Complotto contro l’America

Ho finito di leggere il romanzo di Philip Roth Il complotto contro l’America e desidero segnalarlo ai miei amici se non lo conoscessero. La mia amica Rosi me lo ha regalato dopo che le avevo raccontato la trama della serie TV L’uomo dell’alto castello le cui vicende si svolgono negli anni sessanta in America dopo che Hitler aveva vinto la seconda guerra mondiale e gli Stati Uniti erano divisi in tre parti, una dominata dai tedeschi, una dai giapponesi e la parte centrale neutrale e poverissima.

Il romanzo, pubblicato nel 2004, narra le vicende di una famiglia ebraica piccolo borghese di Newark dal 1940 al 1942 in una storia di fantasia parallela a quella vera che conosciamo in cui Roosevelt perde le elezioni per il terzo mandato e gli succede l’eroe dei cieli Charles Lindbergh di simpatie filonaziste, pacifista, isolazionista, fermamente contrario alla partecipazione alla guerra che si stava scatenando in Europa. L’autore, con una ricostruzione/falsificazione storica accurata in cui personaggi storici veri giocano ruoli molto verosimili, immerge il lettore in una vicenda che vista con gli occhi di un bambino ebreo nelle piccole vicende quotidiane gradualmente e inesorabilmente sfocia nella catastrofe dell’antisemitismo più violento e comunque nella guerra mondiale. Il complotto di cui parla il romanzo interrompe la presidenza Lindbergh e riconduce la storia del romanzo a quella della storia vera e al ripristino della presidenza Roosevelt.

Il racconto, nel confondere realtà e fantasia, rende moltissimi aspetti della vicenda ‘universali’, lì avvicina alla vicenda dei nostri giorni presentando il demone dell’intolleranza, della violenza, dell’esclusione continuamente in agguato sotto le mentite spoglie del perbenismo e delle consuetudini. È un libro che prende allo stomaco senza raccontare nulla di eccezionalmente violento come siamo abituati a vedere nelle fiction dei giorni nostri.

Ma c’è un punto che ha reso questo racconto attualissimo e profetico. Ricordiamo che è stato pubblicato nel 2004. Lindbergh in alcuni aspetti sembra Trump. Sono francamente rimasto agghiacciato nel leggere che nell’ottobre del ’40 alla Yale University Law School venne costituito l’AMERICA FIRST Committee per contrastare la linea interventista di Roosevelt basandosi su posizioni filofasciste.

AMERICA FIRST non è quindi un banale slogan elettorale trumpiano ma un rivolo di posizioni di estrema destra che come un fiume carsico è tornato in superficie. Ma questo l’autore nel 2004 non poteva immaginarlo. Per questo la lettura del romanzo spesso mi ha chiuso lo stomaco.

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