A Piazza del Popolo

Ho troppe cose da raccontare e questa mattina prima dell’alba molte riflessioni affollavano la mia mente.

Sono stato alla manifestazione di Piazza del Popolo in occasione dello sciopero generale della scuola. Non ho seguito il lungo corteo sia per risparmiarmi lo sforzo data l’età e il clima sia perché non appartenevo a nessun gruppo organizzato con uno striscione e una bandiera.

Avrei potuto dare appuntamento ai docenti della ex mia scuola ma sarebbe stato del tutto inopportuno, la mia organizzazione sindacale, quella dei presidi non partecipava per cui da buon isolato sono andato a piazza del popolo prima dell’arrivo del corteo. Per ingannare l’attesa mi sono divertito con il mio smartphone a fare il paparazzo inquadrando un angolo di Roma magico, soprattutto quando il popolo ci si  riunisce come in questa occasione. Così man a mano che la piazza si riempiva mi sono mosso nella piazza con la speranza di trovare qualche volto conosciuto. Gradualmente mi sono reso conto che se sei in pensione i tuoi coetanei e tuoi amici non possono essere lì, anche i più attempati hanno 10 anni meno di te ed è normale che ne conosci pochi. Per fortuna fare le foto mi consentiva di sentirmi meno inutile.

Incrocio Corradino Mineo che come me si aggirava da solo tra la folla. Condividendo il disagio dell’isolamento, mi avvicino e attacco bottone con qualche battuta di circostanza. Risponde cortesemente in modo laconico confermando che aveva fatto un errore ad accettare la candidatura offerta da Bersani. Per un attimo mi volto verso il palco per applaudire e lui si allontana mestamente. Mi è sembrato un icona vivente della stato agonico della minoranza di sinistra del PD. Come si fa!? sei isolato e solo in mezzo a una folla festante e vociante, sei un senatore della Repubblica che tutti conoscono, ti si avvicina un signore con i capelli bianchi con aria autorevole (sarei io con la giacca) vuole attaccare bottone e tu te ne vai? fai qualche domanda! tiettilo stretto quantomeno per non apparire del tutto solo.

Ma a questo punto una bella signora si avvicina, mi sorride e mi abbraccia. Preside! che bello vederla qui. Lo sa, la trovo bene, ma si metta un cappello,  il sole scotta! Poco dopo tre miei ex docenti arrivano e mi prelevano, siamo dall’altra parte della piazza, venga. Così la manifestazione per me ha assunto un altro colore e calore.

Fin qui il folclore, la botta di nostalgia per un tempo in cui potevo ispirare una comunità di educatori e di giovani. Ma ho cercato anche di riflettere. La piazza era piena ma i docenti sono tanti … attenti a non cadere nell’illusione ottica di una vittoria effimera. La manifestazione era unitaria, sul palco sigle sindacali che si sono sempre fatte la guerra, discorsi molto simili conditi con gli stessi slogan che abbiamo sentito da anni, no alla privatizzazione, ruolo per tutti, no  all’autoritarismo del dirigente. Così in molti momenti mi sono chiesto che cosa ci stessi a fare lì. La risposta che mi sono dato è stata che volevo vedere, volevo sperare che qualcosa si possa muovere, che l’inerzia della scuola che reagisce conservativamente a tutti i tentativi di innovazione possa costituire una pietra d’inciampo per il nuovo ducetto che vuole cambiare la direzione di tutto.

Questa mattina ho letto due interventi sulla rete, due pezzi molto interessanti, uno di Giorgio Israel e l’altro di Bortocal. Entrambi sono fortemente segnati dalla esperienza personale diretta, il primo un ex docente universitario di matematica, il secondo un ex preside. Entrambi mostrano una sofferenza e quasi una rabbia per aver visto come il corpaccione della scuola reagisca malamente ad ogni tentativo di rianimazione. Devo dire che anch’io sono incline a pensarla allo stesso modo, a volte. Avendo anch’io attraversato questa lunga storia quarantennale e, recando anch’io qualche cicatrice di vecchie e perdute battaglie, tiro fuori anch’io rabbia, delusione e indignazione. Ma ragionando e riflettendo mi rendo conto che proprio questo atteggiamento di delusione misto a rabbia e indignazione è alla base delle posizioni populiste variamente estremistiche e al fondo dello stesso renzismo.

La proposta della buona scuola ha come substrato proprio questo atteggiamento negativo nei confronti della scuola e degli insegnanti e cerca di estirpare proprio questa incrostazione di potere e di consuetudini che rendono il corpaccione della scuola inerte e poco efficiente. La medicina che propone è un cocktail di pasticche di vario colore simili a quelli che molti anziani ingurgitano giornalmente ad ore cadenzate. Le stesse pasticche che i dottori precedenti hanno usato negli ultimi tempo senza grandi risultati.

Fuor da metafora, il vero e grave limite della proposta renziana è l’ignoranza della storia recente, la presunzione che gli altri hanno sbagliato e che finalmente è la volta buona. Il punto debole è il moralismo con cui si giudica e si valuta: non si parla di scuola democratica, di scuola laica, di scuola pubblica, di scuola efficiente, di scuola formativa, di scuola meritocratica … si parla di BUONA scuola. Cioè?

Finita la manifestazione, mentre mi allontanavo dalla piazza per prendere la metro insieme alla folla dei manifestanti mi sono chiesto: ma tutto ciò serve? è utile? è positivo? stiamo continuando a sbagliare?

Ero contento, nonostante la babele di lingue e di interessi, nonostante i problemi che ben conosco, questa resilienza della scuola, anche se dovesse difendere una inerzia vecchio stile, è un valore utile alla democrazia del nostro paese molto di più di tanti che si sono rassegnati al silenzio o all’opportunismo della conversione alle tesi del vincitore.

In realtà ero leggero e contento anche perché qualche docente aveva tratto da questo blog una mia chiusa dei giorni scorsi facendola diventare uno slogan da scrivere su un cartellone. Un po’ di narcisismo non guasta, no?

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