Due CSM, i rischi

La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, sebbene sia inutile visto che attualmente riguarda un ristrettissimo numero di magistrati, può rappresentare però un rischio sia per i cittadini sia per la politica.

Il sistema in vigore prevede un unico organo di autogoverno della magistratura, che gestisce le carriere dei magistrati fino ai livelli più elevati di responsabilità. In questo contesto, si può presumere che le commissioni incaricate di valutare i candidati siano composte sia da giudici sia da pubblici ministeri e che i criteri di selezione siano orientati verso la capacità del candidato di garantire una gestione equilibrata e corretta dell’azione penale.

Un pubblico ministero eccessivamente finalizzato al successo dell’accusa, poco attento alla solidità delle prove o incline a procedere con superficialità, sarebbe penalizzato nella graduatoria, così come un giudice eccessivamente incline ad assolvere. In pratica, dunque, sono favoriti nella progressione di carriera quei magistrati capaci di collaborare e di operare senza pregiudizi o posizioni ideologiche rigide.

Con la riforma che prevede la separazione delle carriere, invece, si rischia una polarizzazione dei ruoli: gli organi di autogoverno distinti potrebbero incentivare comportamenti più competitivi e meno equilibrati, con pubblici ministeri spinti a dimostrare con maggiore determinazione la colpevolezza degli indagati. In parte, questo fenomeno esiste già oggi, soprattutto quando l’azione delle procure è sostenuta da campagne mediatiche o da interessi politici che traggono vantaggio dall’esito delle indagini.

In tale scenario, potrebbe diventare inevitabile intervenire per limitare il potere delle procure, ad esempio attraverso il controllo sugli avanzamenti di carriera o stabilendo delle priorità nelle indagini, soprattutto nel caso in cui venisse meno il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale.

La frammentazione del Consiglio Superiore della Magistratura potrebbe quindi portare, in prospettiva, a un sistema in cui almeno le procure dovranno essere maggiormente controllate dal potere esecutivo o, come avviene negli Stati Uniti, sottoposte a un controllo diretto del consenso elettorale.

Il risultato finale potrebbe essere un indebolimento dell’autonomia del potere giudiziario e un rafforzamento di quello esecutivo. E forse è ciò che vuole il governo Meloni.

Per questo voterò NO



Categorie:Politica, Referendum costituzionale

1 reply

  1. Analisi condivisibile, a conclusione della qua

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