Melonellum: Pericoli per la Democrazia Italiana

In queste settimane stanno accadendo molti fatti che rischiano di diventare cambiamenti irreversibili ai quali ci stiamo rassegnando come scelte inevitabili e forse nemmeno tanto pericolose. Ci stanno convincendo che la stabilità del governo è un valore positivo, come dimostrano i ‘grandi’ risultati del governo Meloni, che ha goduto di una solida maggioranza parlamentare e ha rapidamente adottato tutte le leggi che ha voluto, inseguendo tante emergenze, vere o presunte.

Poiché, numeri alla mano, con il sistema elettorale vigente (Rosatellum) il centrosinistra potrebbe vincere le prossime elezioni, la Meloni si è affrettata a proporre una nuova modalità che elimina i collegi uninominali e ripristina il proporzionale puro, forse con un piccolo sbarramento al di sotto del 5% su base nazionale, ma con un forte premio di maggioranza alla coalizione che raggiunge o supera il 40% dei voti validi. Il lettore mi perdonerà alcune imprecisioni, ma al momento i dettagli della proposta non si conoscono bene.

Tre sono le criticità della proposta contro le quali l’opposizione si dovrebbe schierare in modo molto più chiaro e coeso.

L’abolizione dei collegi uninominali, introdotti per premiare la coalizione che supera il 40% e che ha assicurato, in questa legislatura, una maggioranza numerica nelle camere sufficiente ad avere tutte le fiduce che il governo ha chiesto, è una mossa contro il centrosinistra e contro la Lega.

Il forte radicamento territoriale della Lega al nord ha consentito alla coalizione di destra di vincere nei collegi uninominali del Nord, ma il crollo dei consensi — anche a causa di Vannacci — riduce la certezza in tali collegi, ora meno sicuri rispetto al passato. Dai collegi sicuri del Nord derivava la forza della Lega nella attuale coalizione di destra. Le ultime elezioni legislative hanno mostrato che, se ci fosse stato un accordo di desistenza tra PD e 5 Stelle, gran parte dei collegi uninominali del sud sarebbero andati al centrosinistra ribaltando l’esito complessivo; per questo motivo la Meloni ha pensato bene di eliminare questo rischio abolendo i seggi uninominali.

Le preferenze, sempre per evitare troppi rischi, sarebbero dirompenti nelle liste della destra, ma anche nella sinistra. Sembra passato un secolo da quando eravamo inondati da biglietti da visita con i nomi dei candidati da indicare nella scheda elettorale; ora, i social media, i potentati economici e le camarille possono vanificare il controllo delle segreterie politiche dei partiti, sempre più evanescenti e legate a personaggi che non sempre esprimono una leadership coerente e forte. Per questo motivo, la Meloni ha cambiato idea rispetto alla scelta delle preferenze di qualche anno fa e ora propone che le segreterie dei partiti preparino le liste di candidati da presentare agli elettori, quasi che le elezioni fossero un concorso di bellezza o un plebiscito.

Fin qui, poco male; è naturale che si cerchi di modellare il sistema sui propri interessi di parte, e tocca all’avversario superare l’ostacolo. Tuttavia, ciò che è realmente grave e inaccettabile è che il premio di maggioranza, concepito originariamente per assicurare la governabilità garantendo almeno il 50% dei seggi anche se nessuna lista o coalizione raggiunge tale percentuale. Nella proposta del Melonellum si pensa di possa regalare alla lista o alla coalizione che supera il 42% una quantità di seggi in parlamento sufficiente per raggiungere il quorum richiesto per le maggioranze qualificate: Una coalizione che raccolga poco più del 40% dei votanti disporrebbe dei due terzi dei seggi in parlamento sufficienti per eleggere il Capo dello Stato, per modificare la Costituzione (senza referendum confermativo) e nominare i membri delle istituzioni di garanzia, come ad esempio la commissione di vigilanza sulla RAI.

La Meloni, furbescamente, ha lanciato la questione partendo dalla fine: che male c’è ad eleggere uno di destra a capo dello Stato? Nessuno, purché in Parlamento e nel paese ci sia una vera maggioranza qualificata di due terzi che lo voglia. In effetti, chi ha detto che con il Melonellum vincerà la destra? (La nostra sta facendo una scommessa rischiosa anche per lei). Potrebbe vincere anche la sinistra, e allora il capo dello Stato sarebbe votato solo dalla sinistra. Ma questa alternativa non rende accettabile l’esagerato premio di maggioranza.

Perché i Costituenti decisero di richiedere una maggioranza qualificata per eleggere gli organi di garanzia? Semplicemente perché avevano fatto l’esperienza di maggioranze plebiscitarie che portarono il paese alla catastrofe, alle leggi razziali, alle repressioni violente e alla sconfitta ignominiosa, cioè al fascismo. La nuova democrazia doveva essere il luogo dell’accordo, della mediazione e della concertazione; per eleggere il capo dello Stato occorre una figura che sia accettabile sia alla maggioranza che all’opposizione. E con il Melonellum così non sarebbe, una parte imporrà all’altra l’arbitro di parte.

La Corte Costituzionale ha già bocciato una precedente legge elettorale che aveva esagerato il premio di maggioranza e, certamente, se consultata, non potrà che confermare l’incostituzionalità della norma in discussione.



Categorie:Legge elettorale, Politica

2 replies

  1. Ho abbastanza anni per ricordare la “legge truffa” ai tempi della DC….
    Ma ricordo anche i governi balneari. La stabilità di un governo – che non nasca da un colpo di stato o da regole truffaldine – è un valore, anche se l’opposizione, qualunque essa sia, scalpiterà

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  2. Il problema non è la stabilità del governo e la governabilità ma un sistema maggioritario che consenta l’alternanza tra legislature. Intendiamoci, siamo arrivati a questo punto a forza di chiedere stabilità, l’autorità, il decisionismo, a forza di esaltare la leadership personale a partire da Craxi, Berlusconi fino ad oggi e ci siamo abituati ad un linguaggio tale che questa legge elettorale non scandalizza nessuno nemmeno le opposizioni che evidentemente non ricordano la legge Acerbo del 1923 che era un sistema elettorale maggioritario: assegnava i 2/3 dei seggi alla Camera alla lista che avesse ottenuto la maggioranza relativa con almeno il 25% dei voti validi a livello nazionale, mentre la parte restante veniva distribuito proporzionalmente tra le altre liste. La differenza nel nostro caso è che la soglia per godere del vantaggio è riservata al 40%. Ma tale soglia è sicura per la coalizione di destra almeno a stare ai sondaggi. Nel 1928, su proposta di Alfredo Rocco una nuova legge istituì il sistema plebiscitario tramite lista unica di 400 designati dal partito fascista, applicato per le elezioni del 1929. Poi non si andò più al voto. Altro che stabilità.

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