Principi e baroni

Per puro caso quest’estate ho letto tre libri simili: La regina scalza, Follie di Brooklyn e  I Viceré di Federico de Roberto che ho finito di leggere in questi giorni.

La mia amica Rosi è all’origine della scelta de I Vicerè del quale a scuola nessuno mi aveva parlato e di cui avevo avuto sentore solo tramite lo sceneggiato televisivo che non avevo visto.

Non sono qualificato per fare commenti sul valore dell’opera, dico solo che mi è piaciuto molto, che l’ho letto senza alcuna fatica, che è stata l’occasione per molte riflessioni che qui ora vorrei almeno in parte condividere.

La storia riguarda una nobile famiglia  di Catania nel passaggio dal regno dei Borboni all’unità di d’Italia, si svolge dal 1855 al 1882 circa.  Il libro fu pubblicato nel 1894 quindi non si tratta di un romanzo storico ma piuttosto di un documento, un affresco potente a colori forti con un saldo legame con l’attualità dell’epoca. L’autore nasce nel 1861 e potrebbe essere benissimo uno dei tanti parenti, cugini dei rami cadetti di quella stessa potente famiglia. Lo dico perché molte cose che vi vengono narrate sono di una attualità incredibile, sembra quasi che la storia sia una metafora dei problemi attuali. Ad esempio si parla di riforma della legge elettorale … sembra adesso.

Riletto ora, a un secolo e mezzo  di distanza, tanti aspetti della nostra vicenda che l’autore non poteva neppur lontanamente prevedere, assumono un significato nuovo. Ad esempio l’autore usa la parola mafia una sola volta per descrivere la compagnia di giovanotti scapestrati e violenti che il protagonista mette ad un certo punto a guardia delle sue cose e dei suoi beni durante una entusiastica e disordinata campagna elettorale. Qua e là si descrive  la presenza in certe occasioni pubbliche di tipi un po’ rozzi e silenziosi che omaggiavano i nobili della famiglia baciando le mani. Durante la lettura sono allora affiorati altri ricordi e collegamenti come ad esempio i racconti di mio suocero di quando,  andando da ragazzino con suo padre a trovare certi parenti che avevano una solfatara, aveva notato il riguardo con cui alcuni zotici piuttosto silenziosi e riservati venivano trattati nel ricevimento. E’ affiorato il ricordo di mia nonna paterna, che era nata più o meno in quel periodo e che essendo una contadina mezzadra parlava dei padroni, della famiglia dei marchesi, con i toni con le espressioni usati nel libro. Ho riconosciuto nel racconto quel clima che avevo percepito nella mia infanzia, cento anni più tardi, nelle nostre famiglie, tutte, anche quelle modeste, in genere molto numerose, le quali erano molto attente ai problemi di dote delle ‘femmine’, alle eredità anche a quelle molto misere. E’ affiorato quanto avevo appreso sul Risorgimento italiano che nella fase del primo dopoguerra era il riferimento identitario che a scuola veniva proposto più insistentemente, al punto che durante la scuola media le figurine Panini riguardavano l’epopea risorgimentale. Insomma la storia dei Viceré risvegliava tanti elementi della mia storia personale e della mia cultura, non solo, proponeva chiavi di interpretazione della difficoltà attuali della nostra società nazionale.

Un banale considerazione raffrontando ai giorni nostri quell’epoca e quelle storie.  I signori passavano l’intera giornata a trastullarsi nelle più varie occupazioni, senza però lavorare, impiegando le numerose rendite che percepivano in vario modo.  Nel libro viene ben rappresentato il passaggio dalla rendita dei latifondi agricoli, quella dei beni che l’agricoltura forniva ai padroni delle terre, alla nascita della rendita finanziaria con la diffusione dei primi titoli di debito pubblico che il nuovo stato italiano incominciò a diffondere. Facile rendersi conto che ora noi pensionati viviamo  tutti come principi e baroni, riscuotiamo una rendita e la gestiamo, i più poveri per sopravvivere, e questo era il caso anche di parte della famiglia dei Viceré, i più ricchi per viaggi, villeggiature, lussi più meno o tecnologici. Naturalmente ora c’è chi pensa che l’arte del Michelasso vada esteso anche ai giovani se il lavoro non c’è. Perché la finanza comunque risolve i problemi!

I tre libri che ho citato raccontano storie cadenzate  su intervalli di un secolo, 1755 la storia della gitana in Spagna, 1855 la storia dei Viceré in Sicilia, 1980 la storia delle Follie di Brooklyn negli USA, per finire con il quarto libro Vento scomposto che presenta una storia che si svolge nell’Europa contemporanea dei diritti individuali e che rispetto a ciò che sto per dire costituisce forse  l’epilogo.

Ciò che unisce le quattro storie è la questione della famiglia:  il contesto della realizzazione individuale dei protagonisti, il contesto forte che spiega le identità culturali e i comportamenti. Nella storia raccontata da Vento scomposto è la famiglia che quasi sparisce e soccombe di fronte all’assoluta e formale difesa dei diritti individuali garantiti dal sistema di welfare pubblico, una sorta di nuovo totalitarismo benefico.

Emerge da queste letture una progressiva ed ineluttabile disgregazione della famiglia a favore di una organizzazione sociale nevrotizzata retta da un un sistema di relazioni virtuali istantanee dei social network che connette individui isolati. Fosse questa disgregazione all’origine del profondo senso di disagio e paura che il futuro ci fa?

Queste storie mostrano che le nostre radici sono più salde e profonde di quanto non si creda.  La scuola che comincia oggi ha il compito di fornire gli strumenti alle nuove generazioni per succhiare linfa dalle stesse radici.

Buon anno scolastico.

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