Questa serie di post sulle elezioni celebrate quasi contemporaneamente in molti paesi sono motivate dall’esigenza di capire cosa sta succedendo alle democrazie occidentali, soprattutto alla nostra. Noi, dopo la vittoria della destra (grazie alla legge elettorale maggioritaria) siamo ora in presenza di una proposta di riforma costituzionale, della forma dello Stato, che accentrerebbe il potere su una persona, uno o una leader, eletta direttamente dal popolo. Le modalità dell’elezione non sono affatto chiare, o meglio mi pare che la destra sia fortemente orientata ad un turno unico e che quindi il nuovo capo del governo sarebbe eletto anche con la maggioranza relativa, un voto in più degli altri candidati come ora accade per i comuni molto piccoli.

Le cronache di questi giorni ci mostrano che gli esiti finali dipendono molto dalle regole della legge elettorale. In poche settimane abbiamo visto cosa si ottiene con una legge proporzionale (frammentazione forte e dispersione di voti nei partitini che non superano la soglia) e quale sia l’effetto di un uninominale secco come quello inglese o di un doppio turno alla francese.
Nel caso del parlamento europeo, l’esistenza di famiglie politiche che nel tempo hanno consolidato i rapporti reciproci e messo a punto programmi per una politica europea comune, ha fatto sì che la varietà delle realtà dei 27 paesi membri sia riassumibile in grandi gruppi parlamentari che a posteriori costruiscono una maggioranza in grado di approvare la formazione di una commissione ‘tecnico-politica’ che rimane in carica per tutta la legislatura. Il vero potere è in mano al consiglio dei capi si stato e di governo che decide all’unanimità. Ma l’UE non è uno Stato, ad esempio non può dichiarare guerra, quindi il proporzionale, che meglio riproduce le posizioni dei cittadini votanti, si presta bene nel caso delle elezioni europee perché gli organi eletti hanno un potere limitato da contropoteri comunque di derivazione democratica.
Nel caso francese, pur essendo tutto accaduto in pochissimo tempo dopo l’allarme lanciato dai risultati proporzionali delle elezioni europee, la legge elettorale ha prodotto un esito apparentemente imprevisto del tutto diverso da ciò che la destra lepenista proclamava come certo e giusto. La sinistra, che aveva in questi anni di macronismo penato a sopravvivere tra litigi e divisioni, di fonte al pericolo fascista ha fatto fronte comune e tramite la desistenza ha impedito che il 30% della Le Pen diventasse una maggioranza assoluta in parlamento, cosa possibilissima con il loro sistema elettorale.
Poco conta che ora la formazione del governo francese sia difficile sta di fatto che il sistema elettorale francese è capace di amplificare e formalizzare cambiamenti politici anche repentini. Un parlamento senza maggioranza precostituita è certamente fonte di instabilità e incertezze ma è anche la palestra in cui si parla e si discute e in cui il dialogo democratico potrebbe risolvere quei problemi che l’approccio autoritario o autorevole alla Macron ha lasciato che il clima si avvelenasse senza sbocchi positivi.
La situazione francese attuale somiglia di più a quella tipica italiana con un presidente della repubblica indebolito e impegnato a ricomporre i cocci delle divisioni tra opposte fazioni. Mi ha colpito molto, ascoltando le cronache di queste elezioni francesi, apprendere che anche la loro destra estrema come quella italiana è affetta da familismo e da appoggi finanziari forse inconfessabili. Ballorè, che ormai è più visibilmente schierato con la destra, somiglia molto a ciò che è stato negli ultimi trent’anni per noi Berlusconi, ma Berlusconi ha avuto il merito di costruire un’alleanza che aveva un perno nel centro moderato e comprendeva un fronte eterogeneo in cui la Meloni è cresciuta conservando un baricentro di centro destra e assumendo il ruolo di erede del barone di Arcore. La Le pen sembra del tutto isolata e con il suo 30%, forse massimo storico, non potrà andare da nessuna parte se non apre la sua politica a forze della destra liberale come i gollisti.
Ora la situazione può degenerare poiché le frustrazioni a destra e probabilmente a sinistra potrebbero avere delle ripercussioni nelle piazza come abbiamo visto in questi anni.
Categorie:Politica
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Ok Raimondo, condivido l’analisi. Se Meloni tiene duro e spinge Salvini all’estrema destra, a far compagnia alla Le Pen, il suo diventa un partito conservatore liberal-democratico. Una destra democratica e costituzionale sarebbe una buona notizia, e magari favorirebbe una analoga operazione a sinistra, dove per me si deve riscoprire il riformismo, respingendo pulsioni malanchoniane e ambiguità contiane…Un saluto da Orazio
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