Ogni tanto una buona notizia. Ieri gli inglesi hanno votato, oggi hanno un nuovo governo, questo farebbe la felicità di tutti coloro che in Italia invocano un sistema elettorale che garantisca una maggioranza ampia per un governo stabile da formare in poche ore senza i bizantinismi delle consultazioni del Quirinale. Questa è la promessa implicita nella proposta di riforma costituzionale del premier eletto direttamente dal popolo. Vorrei però mettere in guardia i miei lettori dall’illusione ottica di una facile esportazione del sistema inglese qui da noi.

Intanto l’Inghilterra è un’antica monarchia che ha superato nel sangue rivoluzioni, ribellioni, attacchi esterni, guerre, una società ancora in parte feudale in cui il parlamento per cui si vota si chiama Camera dei comuni per dire che rappresenta la gente comune mentre nell’altra Camera quella dei lord ci sono i signori per diritto di nascita. Il sistema elettorale costituisce anch’esso un retaggio antico consolidato nel tempo con collegi elettorali in cui l’insediamento dei candidati è molto forte: nessuno si meraviglia se in ogni collegio vince il candidato che ha un voto in più degli altri concorrenti. Se un partito avesse un consenso del 30 o 35 % ben distribuito uniformemente ovunque potrebbe ottenere la vittoria in tutti i collegi conquistando il 100% dei seggi nella camera dei comuni. Sarebbe un caso limite ma l’esempio fa capire come l’esito dipenda da come il consenso è distribuito sul territorio e dal radicamento dei candidati nelle singole realtà locali. Può succedere che se un partito ha una consistenza forte a livello regionale (ad esempio gli scozzesi) possa avere il monopolio dei seggi della propria regione a scapito dei partiti nazionali. E’ il caso della Lega nelle elezioni politiche italiane.

Dalla figura emerge chiaramente come nel sistema uninominale secco sia stato possibile che il Labour party con solo il 33,7% di voti abbia ottenuto 412 seggi su 650 cioè il 63% dei seggi.
Allora, perché non adottiamo anche noi il sistema elettorale inglese se vogliamo velocità, stabilità e durata? Il problema per la proposta Meloni è che se si vuole mettere ai voti a livello nazionale il nome del futuro primo ministro (cosa che non accade nel modello inglese), tenendo conto dell’attuale frammentazione delle forze politiche, i candidati devono raccogliere una coalizione di forze diverse come accade ora per i sindaci nei comuni e per i presidenti di regione. Se il candidato premier non arriva a superare la soglia del 50%, cosa certa nell’attuale frammentazione sociopolitica italiana, il problema è come computare i seggi da assegnare alle forze a lui (o lei) favorevoli in modo che il premier eletto abbia la maggioranza in parlamento e possa governare? Ciò accede se non si vuole andare al ballottaggio come accade per i comuni grandi, ma i ballottaggi aggregano le forze contro un comune nemico e allora la certezza di Meloni di vincere si incrinerebbe (v. il caso della Francia).
L’attuale legge elettorale italiana che è un mix tra maggioritario e proporzionale consente che una coalizione bene organizzata e ben distribuita, anche se non ottiene maggioranza assoluta dei voti, possa avere un numero di seggi che supera il 50%. E’ il caso del governo Meloni dell’attuale legislatura con il Rosatellum. Ma che succede se i candidati premier sono troppi e i voti si disperdono per cui il candidato premier più votato arriva solo al 30%? Lui (o lei) diventa primo ministro ma i partiti della sua coalizione dovrebbero ottenere almeno il 20% dei seggi come premio di maggioranza per poter governare in Parlamento.
Insomma il modello inglese ci interroga sulla praticabilità effettiva dell’ipotesi meloniana del premierato forte. E’ brutto citare se stessi ma lo faccio per semplicità traendo questo brano da un post precedente
La fretta con cui è stato approvato il premierato evita di affrontare la questione della legge elettorale, tutto dipende da come il popolo sceglie il capo. Se bastasse un voto in più, come accade per la scelta del sindaco nei piccoli comuni, l’attuale situazione rilevata dalle elezioni europee fotografa una disgregazione dell’elettorato in piccole formazioni per cui potrebbe vincere un personaggio che raccolga un 15% reale (l’attuale 30% di votanti effettivi). Un outsider come Vannacci ben appoggiato da media e social potrebbe scalzare una leader politica come la Meloni che pure ha dietro di sé un partito ma che attualmente riesce a convincere solo il 13% effettivo dell’elettorato potenziale. Ma così non sarà perché dovranno prevedere una legge maggioritaria cioè una legge che consenta di creare una maggioranza parlamentare anche se il candidato premier e la coalizione che lo appoggia non raggiunge il 50% (come accade ora con l’attuale legge elettorale). Potrebbero riproporre una specie di legge Acerbo che consentì il trionfo di Mussolini, legge che regalava seggi sufficienti a raggiungere i 2/3 del parlamento alla prima lista che superava la soglia del 25% dei votanti. Mussolini fece un listone che raggiunse di suo il 60% e quindi non lucrò il vantaggio della legge Acerbo ma successivamente pensò bene di cambiare le regole elettorali prevedendo un plebiscito a favore solo del partito fascista.
Spero di non aver confuso troppo le idee del mio lettore. Concludo comunque esprimendo la mia soddisfazione per il risultato inglese che ci ha liberato da una classe politica che ha danneggiato l’amata Inghilterra e l’Europa. Keir Starmer, per noi volto del tutto nuovo, ci induce a sperare come anche domani speriamo che la desistenza riesca sbarrare la strada alla marcia trionfa di Bardella. E poi speriamo che Biden si dimetta.
Categorie:Politica
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