Una vittoria di Pirro?

Gli effetti della vittoria del NO

La vittoria del “NO” in un referendum costituzionale rappresenta spesso un momento di discontinuità rispetto all’indirizzo perseguito dal governo in carica. Essa può essere interpretata come un segnale chiaro di sfiducia da parte dell’elettorato, con conseguenze rilevanti sia sul piano istituzionale sia su quello politico.

Governo Meloni indebolito

Uno degli effetti immediati è l’indebolimento del governo. La bocciatura di una proposta sostenuta dall’esecutivo mina la sua autorevolezza e la sua capacità di guidare l’azione politica. Anche se il governo rimarrà formalmente in carica, la sua legittimazione risulta ridotta, rendendo più difficile portare avanti le altre riforme costituzionali in programma e mantenere coesa la maggioranza parlamentare.

Dimissioni a catena

La sconfitta ha innescato una serie di dimissioni chieste  dal presidente del consiglio. Queste dovrebbero riguardare anche il capo del governo, se direttamente coinvolto nella campagna referendaria, ministri o figure politiche di rilievo che avevano sostenuto con forza la proposta respinta dalla vittoria del NO.

Minoranza parlamentare più fiduciosa

La vittoria del “NO” rafforza le forze di opposizione. La minoranza politica, sentendosi legittimata dal risultato, acquisisce maggiore fiducia in vista delle prossime elezioni politiche. Questo può tradursi in una maggiore capacità di mobilitazione, in una crescita del consenso e nella costruzione di alleanze  per conquistare il governo.

Attribuzione dei “NO” ai singoli partiti e alle possibili coalizioni

Un aspetto più complesso riguarda l’interpretazione del voto. I “NO” difficilmente possono essere attribuiti in modo netto a singoli partiti o a specifiche coalizioni, poiché il voto referendario tende a raccogliere motivazioni diverse: opposizione politica, insoddisfazione generale, protesta o disaccordo su singoli aspetti della riforma. Tuttavia, le forze politiche cercano spesso di capitalizzare il risultato, rivendicando il successo come proprio e utilizzandolo per rafforzare la propria posizione nelle trattative future. In questo senso, il voto può influenzare la formazione di nuove alleanze o il riequilibrio di quelle esistenti, anche se resta sempre una certa ambiguità nella lettura dei risultati.

Dopo l’euforia della vittoria, ora al lavoro

A pochi minuti dalla proclamazione dei risultati, quando ancora gli analisti erano sorpresi per la l’alta affluenza non prevista da nessuno e dallo scarto tra No e Sì, i vincitori hanno sciupato l’occasione per manifestare la prudenza di chi si sente responsabile di future scelte gravi e difficili per buttar là la questione delle primarie come se iniziasse in quel momento la campagna per le politiche e come se la Meloni si fosse dimessa e avesse chiesto le elezioni anticipate.

Mi riferisco a Conte che ha parlato per primo e a Schlein  la quale a ruota ha dichiarato la propria disponibilità preoccupata di non bruciare il vantaggio del momento con una immediata polemica tra gli alleati dell’opposizione. Naturalmente i media, che gestivano le primissime maratone televisive per commentare i risultati, hanno subito rimarcato la fondamentale spaccatura nel campo largo riguardante la guerra in Ucraina e la politica americana di aggressione degli Stati che turbano l’ordine trumpiano.

Questo imprevisto esito elettorale dimostra che i partiti e gli istituti che si riempiono la bocca di analisi geopolitiche poco sanno della realtà sociale e delle mentalità del popolo che vorrebbero rappresentare e che non sanno fare quello che nelle situazioni complesse si fa: si formulano ipotesi e si costruiscono modelli previsionali. A posteriori i dati consentono di falsificare le tante ipotesi formulate a priori e di validare solo alcune tra le tante possibili. Il primo berlusconismo si faceva indirizzare dai focus group e, complici i suoi media, spesso centrava i suoi obiettivi. Il trumpismo ci ha abituato invece all’improvvisazione, alle decisioni prese d’impeto senza aver seriamente considerato le conseguenze per trovarsi poi impantanati in vere catastrofi.

Quale consigliere politico può aver suggerito alla Meloni di imporre questa riforma costituzionale senza alcuna mediazione con l’opposizione, come si poteva pensare che la rabbia dei cittadini insoddisfatti del servizio della giustizia potesse essere sanato dalla promessa della divisione delle carriere, dal divieto che giudici e procuratori potessero andare a cena insieme o allo stesso circolo del tennis? Come poteva Meloni pensare che Forza Italia avrebbe votato compatto una legge che in realtà potenziava il corpo dei Pubblici Ministeri, nuovi super poliziotti, che erano quelli che avevano reso la vita impossibile a Berlusconi e company?

I vincitori mostrano la stessa superficialità nell’impostare questa nuova fase. Si opporranno alla ipotesi che circola ora di nuova legge elettorale centrata su un forte premio di maggioranza legato alla scelta di un leader funzionale al premierato? Capiranno che la chiave di tutto è la nuova legge elettorale e che senza il premierato non serve il nome del futuro presidente del consiglio da trovare con le primarie?

La soluzione sta scritta nella Costituzione che è la vera vincitrice di questo referendum: il/la presidente lo/a sceglie il Capo dello Stato tra coloro che sono proposti dai gruppi parlamentari e che dovrà cercare di costruire una maggioranza ex post in Parlamento cercando la fiducia e, se il parlamento non si mette d’accordo, il Presidente della Repubblica lo scioglie e si  va a nuove elezioni. Questo dice la Costituzione. Quindi la primissima cosa da fare è di mettersi al lavoro per riformare la legge elettorale, coerente con la spirito e la lettera della Costituzione, possibilmente cercando un accordo con la maggioranza.

Scusate, ma ora sto sognando.



Categorie:Politica, Referendum costituzionale

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