Coerenza

Sul caso del sindaco di Quarto, la signora Capuozzo di 5 stelle, si sta discutendo forse fin troppo se si compara il caso  alla gravità delle questioni aperte in Italia e nel mondo. 

Ma, visto che mi è capitato di rifletterci su, vorrei appuntarmi alcuni semplici idee e condividerle. E’ questione di coerenza.

Sono contro le sue dimissioni per le stesse ragioni per cui lo sono stato contro quelle del sindaco Marino. Un rappresentante del popolo regolarmente eletto può essere disarcionato solo dalla sua maggioranza consigliare perché non realizza il programma per cui è stato eletto, dal governo se si accerta una infiltrazione mafiosa, dalla magistratura se viene condannato in un regolare processo. Non può essere dimesso dal suo capopartito o da campagne di stampa variamente interessate.

Ho letto la sentenza informatica di Grillo, tutto sommato convincente e ben scritta che riassunta in poche parole dice: gli appartenenti al movimento non devono essere neppure sfiorati dal sospetto di collusioni mafiose o disoneste perché ciò nuoce all’integrità dell’immagine del movimento stesso. Anche se la Capuozzo fosse vittima di un raggiro e fosse del tutto immacolata meglio se si dimette ridando voce al popolo elettore.

Alla superficiale nobiltà della posizione occorre ribattere però che siamo in uno stato di diritto in cui siamo tutti uguali davanti alla legge e siamo in una democrazia rappresentativa in cui i cittadini con il voto delegano altri cittadini a rappresentarli senza vincoli per il periodo del mandato previsto dalla legge. Semplice! no?

Purtroppo tutto serve per sgretolare il sistema dei poteri democratici per conferire poteri insindacabili ai guru dei giornali, dei talk show, ai capibastone, ai portaparola delle corporazioni, ai capicorrente. Ops, dimenticavo il potere dei comici e dei guitti di ogni specie che popolano le nostre serate televisive. Il Giacobinismo non è morto.

  1. Traggo questa citazione da Wikipedia: Michel Vovelle ha sottolineato come il giacobinismo sia anche un’etica, “che predica le virtù sia domestiche sia civili, la frugalità delle ‘quaresime repubblicane’, la probità, l’altruismo e l’aiuto reciproco”, osservando come questo codice morale comporti inevitabilmente anche una logica del sospetto nei confronti dell’oppositore politico, che diventa nemico da combattere fino alla distruzione, in un’ottica intollerante e settaria. Da qui i continui scrutini epurativi con cui i giacobini presero a espellere, a ondate, i propri membri non più allineati all’ortodossia del club. Da qui anche l’inevitabile collegamento tra ideologia giacobina e logica del Terrore. Per realizzare la società virtuosa, è necessario illuminare il popolo (l’espressione è di Robespierre) e guidarlo anche attraverso episodi dittatoriali, necessari affinché la volontà popolare possa infine trionfare sui nemici (le “fazioni”). Il giacobinismo, dunque, respinge l’idea classica della democrazia fondata sulla rappresentanza politica e la divisione dei poteri: il popolo ha il diritto di sottoporre a controllo costante i suoi rappresentanti e le distinzioni tra potere esecutivo e legislativo sono meramente funzionali[. Non solo: con il diritto all’insurrezione, sancito nella Costituzione del 1793, si riconosce al popolo di potere di rovesciare in qualunque momento la rappresentanza politica se questa agisce in modo difforme dalla volontà generale.
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