Sapevamo che la stagione delle elezioni in giro per il mondo avrebbe portato qualche novità destabilizzante, in Europa eravamo rassegnati all’idea che ci sarebbe stato uno spostamento a destra ed eravamo convinti che il modello della coalizione Meloni sarebbe stato vincente a livello continentale. Le cose non sono andate così, se ci fidiamo solo dei tassi di crescita e non contiamo i voti assoluti possiamo nutrire attese o paure che saranno smentite dai fatti.

La mia attenzione in queste settimane è stata attirata dagli Stati Uniti in cui la campagna elettorale, molto diversa da quelle nostrane, ci porterà nel giro di pochi mesi a una situazione inedita che alimenta speranze e paure anche in noi europei.
Cinque sono i fatti che hanno segnato queste settimane:
- il fallito attentato a Trump,
- la nomina del vice Vance,
- il lancio del movimento trumpiano ritagliato sulla figura di un solo capo,
- la rinuncia di Biden alla corsa alla Casa Bianca,
- l’irruzione della Harris.

La resistenza di Biden ma anche la sua manifesta debolezza personale, unita all’unzione divina dello scampato attentato, ha consentito al trumpismo di manifestare più chiaramente la sua natura antidemocratica, razzista e violenta. Oramai, dato per vincitore, Donald ha promesso il pugno duro per realizzare la più grande deportazione della storia, per ripulire il paese da coloro che inquinano la purezza del sangue e minano le certezze delle religioni cristiane occidentali. Non so dire se e come le parole d’ordine di Trump siano arrivate alla totalità dei cittadini americani, certamente io le ho percepite come l’avvisaglia di un terremoto catastrofico per la società americana, per l’Occidente e per il mondo intero.

L’irruzione sulla scena del vice J.D. Vance, un giovane che ha l’eta di mio figlio e che promette di dare continuità al trumpismo per alcune decadi, mi ha incuriosito e mi sono precipitato a cercare su Netflix il film Elegia americana che narra la sua vita sulla base della sua autobiografia omonima di grande successo. L’avevo già visto ma confesso che non mi aveva particolarmente colpito e ne ricordavo solo alcuni attori, la nonna, lui, la madre drogata. Rivederlo ora, sapendo che il protagonista stava diventando il protagonista di questo passaggio storico, mi ha reso molto più attento e partecipe. Facile immedesimarsi nel racconto riflettendo sul parallelismo tra quella storia e la mia storia familiare. Le grandi crisi mondiali che abbiamo vissuto e superato, negli stati Uniti hanno lasciato ferite molto più profonde di quelle subite qui in Europa in cui abbiamo goduto della protezione dello stato sociale e della social democrazia. Lì vi era la durezza dello scontro sociale, l’assenza di ammortizzatori se non quelli delle famiglie, seppur disastrate per il crollo dell’istituto matrimoniale. Vance si presenta come vincente grazie ad un impegno ostinato nello studio imposto dalla nonna pistolera e grazie all’incontro con la moglie di origine indiana all’Università. In pochi anni si arricchisce nella finanza e è adottato dall’establishment repubblicano che lo porta al Senato. Una storia vincente che supera le tante frustrazioni giovanili che lasciano però il segno di rancori irrisolti verso coloro che non ce l’hanno fatta e che potrebbero insidiare quanto faticosamente conquistato. E’ in effetti una fedele rappresentazione della violenta difesa di ciò che si ha e che si teme di perdere. Molto simile al leghista ricco del nostro nord che vede nell’immigrato un pericolo per la sua identità e per il suo patrimonio. La stessa frustrazione di chi ha poco ma che teme di perderlo perché gli hanno detto che quelli diversi da noi insidiano le nostre donne, ci affamano e potrebbero ucciderci.
Consiglio la visione del film, a me ha stimolato molte riflessioni utili a capire che cosa sta succedendo negli USA in particolare quel diffuso fondo di frustrazioni che anche in una società mediamente ricca ma che si basa sulla dinamica tra differenze molto forti tra i cittadini, determina il successo del trumpismo e la polarizzazione tra gruppi contrapposti incapaci di dialogare civilmente e costruttivamente come sarebbe necessario in una democrazia compiuta.
Netflix si deve essere accorta di questo mio interesse così tra le visioni consigliate c’era Boyhood, un film bellissimo che racconta 12 anni di vita di un adolescente fino all’iscrizione all’università. La particolarità veramente unica è che il cast degli attori è stato selezionato nel 2002 e le scene sono state girate seguendo la crescita o l’invecchiamento di ogni attore con una particolare attenzione agli eventi politici ed economici nei quali la vita del protagonista evolveva. Ancora una descrizione accurata ed intima della vita americana girata e montata forse senza sapere bene come gli eventi della Storia potevano incombere sui protagonisti. C’è molto da imparare sui ragazzi che crescono, sono molto simili ai nostri ma il contesto è profondamente diverso, meno sicurezze economiche, spostamenti continui seguendo genitori inquieti e instabili, modelli forti e spesso contraddittori cui conformarsi; ad esempio alla festa per il quindicesimo anno d’eta la nonna materna regala una bibbia con il nome del ragazzo stampato in oro mentre il nonno paterno regala il fucile di famiglia e gli insegna a sparare. In questo episodio ho rivisto il trumpismo dell’identità maschilista e fortemente moralista ma nel resto del film si vede l’altra parte dell’America democratica impersonata dalla madre, donna libera ma sfortunata nella scelta dei compagni che per sostenere la crescita dei due figli, un maschio e una femmina, ritorna a studiare quando era già ragazza madre e arriva a insegnare all’università. Il ragazzo ondeggia tra le varie opzioni di una società sempre più polarizzata ma proprio la precarietà economica della sua famiglia lo costringe a lavorare per potersi iscrivere al college, così arriva ai 18 anni abbastanza maturo e determinato pronto a inserirsi in un bel gruppetto di coetanei, altrettanto ricchi di speranze positive. Alla fine del film ho pensato che l’America non ha il volto selvaggio e aggressivo di Trump, ha anche quello determinato e spesso segnato da qualche sofferenza e frustrazione della gioventù che cresce nelle comunità universitarie americane.

Così domenica scorsa siamo arrivati alla rinuncia di Biden. Molti di noi pensavano e pensano che fosse una scelta doverosa per fermare il movimento della destra che Biden ha assunto per senso del dovere con il rammarico di non essere riuscito a completare la sua opera fermando lui l’ascesa di Trump. E’ la frustrazione di noi anziani che scopriamo nella morte dei nostri coetanei e in quella che ci attende la caduta di ogni illusione di poter arrivare alla terra promessa, come accadde a Mosè che dovette vedere dal monte Oreb da lontano la terra che per decine d’anni lui e il suo popolo cercarono vagando nel deserto. Biden nel discorso che annunciava la rinuncia alla corsa ha mostrato il pieno possesso delle sue capacità mentali e l’equilibro di chi ha raggiunto la saggezza, l’esatto contrario della squilibrio sistematico di Donald.
L’aver accettato di essere lasciato indietro ha consentito al suo popolo di riprendere il cammino più spedito così l’America democratica ha ritrovato l’orgoglio di essere rappresentata da una donna di colore di famiglia di recente immigrazione. Con un tempismo che sa di IA, Netflix mi propone il film Anche io dedicato all’indagine giornalista del New York Times che fece scoppiare il movimento Me too contro le molestie sessuali ad opera di maschi di potere ai danni delle donne negli ambienti di lavoro. Kamala Harris non nasce dal nulla ma è l’emblema di quella emancipazione femminile che tanto infastidisce i maschi bianchi frustrati che vorrebbero le femmine costrette all’interno della famiglie a figliare e non femmine gattare sterili e radicali (cito Vance).

Categorie:Politica
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