Poiesis

La mia amica Giovanna mi ha rimproverato: scrivo troppo di Renzi senza essere  un politologo. Mi legge più volentieri quando rifletto sulla vita. Vero, ma questo blog non segue una pianificazione razionale, registra gli umori, le riflessioni, le paure, le commozioni di tutti i giorni e in questo momento la temperie renzista come risposta all’irrazionalità strisciante in Italia e nel mondo mi inquieta. Mi ostino quindi ad analizzare e registrare l’evoluzione dei fatti per poter verificare a posteriori se le mie interpretazioni sono corrette. Magra consolazione di chi vede di non poter influire molto sulle vicende del mondo che si susseguono in modo impetuoso,  questo sin dall’inizio era l’obiettivo del mio blog.

Così, Giovanna mi ha proposto come tema quello della poiesi e per tutto il pomeriggio di ieri abbiamo passeggiato discorrendo nel centro di Roma e  finendo con sederci davanti a un buon caffè al ghetto. Siamo partiti da una questione generale e cioè di quanto possa influire sul sentimento di efficacia del proprio lavoro il contesto culturale in cui si opera: lavorare a Roma è cosa diversa dal lavorare a Milano. Già solo se si pensa agli appuntamenti e alla puntualità si vede che sono due mondi lontani che chiedono per sopravvivere competenze personali diverse.

Fare, creare, produrre è cosa diversa se si opera in una burocrazia, in una fabbrica, in una scuola, è cosa diversa se sei un dirigente, un quadro, un operatore esecutivo, un manovale, un artigiano. In tutti i casi hai bisogno di vedere l’opera delle tue mani o della tua intelligenza o della tua arte o della tua sensibilità.

Finora una misura del valore del tuo lavoro era il salario, il successo, il riconoscimento sociale ma in questi ultimi decenni il lavoro ha perso valore, non è cercato come ingrediente necessario da parte di chi intraprende né è valorizzato da chi vi potrebbe vedere un momento di realizzazione della propria vita. Meno disposti a vendere il proprio lavoro, la propria poiesi, si è però molto più dipendenti dalla soddisfazione che può provenire dalla capacità di creare qualcosa dal nulla. La cosa è ben evidente in noi pensionati. Non dobbiamo ne possiamo prestare opera, vendere il nostro lavoro perché viviamo di rendita come principi e baroni ma per non impazzire dobbiamo produrre e creare o contemplare estaticamente ciò che a suo tempo abbiamo prodotto e creato. Allora andiamo spesso in banca ad accudire il nostro gruzzolo, coltiviamo gelosamente le nostre amicizie, coltiviamo fiori, ristrutturiamo case, panifichiamo con la pasta madre, rileggiamo libri già letti, facciamo qualche viaggetto, scriviamo su un blog.

Il dramma di questi giorni è che il processo di pensionamento si va estendendo alla popolazione dei giovani: c’è nella proposta di reddito minimo garantito una profonda ingiustizia e contraddizione, l’aver tolto ai giovani la sfida, la conquista, il vero merito, la creazione, la produttività delle proprie mani, il rischio. Forse sto bestemmiano e spero di essere capito. Stiamo negando ai giovani la poiesi perché li trattiamo come vecchi incapaci che vanno assistiti.

Che differenza c’è tra la poiesi di un dirigente, di un professionista, di un chirurgo, di un impiegato esecutivo, di un manovale, di un operaio che lavora alla linea, dell’addetto alla friggitrice di Mcdonald’s? Differenze abissali, spesso sancite dalla remunerazione, ma nel profondo forse nessuna differenza se pensiamo alla comune necessità di illuminarci se pensiamo al nostro lavoro, di gioirne.

Io ormai faccio l’imprenditore edile, o meglio il ristrutturatore. Ora da qualche giorno sono iniziati lavori di restauro dei cornicioni del tetto condominiale del nostro palazzo. Ieri mattina avevo passato del tempo a parlare con i due operai che, sospesi su una gru di 20 metri da terra, stanno smantellando coppi, calcinacci e porcherie varie accumulate in anni ed anni sul cornicione. Un lavoro pericoloso ed umile, pagato con un salario da muratore. Io, che anche  in qualità di amministratore, ero lì ad osservare ho detto: certo che è un lavoraccio il vostro. Uno dei due, un albanese che ormai parla un buon italiano, mi risponde: ma noi siamo fortunati che abbiamo questo lavoro e poi per la famiglia e per i figli si fa qualsiasi cosa e, guardandomi, i suoi occhi si illuminano e mi sorridono.

Dopo due ore torno con un caffè e trovo che l’altro che era rimasto silenzioso ora sta gettando il massetto, uno strato di malta cementizia su cui successivamente verrà stesa la guaina impermeabilizzante. Stando sul cestello quasi fosse su una barca vicina a un molo, contrastando le oscillazioni più o meno vistose, doveva realizzare un piano perfetto che fosse con le pendenze giuste controllate con la livella. Movimenti accurati, precisi, ripetuti, quasi carezze su una superficie che da grezza e imperfetta diventava levigata e precisa. Nel pomeriggio parlando con Giovanna ho pensato a loro due, la loro poiesi, la loro creatività, la loro accuratezza si esprimevano in un manufatto che forse pochi avrebbero adeguatamente apprezzato e da un salario che le loro famiglie stavano attendendo. I due giovani muratori, dal corpo massiccio da 50 enne ma dall’espressione vivace e determinata del quasi quarantenne, esprimevano una poiesi orientata a un progetto personale e famigliare di cui si percepiva tangibilmente l’orgoglio e la determinazione.

Non ho raccontato questo episodio a Giovanna ma per rapide associazioni mentali le ho detto: dovresti leggere il libro che sto leggendo ora. Aspetta primavera Bandini di John Fante, ci troverai tanti temi collegati a questo della realizzazione personale mediante il proprio lavoro.

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E mentre Giovanna leggeva sul suo Iphone alcuni aforismi tratti dai libri di Fante e osservava come questi mezzi tecnologici potrebbero rivoluzionare la didattica di una classe, si avvicina il volto amico di un collega del mio concorso che mi riconosce. Come stai? Guarda che so tutto di te, leggo spesso il tuo blog. E tu dove sei? sei andato in pensione? no dirigo la scuola italiana di Istanbul. Bene ora capisco chi mi legge dalla Turchia! Non è che sei andato recentemente in Russia perché da un po’ di tempo qualcuno mi legge da là. No, non sono io.

Sì, un po’ della mia poiesi canalizzata su questo blog ha prodotto dei risultati tangibili e rassicuranti, tenere vivi i rapporti con persone che stimi e che non vedi e senti da anni.  Il mio collega mi racconta che è felice della sua esperienza, può realizzare un sacco di cose che in una normale scuola italiana non poteva neppure sognare. Lui non sapeva che io e Giovanna stavamo parlando di poiesi e di realizzazione personale attraverso le proprie opere.

Ma, mi spiace Giovanna, questi discorsi non mi hanno allontanato dal cruccio sul renzismo. Il fare di cui abbiamo ragionato non è il fare renziano, non è lo sbrigare velocemente le faccende in attesa di miracolosi risultati, non è la politica del fare, è l’attenzione, la cura, la dedizione competente, l’empatia con coloro con cui lavori, è il senso di impegno comunitario e identitario di chi cerca il compenso nella qualità del frutto della propria azione. Tutto il dibattito sul Jobs Act avvilisce il senso del lavoro, ne esorcizza la stessa parola, il lavoro e il lavoratore sono un ostacolo al profitto e al business, il profitto è il termine di paragone è il criterio con cui risolvere qualsiasi contrasto e vertenza. Chissà se Renzi troverà un altro Sironi per magnificare le sorti della sua Carta del Lavoro.

La stessa idea del TFR, subito nella tasca del lavoratore per stimolare i consumi, priva i prestatori d’opera  di quel poco di fierezza che potevano provare nel momento del pensionamento in cui potevano vedere un gruzzoletto frutto di una vita di lavoro, qualcosa di meno effimero del consumismo sistematico a volte  superfluo. Non è colpa di Renzi se la Nokia licenzia con una mail le persone di cui non ha più bisogno senza provare a riqualificarle, le quali all’improvviso scoprono che un impegno pluriennale non conta rispetto all’obsolescenza della competenza di una posizione che era qualificata. Ma il varco che il Jobs Act apre attraverso il  demansionamento alla possibilità di assegnare mansioni meno qualificate di quelle per cui un lavoratore è stato assunto, tocca direttamente queste riflessioni sulla poiesi di ciascuno.

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