Viaggetto a Londra

In questi giorni mi sono recato a Londra per una riunione di lavoro simile a quella a cui avevo partecipato ad Amsterdam.

Questa volta si deve passare una frontiera, non è come restare nell’Europa di Shengen, occorre essere identificati per uscire dall’Italia ed entrare in un altro paese. Emozione del neofita di fronte ai lettori automatici dei passaporti e agli scanner dell’iride che aprono di colpo porte di cristallo senza che un poliziotto in divisa ti scruti e ti chieda dove e perché stai andando all’estero o perché vuoi entrare in un paese straniero.

Viaggiamo in tre, siamo ex presidi in pensione con tutti i limiti della nostra età. Abbiamo una montagna di racconti e di esperienze da condividere  così il volo passa in fretta ma, ormai superata la Manica, l’aereo comincia a girare in tondo in attesa di atterrare. Ce ne accorgiamo dalla linea della costa e dal sole che penetra ripetutamente prima dai finestrini di destra e poi da quelli di sinistra. Così per una mezz’oretta senza alcun annuncio. Nessuno fa commenti ma una attesa così lunga è un po’ strana. Finalmente il comandante annuncia che causa chiusura di Gatwik si atterra a Stansted. Cosa sarà successo? mi preoccupo che qualsiasi cosa sia successa la notizia possa arrivare ai miei prima di una mia telefonata. Arrivati, immediatamente invio un messaggio laconico in cui dico di essere atterrato … dove non lo dico.

A Stansted, dopo una quarantina di minuti lasciati senza comunicati sul da farsi, ci annunciano che l’aeroporto di Gatwik è stato riaperto e che quindi si riparte, in fondo è questione di 30 minuti, non di più. Arrivati fuori orario l’attesa dei bagagli è di circa 45 minuti. Quindi dopo 7 ore dalla partenza da Fiumicino prendiamo il treno per Londra e poi la metropolitana. A Victoria ci rendiamo conto che la metro londinese è antica ed è rimasta tale, in quella stazione niente scale mobili o ascensori, solo scale scomode, cunicoli stretti, falsi piani lunghissimi, corridoi claustrofobici che non sono alla portata di persone anziane per di più con bagaglio al seguito. Così la stanchezza del lungo viaggio aereo si somma al disagio di un percorso che appare sempre più come una sfida alla nostra resistenza.

A Oxford Circus dobbiamo cambiare linea e prendere la rossa alla volta di Queensway, arriviamo sudati e con il fiatone alla piattaforma giusta e vista una panchina ci sediamo anzi ci  accasciamo per riprendere fiato. Ma appena seduti un altoparlante dà un annuncio non dissimile da quelli ordinari sul prossimo treno in arrivo dove però colgo le parola emergency, client e leave. Non mi allarma ma capisco che non è l’annuncio del prossimo treno. Ci guardiamo tra noi e guardiamo gli altri passeggeri in attesa sulla piattaforma i quali però non si muovono. L’annuncio si ripete immediatamente e si capisce ora che si dovrebbe uscire rapidamente ma nessuno si muove, tutti turisti? Chiedo a una ragazza seduta accanto la quale continua tranquillamente a leggere, lei è inglese? cosa dice l’altoparlante? Seraficamente si toglie le cuffie e si alza di scatto e conferma che si tratta di un allarme e che occorre uscire rapidamente e rapidamente va verso l’uscita. Che grande invenzione le scale mobili! non ce ne sono affatto. Per fortuna non veniamo travolti dal parapiglia dei più giovani che sfollano dalla stazione. Con il cuore in gola per la paura e la fatica, penso che qui la minaccia terroristica deve essere stata una esperienza più traumatica di quelle che abbiamo vissuto noi italiani. Nel frattempo sirene, campanelli, luci rosse, cartelli luminosi danno la misura del fatto che non si tratta di una banale esercitazione ma che si sta correndo un pericolo reale.

Con un sospiro di sollievo  sentiamo l’aria fresca dell’esterno, si vede finalmente la strada  e ci sentiamo più leggeri e quasi divertiti, ci diciamo che la jella esiste davvero con tutti questi contrattempi nella stessa giornata, ora bisogna arrivare a destinazione con un taxi. Pochi minuti e se ne ferma uno che ci prende a bordo caricando i nostri tre bagagli. Pronti a partire arriva però un gruppo di manifestanti contro la Turchia a favore dei curdi che occupa l’incrocio stradale e lo blocca per un’altra mezzora. Siamo rassegnati e distesi visto che stavamo comodamente seduti su un vecchio taxi di quelli di una volta a nostra disposizione. Il tassita cortese e simpatico ci intrattiene e ci rassicura che avrebbe azzerato il tassametro alla partenza.

Cosa ci potrebbe accadere ancora prima della fine di questa giornata particolare? ormai ci aspetta l’albergo e una cenetta. Infatti arrivati al desk due ragazze asiatiche ci accolgono ma incominciano a consultare carte e cartuccelle, rileggono i nostri voucher e si dilungano senza darci la fatidica chiave per prendere la stanza. Dopo venti minuti circa perdo al pazienza e in un inglese molto ‘espressivo’  cerco di sbloccare la situazione. Se non pagate in anticipo non possiamo darvi la chiave. A noi risulta che le camere sono già state pagate e poi non si è mai visto che si debba liquidare in anticipo, ma siamo stanchi, ecco qua le nostre carte di credito ma dateci queste maledette chiavi. Qualche altra decina di minuti e finalmente abbiamo le camere, piano -2, sì, camere nel bunker, camere senza finestre ma solo con aria condizionata per respirare. Sono ormai le 9 di sera siamo esausti e ci facciamo andar bene tutto.

Per fortuna un ristorantino italiano ci fa riappacificare con il mondo e così finisce anche la jella.

Nei due giorni successivi ho modo di guardarmi in giro chiedendomi cosa c’era di cambiato rispetto alla recente visita che feci prima della Brexit.

Una città piena di cantieri grandi e piccoli, piena di gente che cammina velocemente a piedi per ogni dove, piena di autobus, piena di immigrati di ogni colore, piena di divise multicolori, sorvegliata e assistita da tanti addetti che alla tua minima incertezza ti chiedono se è tutto ok. Questa comparazione la facevo con la mia Roma che appare ormai come una città sporca e abbandonata. Al confronto anche Londra mi è apparsa pulita!

A colazione mi siedo a un tavolo per quattro in cui un giovane mangiava e consultava il suo portatile, si siedono anche due sue giovani colleghe e conversano tra loro in tedesco. Sono troppo curioso e chiedo loro che cosa ci facessero a Londra, turismo, studio, lavoro? Sono studenti di legge e sono a Londra per uno stage formativo, in mattinata avrebbero visitato una stazione di polizia e nel pomeriggio avrebbero incontrato un giudice. Chiedo quanto manca alla laurea, mi dicono 2 o 3 anni. Chiedo se sarà facile trovare lavoro, il giovane mi risponde con area sicura che non ci sono problemi per gli avvocati c’è sempre molto lavoro. Io scherzando ribatto che non è un buon segno e così auguro loro una buona giornata e raggiungo le mie colleghe che mangiano nel settore delle colazioni continentali. Io mi ero concesso una grassa colazione all’inglese.

Nei momenti liberi dal nostro impegno seminariale approfittiamo per passeggiare, per rivedere posti che ci sono familiari: sì per la nostra generazione Londra è stata una città simbolo, odori, colori, esperienze, musica, cucina ce la rendono cara nonostante tutto. Mi è sembrata meno europea di un tempo per la presenza di tutti colori della pelle e per i volti di tutte le fattezze, se si passa la giornata in centro il tipo britannico bianco è decisamente in minoranza in quasi tutti i contesti. Ma i simboli della casa reale sono più luccicanti che mai, ovunque nelle cancellate dorate, nelle bandiere nei parchi che stanno rifiorendo. Come in un film, un piccolo corteo di tre macchine scortate da motociclisti con lampeggianti e sirene discrete attraversa un piccolo parco e si intravvede una splendida giovane in completo bianco panna seduta come una altezza reale passa tra noi pedoni e ci mancava poco che benedicesse la folla.

Sulla via del ritorno sulla Piccadilly line quando si riemerge dai tunnel e si percorre allo scoperto la periferia alla volta di Heathrow si vede l’altro volto della realtà: distese di cavi allo scoperto che forse non rispettano le norme di sicurezza europee, quartieri di bungalows scarsamente manutenuti che mostrano una diffusa povertà che convive con piccoli insediamenti più nuovi e più curati.

Al passaggio della frontiere i controlli sono accurati, in una angolo una presenza che mi fa trasalire, una bellissima giovane araba con la divisa da poliziotta piuttosto attillata, con una pistola ben in vista con la testa fasciata da un velo, il tutto rigidamente in nero. Poteva essere una guerrigliera.

Ci sarebbero molte altre cose da raccontare. L’impressione è che effettivamente Londra sia la capitale di un mondo diverso dal nostro.

PS Mentre sto per pubblicare questo racconto una delle mie compagne di viaggio mi telefona per dirmi che un altro collega che era rientrato con una volo diverso dal nostro aveva assistito ad un arresto di un passeggero in volo … contrattempi che identificano un clima.

2 risposte a "Viaggetto a Londra"

  1. Caro Raimondo, ho seguito in modo molto divertito i tuoi viaggi all’estero e le tue riflessioni. Mi è venuto il fiatone seguendoti a Londra con il trolley per metro e taxi. Descrizione divertente ed efficace. Mi aspettavo un excursus sulla brexit collegando il quadro di decadenza dello spirito imperiale alla multietnicità e alla perdita dell’old british.

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  2. Grazie per il commento. Il racconto delude certamente l’attesa di un’analisi più esplicita degli effetti della Brexit. Un viaggetto di poche ore può lasciare solo qualche impressione che ho cercato di raccontare come singoli flash.

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