Italia varia e avariata 5

Nuovi poveri e nuovi padroni

La passeggiata per Livorno in attesa che si facessero le 14, ora di inizio della mia osservazione in una scuola media, è stata una piccola sfida per vedere se e quanto resistevo a camminare e per verificare se e quanto ricordavo di una città che avevo visitato varie volte ma a ‘spizzichi e bocconi’ come diciamo noi a Roma.

Girare con il navigatore incorporato nel telefonino ma senza mappa stampata e senza una guida strutturata è un po’ da scemi e da superficiali ma se sei solo e passeggi senza meta pensando e ricordando ciò può essere piacevole: lentamente la struttura della città riprende corpo e riappaiono angoli dimenticati e circostanze liete che magari hai rivissuto in sogno o rivisto nelle foto con i figli piccoli.

La città è bella e ricca, piena di scorci da fotografare, animata in quelle ore della mattinata inoltrata con splendidi bar e pasticcerie che ti fanno venir voglia di entrare e consumare.

Qua e là ragazzi neri che allungano la mano per chiedere la carità, ma quando mi avvicino al mercato coperto attraversando strade affollate piene di bancarelle, il numero di coloro che allungano la mano per una monetina aumenta. Non solo neri ma molti bianchi anziani. Non ero mai entrato nel Mercato ed entro con la speranza di rivivere atmosfere tipiche dei mercati popolari rionali o tradizionali, pronto a scattare foto. Ma forse la vista di troppi poveri in giro, forse un certo trasando nei chioschi vecchi e malconci, forse i volti dei negozianti alcuni dei quali avevano l’aria triste e incazzata non fa scattare in me il piacere di fotografare, di interagire con i colori, i profumi, i suoni, i cibi, le persone.

Mi colpiscono le architetture ma prevale un grigio uniforme che mi porta a procedere oltre e raggiungere rapidamente il mare e la fortezza medicea.

C’è un sole molto forte e mi serve un berretto, cammino per mezz’ora prima di trovare finalmente un posto dove comprarne uno dopo aver chiesto a molti. Santo Dio, ma perché i giornalai non tengono anche due o tre berretti magari con gli stemmi della città da vendere ai turisti imprevidenti? insomma riprendo la strada verso la scuola e verso il lavoro che dovevo svolgere con un misto di stanchezza e di fastidio, era ora di mangiare qualcosa così intravvedo un bar che offriva aperitivi e piatti caldi, decido di fermarmi. L’insegna promette una locale tipico toscano, tipo ‘vecchia Toscana’, qualcosa del genere.

Entro e trovo una giovane cinese a servire che si esprime in un buon italiano, preparano anche primi piatti italiani, scelgo la cosa più leggera, degli spaghetti al pomodoro. I migliori spaghetti mangiati in questi ultimi tempi, cotti al punto giusto con un sugo fresco profumato e appetitoso. Il locale è modernamente arredato, pulitissimo, ordinato, molti gli avventori che rapidamente consumano. Compare la mamma della giovane, nonna di un bimbino piccolo che gioca nel bar correndo dalla cucina alla sala con discrezione e allegria. Pensavo: caro Salvini, la tua è una battaglia persa, questi sono bravi, efficienti, lavoratori, furbi, uniti, ormai siamo un paese multicolore. 

Proseguo a arrivo a scuola. Prima del test chiedo al docente responsabile se in giro c’è la possibilità di prendere un caffè. Guardi c’è a pochi metri un buon bar che da poco hanno comprato i cinesi. Sa, i cinesi si stanno comprando tutto, offrono migliaia di euro per un licenza e arrivano con denaro contante dentro valigette come nei film, pian piano si stanno comprando tutto.

Entro al bar e il barista è un italiano, anzi ci sono due italiani, uno sta pulendo per terra, il cinese sta alla cassa.

Non mi sorprende, anche qui a Roma vicino casa mia un bar è stato venduto ai cinesi che hanno ristrutturato ed ora i vecchi padroni sono dipendenti. Scherzi del regime fiscale? vallo a sapere.

il racconto continua

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