un istituto scolastico in un momento certamente più difficile e gravoso. Con molto affetto e comprensione formulo i migliori auguri.

Alcuni si chiedono se saranno veramente all’altezza del compito, se potranno eventualmente tornare indietro all’insegnamento, si chiedono se stanno per assaggiare un frutto avvelenato. Penso che coloro che incominciano con questo dubbio, con questa disposizione d’animo umile ed attenta non potranno  che far bene perché saranno disposti ad imparare, a collaborare con i docenti di cui continuano a condividere l’attenzione e l’amore per l’insegnamento.

In effetti è legittimo che si possa tornare indietro, recedere, capire che non si è tagliati per quella funzione, che ci si senta deboli ed inadeguati e che si possa tornare all’insegnamento o a lavori diversi meno impegnativi e quindi meno retribuiti. Il luminoso esempio di Benedetto ha aperto la strada della rispettabilità di coloro che confessano di non avere le forze per far fronte a un compito gravoso.

Ma molto dobbiamo anche alla tanto vituperata e disprezzata Fornero alla quale dovremmo forse erigere un monumento.

Durante i miei quattro anni da dirigente scolastico, la rete delle scuole statali subì una radicale ristrutturazione finalizzata al dimensionamento degli istituti scolastici, alla riduzione degli organici  delle docenze, delle dirigenze e dei non docenti. (per inciso val la pena di ricordare che la spending review è stata già fatta nella scuola!). La mia scuola, molto piccola, accorpò un pezzo di un’altra molto corposo e importante per cui a partire dal secondo anno dirigevo un istituto ad alta complessità. Ebbi per questo un incremento di stipendio (scusate il mio linguaggio approssimativo ma mi sto liberando progressivamente dei termini specifici che non uso più, il problema è che dimentico anche i nomi delle persone e delle cose comuni).  Dicevo che ebbi, a causa di questa ristrutturazione, circa 300 euro di indennità aggiuntiva al mese. (in realtà ebbi tale il beneficio con un anno di ritardo, senza arretrati, perché la formalizzazione del relativo contratto sindacale regionale era in ritardo rispetto alle decisioni sul dimensionamento). Nel contempo una collega più anziana di me, che faceva la preside da almeno vent’anni, si vide la propria scuola ristrutturata, assorbita da un’altra dirigente più giovane. La collega ebbe una nuova scuola più piccola a bassa complessità per la quale il salario accessorio era esiguo subendo una decurtazione effettiva di quasi 300 euro mensili. Nulla di gravissimo, visto che nella scuola più piccola si poteva lavorare di meno, se non che tale decurtazione si proiettava sul calcolo della pensione e quindi si traduceva in una perdita secca gravissima, tale da giustificare una azione giudiziaria della malcapitata contro gli organi che avevano disposto la cosa.

Perché racconto questa storia? perché con il sistema introdotto da Fornero e cioè con un calcolo della pensione che tiene conto solo dei versamenti realmente effettuati, eventuali variazioni negative della paga verso la fine della carriera non avrebbero avuto effetti perversi gravi sull’intero periodo del pensionamento.

Cito il mio caso: quando chiesi di andare in pensione avevo 44 anni di contribuzione, la legge allora in vigore varata del governo Prodi prevedeva che ogni anno di servizio maturasse il 2% cumulabile fino a un massimo dell’80% … di che? dell’ultimo stipendio, o meglio della media degli stipendi degli ultimi 10 anni. Cioè dopo il 40-simo anno di contribuzione la percentuale non era più incrementabile e quindi ciò che si versava andava a fondo perduto se lo stipendio percepito non aumentava. Quindi in un regime che aveva bloccato la contrattazione sindacale e quindi gli stipendi, era razionale andare in pensione non appena si maturavano i fatidici 40 anni e si faceva di tutto per migliorare il proprio stipendio in tutti i modi per lucrare una valorizzazione dell’ultimo stipendio che si proiettava su tutto il periodo del pensionamento.

Uno dei caratteri positivi della legge Fornero, o meglio del sistema contributivo, è che non è più vitale avere un profilo stipendiale sempre in crescita ma sono possibili anche dei profili che possono prevedere dei periodi buoni cui seguono dei periodi meno ricchi, ma tutto fa brodo. Ciò che accadrà in futuro è che ai 55-enni che hanno raggiunto livelli troppo alti di stipendio che non corrispondono alla loro produttività non si proponga lo scivolo e il licenziamento più o meno forzoso ma posizioni meno redditizie e meno impegnative senza che ciò intacchi il montante pensionistico già maturato. Non è un prospettiva allettante ma tutto fa pensare che debba essere la scelta necessaria se si vuole mantenere in piedi un sistema produttivo e si vuole evitare una sistematica espulsione dal sistema del personale con più esperienza. 

Torno a parlare di pensioni sia perché riflettevo sui tentennamenti di coloro che intraprendendo un mestiere nuovo, molto impegnativo vorrebbero eventualmente poter tornare indietro senza gravi danni, sia perché in questi giorni è ripresa la tiritera di coloro che pensano di salvare la situazione prelevando qualcosa dalle pensioni, più o meno d’oro. Come una volta si faceva con le sigarette o la benzina.

Giornalisti superficiali e piuttosto ignoranti insistono nel far credere che l’INPS sia finanziata dallo Stato con le tasse, nulla di più falso. L’INPS si regge sulle contribuzioni di tutti coloro che percepiscono un reddito da lavoro, lo Stato finanzia le integrazioni al minimo cioè quanto viene erogato a chi ha diritto alla pensione minima pur non avendo effettuato versamenti sufficienti, contribuisce alla spesa sociale delle indennità di disoccupazione, alla cassa integrazione etc. Ovviamente lo Stato paga i contributi per i propri dipendenti … Si insinua in alcuni discorsi dei giornalisti televisivi, nelle chiacchiere al bar la domanda fatale: ma se lo Stato paga pensioni così alte a tanti vecchiacci non potrebbe pagare anche un salario minimo garantito anche ai giovani?

E’ ora che noi vecchi, senza tanti infingimenti, ricordiamo ai giovani che ci riprendiamo quanto abbiamo dato a suo tempo o quanto non abbiamo preso per avere un reddito differito. C’è stato un tempo in cui mi veniva spiegato che un professionista o un commerciante o un artista guadagnava molto di più di me, che ero un dipendente statale perché io avrei avuto una pensione e lui non l’avrebbe avuta. Ed ora che quell’artista ha accumulato milioni di euro, ora che quel commerciante con ville e conti in svizzera recrimina sulla mia pensione dicendo che è troppo alta rispetto al livello medio degli stipendi dei giovani, dico che sono d’accordo, bisogna tassare di più i lavelli di reddito alto, sia il mio sia quello del comico che ha accumulato milioni e una misera pensione, tutti uguali ma tutti i più ricchi devono pagare di più.

Peraltro va aggiunto che noi con le pensioni alte abbiamo già dato: da quattro anni le nostre pensioni non vengono rivalutate al costo della vita. Considerando che l’inflazione reale ammonta a circa il 2% annuo significa che la mia pensione ha già perso l’8% di potere di acquisto, o se preferite. visto che quel 2% l’ho maturato con un anno di lavoro, ho perso 4 anni di anzianità contributiva. Ho contribuito per 44 anni ma è come se avessi lavorato 40 – 4 anni cioè qualcuno ha deciso che ho lavorato e contribuito per 36 anni. Per carità non mi lamento, mi considero un fortunato ma almeno i puntini sugli i si possono mettere?

Finisco queste considerazioni mattiniere (mi ci sono svegliato) con un’ultima riflessione.

I cosiddetti esperti renziani al governo si rendono conto di quale danno economico provocano con la politica degli annunci per cui tutti i pensionati con più di 1800 euro di pensione temono che ci potranno essere nuovi prelievi, altre penalizzazioni la cui entità non è determinata? L’annuncio terroristico smentito poco dopo provoca nella popolazione quel raggelamento della propria capacità di spesa e di intrapresa che ha un impatto mille volte più negativo della debolissima spinta degli 80 euro che sono stati una fresca rugiada su un campo rinsecchito.

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